Aprile – Agosto 2020

Leggo Sommersi e salvati di Primo Levi. Primo Levi si è scontrato, e ne è stato travolto, con l’impossibilità di comunicare un orrore che non è possibile comunicare.

Leggo Il seminario perpetuo. Il tardo e ultimo Lacan, di Gioele Cima. Un lavoro di grande impegno, sapientemente strutturato, pacatamente critico. Non è che abbia capito tutto, ma quanto ho capito mi ha confermato nella mia idiosincrasia nei confronti del pensiero di Lacan. Il procedere sincopato della sua prosa, e della sua prassi, mi ha fatto pensare, forse a sproposito, agli scatti isterici con cui Hitler accompagnava i suoi discorsi.

Somiglianza e diversità tra l’oratoria di Hitler e quella di Mussolini. Ambedue inseriscono nei loro discorsi momenti che non appartengono al discorso in quanto sono puramente scenografici e possono essere definiti isterici nel loro essere fatti di scatti improvvisi. Gli scatti improvvisi dei discorsi di Mussolini sono preceduti da pause che in quelli di Hitler mancano.

Ho pensato che il personaggio di Trump potesse avere un precedente in Bob Cheeney, l’onnipotente vice di Bush jr. Così ho ripensato a un film su di lui intitolato, appunto, Vice. Il regista ne fa un personaggio shakespeariano e introduce nel film un dialogo tra lui e la moglie che riproduce quasi alla lettera il dialogo del Macbeth in cui Lady Macbeth seduce il marito a compiere il crimine che consegnerà nelle sue mani il regno di Scozia. Allora mi sono andato a rileggere, dopo tanto tempo, sia il Macbeth che il Riccardo III di Shakespeare nella bella e ormai introvabile edizione sansoniana del suo teatro. La ricerca del potere per risolvere una loro deformità, caratteriale in Macbeth, apparentemente fisica in Riccardo, è sostenuta dall’odio nei confronti di ciò che ne dà la misura: della virtù di un re nel caso di Macbeth, di un rapporto uomo-donna felice nel caso di Riccardo. Su queste cose di più in un dialogo, Una tempesta più che perfetta, che si può trovare in internet: http://www.journal-psychoanalysis.eu/una-tempesta-piu-che-perfetta/

Si può prevedere che, se vincerà Trump alle prossime elezioni americane, l’Europa finirà con il frantumarsi in una quantità di piccoli stati schiacciata sotto il peso dell’America first, che si aggiungerà un altro episodio alla storia della sequenza degli imperi descritta dagli autori antichi.

Intermezzo “poetico”: In Italia ci sono tanti trumpini/uno di loro si chiama salvini.

Ho visto un film di fantascienza, Waterworld, con K. Costner. Là per là sembrava la solita cazzata, ma poi no. Raccontava che i ghiacci dei poli si erano sciolti e il mondo era stato invaso dai mari. Un diluvio universale, soltanto una terra era rimata emersa. La via per raggiungerla era però tracciata solo su una mappa tatuata sulla schiena di una bambina. Uomini violenti la cercano: vogliono strapparle la pelle dalla schiena per disporre della mappa. Il protagonista, Costner, è un uomo-pesce che inizialmente non vuole saperne, ma poi è conquistato, umanizzato da lei. La salva dagli uomini violenti e insieme, con altri, raggiungono la terra rimasta emersa. Ancora una rappresentazione di quanto possa la sinergia di femminile e virile.

Paradosso: la castrazione è non riuscire a vivere una dimensione femminile. Il castrato, uomo o donna che sia, è chi non riesce ad essere donna. Questo perché la donna è nata prima dell’uomo: nel senso che, mentre Adamo dorme, ella fuoriesce da lui come se fosse un sogno e lui, quando si sveglia, se la trova davanti già sveglia. Su questo, di più nel penultimo capitolo, intitolato “Desiderio e cultura”, di Storicizzare Freud.

Nel saggio sulla femminilità Freud compie lo stesso percorso che nel caso di Dora: come restando chiuso in una forma di solipsismo, in quel saggio non gli interessa la femminilità così come in quel caso non gli interessa Dora, ma la conferma della sua teoria.

Freud ne L’Io e l’Es completa il discorso sull’Edipo parlando di un Edipo capovolto, quello per cui il bambino amerebbe il padre ed odierebbe la madre. Ma il fatto che il bambino ami il padre non ha in sé nulla di negativo, anzi lo porta ad esprimere la propria disposizione femminile, e non è affatto detto che l’amore per il padre comporti l’odio per la madre. Che sia così dipende dal comportamento della madre, dall’eventualità che lei non sia abbastanza donna da amare che il bambino ami il padre.

Visto uno spezzone, non di più, di una performance di Recalcati su Rai tre. Importanza della scenografia: le parole dello psicoanalista non sono rese credibili dai loro contenuti, ma dalla scenografia che fa loro da sfondo. Essa induce una regressione a una sorta di stato ipnotico che rende disponibili a bersi come buono di tutto. Quella scenografia equivale alla piazza vuota che fa da sfondo alla recita del pontefice nei giorni del lockdown.

La Chiesa romana ha usato la peste come metafora del dissenso protestante che nel 1500 ha infranto l’unità dell’Europa cristiana. Si può usare la peste come metafora del silenzio da essa imposto nel 1500 ad altre forme di dissenso che investivano anche il dissenso protestante.

L’eretico può venire accusato di essere orgoglioso del suo essere eretico e corre il pericolo di essere orgoglioso di essere considerato eretico.

Leggo La salute circolare di Ilaria Capua, e mi viene di aggiungervi questo pensiero. L’origine del Coronavirus va datata al momento in cui Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre affinché non cogliessero i frutti dell’albero della vita impedendo loro di creare e condannandoli a un produrre che, sotto l’impulso della ricerca di una soddisfazione che il produrre non poteva dare, sarebbe travalicato in uno sfruttamento delle sue stesse fonti che avrebbe rotto gli equilibri nei quali il virus restava catturato e viveva tranquillo e trattenuto dal compiere lo spillover.

L’insistenza con la cui si parla del virus come nemico invisibile può servire a nascondere l’esistenza di altri nemici invisibili, alcuni dei quali responsabili del libero scorrazzare del virus.

La movida, cui i giovani si sono dati non appena il coronavirus è parso acquietarsi un poco, ricorda le danze macabre che si tenevano del Medioevo in tempo di peste, ma non ha l’eleganza che esse hanno nei dipinti di Hieronymus Bosch.

Ho conosciuto molto tempo fa, e poi occasionalmente rincontrato, un uomo nei confronti del quale ho fatto l’esperienza dell’incomunicabilità, cioè ho avvertito che egli esprimeva qualcosa che impediva la comunicazione, come fosse avvolto da una nube che lo rendeva inaccessibile. Poi ho scoperto che la sua unica figlia si era suicidata. Che con lui mi fosse impossibile comunicare non mi ha scalfito, lo ho solo avvertito, perché non è che lo amassi. Ma la figlia lo amava.

Storie interrotte. Tempi ormai spesi. Storie che non c’è modo di farle andare diversamente da come sono andate. Storie che sono come tanti ponti Morandi, ma per le quali non c’è ricostruzione. Storie che finiscono sul vuoto.

La distanza che si stabilisce tra due partner di un rapporto una volta questo finito è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza che avevano vissuto quando era vivo.

Pensare, scrivere, scavare per approfondire e chiarire: è come avviarsi lungo una strada senza fine. Ars longa, vita brevis.

Lo scorso agosto, cioè un anno fa, ho incontrato per caso al baretto che spesso frequento una giovane donna. Lei ha poi scritto del nostro incontro, di come è avvenuto e di cosa ci siamo detto. Di lei so che si chiama Irene, Irene Barcarolo, che vive da qualche parte nell’Italia del Nord, che le piace viaggiare ed evidentemente anche scrivere. Di più di lei non so, né la ho più vista. Ha intitolato quanto ha scritto “Della meraviglia e degli Dei”. Quanto ha scritto di quell’incontro e di me mi è piaciuto e mi ha fatto bene. Lo pubblico così come è, con il suo permesso, tra le bollicine perché vale assai più di una bollicina, e per gratitudine.

Incontro con Antonello Armando alla Gelateria Giolitti il primo agosto duemiladiciannove

Nella Gelateria Giolitti fanno lo zabaione come non lo fa nessuno mi hanno detto ma io c’ho caldo e allora ho preso la granita al caffè e non ce la volevo la panna che con vent’otto gradi fuori fa ricotta invece il signor Claudio la panna ce l’ha voluta mettere lo stesso e c’aveva ragione perché é la fine del mondo.

Pago al santino di Totti autografato scolorito, inchiodato alla parete di legno vicino alla cassa e mi siedo fuori, sola.

Fuori ci sono sei tavoli rotondi scrostati, con le sedie di quelle con il filo di plastica arancione intrecciato, con lo sporco nero incrostato nelle giunture che ormai fa parte della struttura portante, come le gambe e lo schienale. È lo sporco che le tiene su.

Mi siedo, vicino a me signore intente a mangiare il gelato senza mordere la cialda del biscotto a forma di cannuccia per paura che cada la dentiera, posata sul piattino della coppa cola appiccicoso sul tavolo. Si ripetono a vicenda cinque o sei volte quanto buono sia il gelato prendendo una salvietta per pulirsi la bocca e le dita nodose e curve ad ogni assaggio.

Antonello stava in piedi guardando i sei tavolini tutti occupati e io, turista di passaggio, da sola, mai avrei potuto privare un cliente affezionato della sua poltrona alla gelateria Giolitti.

Così lo invito a sedersi con me e parlammo della Meraviglia e degli Dei.

La nostra conversazione non é quella di due persone con la stessa conoscenza del mondo né la stessa dialettica.

Antonello non parlava come me, con i pensieri che affiorano a pelo d’acqua qua e là come pesci in un fiumiciattolo quando butti qualche briciola. Guizzi e spruzzi di un discorso che non so fare sul mondo sulle cose sulla vita e sul suo senso, il mio é un sentire molto difficile da dire e lucido a momenti. Antonello invece parla come una persona che ci ha speso la vita sopra e parla come una persona che ci ha scritto e riscritto e quando scrivi, i pensieri diventano chiari non solo a te ma anche agli altri, allora é proprio vero che qualcosa hai capito.

-La meraviglia degli uomini é ciò che sta al principio della vita. Sapersi meravigliare, accorgersi e predisporsi ad accogliere la meraviglia può essere particolarmente raro per chi non ha occhi. E tale rarità non deriva dalla rarità nel trovare buone meraviglie, ogni attimo contiene in sé buone meraviglie ma la gente, dicevo, ha perso gli occhi.

Più spesso la gente si meraviglia per le cose sbagliate.

-Cosa intende per cose sbagliate?

Ti piace Salvini? Stupisce la gente quello che dice, quest’idea del chiudere i porti trova molto seguito. Quando le idee deliranti personali diventano le idee deliranti condivise da una comunità che si meraviglia per la loro forza e attribuisce loro una valenza magica, salvifica, è meraviglia per le cose sbagliate. Quando un’azione, una parola, un’idea assume una connotazione magica sotto la quale l’immaginazione di un concetto si incrementa, questa è una meraviglia per le cose sbagliate.

-Come il Nazismo?

-Sì, anche! La storia ci dà molti esempi.

Dici, senza saperlo, quello che dicevano gli antichi. Gli Dei stanno in ogni cosa. Sorrido sapendo di aver detto una cosa bella e interessante.

E cosa fai quando vedi gli Dei?

Niente, mi meraviglio. Rispondo

Ma per vederli bisogna imparare ad aspettare. A volte arrivano all’improvviso mentre stai facendo altro. Se invece li stai cercando devi aspettare. E anche ad aspettare mi alleno viaggiando da sola.

-Le persone si scocciano tanto ad aspettare. O si annoiano e si scocciano o si annoiano e cercano un diversivo.

Esatto!

E se poi le persone devono aspettare da sole si scocciano il doppio perché si annoiano di loro stesse. Non sanno stare in loro compagnia, non sanno cosa dirsi.

Ecco perché annegano gli occhi nello schermo del cellulare, per trovare qualcosa di interessante fuori di sé. Ogni volta che si apre il discorso sul rapporto tra i giovani e il cellulare temo sfoci in qualche frase pesante trita e ritrita che inizia con “ai miei tempi” e non so come vada a finire perché non l’ascolto.

Ma Antonello parla di filosofia, non di cellulari, di oggi non di ieri.

-Anche a me piacciono molto le attese, quando vado a trovare mio figlio a Ginevra ci vado in treno. Mi piacciono le stazioni.

-Anche a me piacciono le stazioni. E il viaggio in sé, a volte mi è piaciuto più della vacanza. Vedere il panorama cambiare dietro al finestrino, rendermi conto delle distanze che intercorrono tra i luoghi e lo spazio che si trasforma quanto più velocemente il treno scorre sulle rotaie, le ruote sull’asfalto, le gambe che calpestano le calli di Venezia.

Traduco quello che mi succede in spazio. Capita spesso, un po’ mi alleno fino a che mi viene anche naturale ora.

-Ricordo con affetto il viaggio fatto a Venezia quando avevo una ventina d’anni da solo. Stavo in un ostello vicino a Rialto. È una città che predispone a pensare e ad accorgersi, a meravigliarsi e a trovare l’inatteso.

-Una delle cose che mi piace di più di Venezia è il suo potere livellante. Intendo dire che è una città alla quale non interessa che tu abbia la macchina più comoda e potente la moto più fiammeggiante salta coda, che tu sia abituato a chiamare il taxi perché così non ti devi preoccupare di come muoverti. Venezia ti fa camminare! E così più ricco è chi ha le gambe buone, scarpe comode, fiato e orientamento.

-Ognuno lo fa in modo diverso però. Anche io quando lei è arrivato stavo guardando il telefono ma stavo scrivendo appunti perché non ho nulla su cui scrivere.

-cerco di salvarmi. Passo molto tempo anche io annegata nel telefono

-Te la do io carta penna.

Come ti chiami?

-Irene. Lei?

-Te la do io carta e penna, Irene.

La gente crede di informarsi leggendo notizie inutili e senza critica, crede di essere partecipe vedendo cosa fanno e dicono gli altri. Crede di scoprire cose nuove, si meraviglia della magia della tecnologia che tutto può e potrà sempre di più senza che nessuno sappia come.

-Ho avuto un professore all’università che ci parlava della folle supremazia della tecnica. Una religione che ci allontana dal senso dandoci in pasto significati della realtà senza più trovarne un Senso, che ci dà nuovi oggetti da idolatrare.

Non mi ricordo più cosa ci siamo detti Antonello ed io, abbiamo parlato per ore seduti come vecchi amici sul plateatico mentre il sole iniziava a tramontare e i pensieri diventavano parole che zampillavano come acqua fresca sotto la calura di una Roma ad agosto, trascinata con le vesciche ai piedi e la pelle appiccicosa sotto l’abito bianco.

-Mi permetta di offrirle la granita Irene, ma gliel’ha messa la panna Claudio vero?

-L’ho già pagata Antonello, manca il te al limone ma non si disturbi

-Pago tutto Claudio e per favore dammi anche una bottiglia di vino da portare via.

Roma torna intorno a me rumorosa e veloce mentre esco dalla bolla di un momento, mentre metto in tasca un sassolino rotondo che faccio giocare tra le dita.

-La accompagno a prendere l’autobus così questo momento dura ancora un po’, mi permette?

Marzo 2020

La sera del 27 ho ascoltato, e soprattutto visto, in TV l’omelia pronunciata dal pontefice in occasione della pandemia davanti a una piazza San Pietro vuota. Dico “visto” perché si è trattato di un grande spettacolo teatrale, una scenografia di perfezione e suggestività inarrivabili che può far vergognare le altre che la TV offre.

Ancora una volta il pontefice fa il pontefice, fa quello che facevano gli ingegneri etruschi secoli or sono: getta un ponte su un  passaggio che questa volta è il passaggio dell’umanità tutta attraverso una catastrofe. Il ponte è quello spettacolo teatrale, quel rito.

La potenza del rito sta nel rendere reale ciò che non lo è. E’ irreale attendersi l’aiuto divino invocato dal pontefice e da lui offerto all’umanità perché possa passare attraverso una catastrofe; eppure lo spettacolo teatrale,  il rito, hanno l’effetto reale di rendere quell’aiuto credibile. Suscitano una emozione che di per sé non ha oggetto, ma, essendo tu costretto per non lasciatene portare troppo lontano a dargliene uno, lo trova in chi l’officiante del rito indica.

Anche la scienza tenta di gettare un ponte su quel passaggio. Lo fa, come le è proprio, ricorrendo alla magia dei numeri, sciorinando tutte le sere, non davanti a un’immensa piazza vuota, ma davanti a una squallida scrivania, come grani di un rosario, i numeri dei contagiati, dei guariti e dei morti. La sua è una magia che crea assuefazione e indifferenza, quella del pontefice si accompagna al fumo degli incensi a indirizzare verso quanto egli chiama fede.

Coloro che costruiscono il ponte della fede per passare attraverso la catastrofe generata da un virus sono gli stessi che lo hanno prodotto ed ora se ne servono per farsi venerare.

«Perché avete paura, non avete fede?» E’ il leit motiv dell’omelia del pontefice davanti alla immensa piazza vuota. Ed è vero, la paura dipende dalla mancanza di fede, come la malattia dipende dall’avere dimenticato e perso il trauma della meraviglia. Ma sono preti, ti ingannano, dicono una cosa vera per fartene accettare una che ha la sola verità di procurare un loro vantaggio che è quello di non perdere loro la capacità di avere fede che hanno barattato con quella di meravigliarsi. Compiono infatti una sorta di triangolazione. Parlano di fede in dio per proporre di avere fede e obbedienza in loro stessi.

La religione, che impone agli esseri umani di barattare la creatività con la produttività, è stata un potente incentivo a violentare una natura che si vendica producendo quella peste che chi la ha prodotta si offre di curare a proprio vantaggio.

Imponendo agli esseri umani di barattare la creatività con la produttività, la religione li ha incamminati verso un delirio di onnipotenza che nell’intento di dominare la natura li ha condotti vicini a distruggerla ed ora si propone come argine a questo delirio.

Il coronavirus è l’agente della vendetta di una natura sfruttata e violentata.

Tutti parlano della necessità dopo la catastrofe di pensare alla ricostruzione, ma ben pochi, e comunque inascoltati, parlano  della necessità di cambiare e di come possa essere pericoloso e cieco  voler ricostruire, come ciò possa portare a una maggior catastrofe dopo la quale non ci sarà nulla da ricostruire.

Nell’iniziale intenzione di Boris Johnson di lasciar correre l’epidemia rispuntano il malthusianesimo e l’eugenetica come metodo per realizzare uno stato perfetto e duraturo. Si riaffaccia l’anima nazista del mondo anglosassone descritta da Roth e da Ishiguro.

Un’idea può essere che la peste che Boccaccio aveva presente nello scrivere il Decamerone fosse il Cristianesimo. Se fosse così, bisognerebbe comprendere perché l’antidoto che egli propone contro la peste è il conversare di garzoni e donzelle.

L’epidemia funge, nei confronti di quanto posto in essere da un’umanità che ha barattato la creatività con la produzione, come quel mezzo di contrasto che si cerca per riconoscere il virus che la provoca. E’ come una lente di ingrandimento, un mezzo di rilevamento. In generale, porta a renderci conto delle cose che facevamo e a interrogarci sul loro valore. Forse può far sì che, se molti erano quelli che vedono pochi quelli che sentono,  molti divengano quelli che sentono pochi quelli che vedono.

L’essere è il nulla.

Letto di Sandor Màrai, La donna giusta. Sullo sfondo della catastrofe della società ungherese con la seconda guerra mondiale, trasferisce la dialettica hegeliana servo padrone nel rapporto uomo donna. Il senso di colpa porta il padrone ad annullarsi per riscattare il servo che non lo perdona di dovere a lui il proprio riscatto, e così naufragano tutti e due nel nulla.

Visto la sera del 23 un film di Clint Eastwood, La tela del ragno. Un omosessuale uccide una donna per donarne il cuore a un uomo malato di cuore che non lo corrispondeva come se imputasse la sua indifferenza nei propri confronti al fatto di essere senza un cuore di donna; ma, appena costui ottiene un tal cuore, punisce l’omosessuale che glielo aveva fatto avere innamorandosi di una donna  che è la sorella di quella di cui ora aveva il cuore. Ancora una volta Eastwood propone pensieri inconsueti e profondi che da lui non ti aspetteresti. Possibile che, oltre tutto, abbia intuito il rapporto tra immagine e figura, quello stesso rapporto tra Qara Kotz e il suo specchio di cui parla Rushdie ne L’incantatrice di Firenze, ma di cui già tanto tempo fa parlava Dante mettendo accanto a Beatrice la donna dello schermo?

Paradosso: infrangere le regole per trovare una regola.

Intellettuale può a buon diritto dirsi chi riesce a sollevare il capo oltre gli schemi della cultura vigente.

Intellettuale può a buon diritto dirsi chi porta la propria mente oltre i luoghi comuni della cultura vigente accedendo così a un libero spazio ed essendo disposto a pagare il prezzo di una se non altro parziale solitudine per poter pensare. E’ sempre un eretico, un escluso da una comunità che fonda la propria sopravvivenza sulla condivisione e sulla solidità dei luoghi comuni.

Gennaio-febbraio 2020

Analisti nelle nuvole. In un gruppo in cui si discute di casi clinici, un collega  racconta un sogno di un suo paziente: questi si trova con l’analista al cinema e subito dopo vede la propria donna fare sesso con l’analista. I colleghi si concentrano a commentare la seconda parte del sogno e concludono dicendo quanto sia sempre e comunque importante l’Edipo. Io penso che in tal modo parlavano di un sogno che il paziente non aveva fatto perché questi non aveva sognato che l’analista aveva rapporti con la sua compagna, ma che prima stava con lui al cinema, poi aveva quei rapporti. Il sogno dice di questa sequenza e la prima e la seconda scena stanno a significare non ciascuna di se stessa, ma di questa sequenza. Penso poi che il sogno è una chiara esemplificazione della tesi de Il trauma dimenticato: la proposizione dell’Edipo come paradigma interpretativo dei sogni consegue alla perdita del rapporto in analisi con le immagini (significato dallo “stare con l’analista al cinema”) presente nella prima scena. Mi rendo conto di quanto quella tesi e quel del libro siano distanti dalla possibilità di essere recepiti. Così taccio, mi avvilisco e passo gran parte del pomeriggio a giocare a scacchi.

Le persone quando parlano raramente si ascoltano.

La chiave del sogno ne L’interpretazione dei sogni è il complesso edipico. La chiave del  sogno ne Il trauma dimenticato è la ricerca del nesso tra un elemento del sogno e qualche contenuto dell’esperienza che il sognatore condivide con colui cui racconta il sogno e che può essere anche egli stesso. La differenza tra  le due chiavi consiste nel fatto che l’uso della prima porta a procedere dall’alto, quello della seconda dal basso, l’uso della prima è deduttivo, quello della seconda induttivo, la prima fornisce un significato scontato, la seconda la condizione della ricerca di un significato.

L’affermazione di Penelope secondo cui esistono sogni che passano attraverso la porta d’avorio e sono ingannevoli e altri che passano attraverso la porta di corno e sono veritieri, va corretta nel senso che tutti i sogni ingannano e illuminano,  possono fare l’una e l’altra cosa. Non dipende però da loro, ma da come li guardi. Rispetto a molti sogni può infatti trattarsi di stabilire se quanto dicono corrisponde a un’intuizione o a una negazione del sognatore, se esprimono una sua immotivata paura o una sua visione chiara.

A volte le connessioni tra due immagini di sogno o tra due sogni scorrono a troppo grande distanza dall’Io cosciente, oppure troppo vicine ad esso,  perché possano venire  captate e riconosciute.

La discussione degli psicoanalisti sul controtransfert, se se ne debba tenere conto o meno, è una forma della storica opposizione tra un conoscere condizionato dalla non conoscenza delle sue condizioni e uno che non prescinde da tale conoscenza. Sapere matematico, sapere qualitativo. Ricerca del significato e ricerca della funzione. Del come e del perché. Pirsig. La mia incapacità di comprendere, quando facevo l’università, che utilità avesse studiare  il libro di Aristotele sulle  Categorie.

Critica: strumento della separazione da luoghi comuni che nascondono la realtà delle cose, enormi fake news che portano a imboccare strade sbagliate. Nel mio lavoro ho adoperato quello strumento rispetto a alcuni di quei luoghi comuni. Alla tesi della storiografia idealistica secondo cui l’Umanesimo conterrebbe una prima critica della religione. Alla consolidata credenza secondo cui il principe de Il principe di Machiavelli sarebbe Cesare Borgia e Machiavelli lo scrittore de Il principe che avrebbe posto su basi razionali il pensiero politico. Alla convinzione che il pensiero di Dewey sarebbe opposto al totalitarismo. All’abbaglio secondo cui Freud avrebbe realizzato la terza rivoluzione copernicana.

Le fake news non sono altro che l’estremo sviluppo, favorito dal progresso tecnologico, del condizionamento culturale inteso come perversione della paideia. Non è facile sviluppare una capacità di pensare che non segua le vie tracciate da quel condizionamento, squarciare il tessuto che ci avvolge, riuscire ad affacciarsi oltre il suo banco di nebbia.

Ho avuto la fortuna di vedere la cappella Sistina prima del grande restauro degli anni Ottanta-Novanta. Ricordo il senso di perdita e di delusione provato nel vedere poi l’affresco restaurato. Difficile dire cosa è andato perduto. Quanto vi era stato sostituito era una bellezza che possiamo chiamare “turistica” e induce a una contemplazione passiva.

I cinque stelle e le guardie rosse della rivoluzione cinese di Mao: l’ideologia della purezza e l’idealizzazione dell’incompetenza,

A “Piazza  pulita” del 14 febbraio, presenti tra altri Elsa Fornero e Vittorio Sgarbi, si discute della caccia all’untore messa su da Salvini citofonando alla casa di un Islamico indicato da una donna come spacciatore. Elsa Fornero esprime tutta la sua indignazione, ma quando Sgarbi minimizza ed anzi giustifica quel gesto estrapolandolo dal contesto e  riportandolo a un problema di linguaggio della politica, ella non è in grado di fargli notare che così minimizzandolo e giustificandolo dimentica che nell’episodio era coinvolto un “altro” e ne comportava la lesione.

Manzoni, I promessi sposi, l’episodio della peste e  il fenomeno della caccia all’untore. Salvini deve non avere letto I promessi sposi, o non deve averli capiti, se ha potuto esibirsi come capopopolo della caccia all’untore.

Subito dopo quell’episodio compare sulla porta di casa di alcuni Ebrei la scritta nazista “hier jude”: è una imitazione del gesto di Salvini?

Salvini al citofono. Il folle che uccide nove islamici ad Hanau. 2020: a questo punto è arrivata la cultura dell’Occidente. Lo sgomento di fronte all’enormità, allo spessore, di questo delirio culturale decresce solo se lo si misura rispetto a un tempo più lungo di quello della storia di tale cultura, se si pensa che essa è un effimero momento della storia.

Difficile dire, a proposito delle leggi razziali, se è più grave il fatto che furono promulgate per la convinzione che gli Ebrei fossero una razza impura o per calcolo politico, cioè perché coltivare quella convinzione  serviva a consolidare il regime,

La Svizzera equipara come reati la negazione dell’olocausto  e la non accettazione dell’omosessualità dimenticando un piccolo dettaglio: che l’olocausto fu opera dei Nazisti, noti omosessuali latenti e manifesti.

Incredibile, pazzesco: sembra che l’Università di Yale abbia deciso di cancellare un corso di introduzione alla storia dell’arte del Rinascimento perché “frutto di una cultura bianca, eterosessuale, occidentale e maschile”.

Visto per caso in TV Remember, un film del 2015 di Aton Egoyan. Un Ebreo reduce da Auschwitz, anziano ospite di una casa di riposo, spinge un altro anziano ospite affetto da un principio di Alzheimer, Zev, anche lui reduce da Auschwitz e che ritiene essere ebreo, a giustiziare un nazista che, responsabile dello sterminio della sua famiglia, viveva sotto falso nome in una località del Nevada. Dopo molte peripezie, Zev incontra chi avrebbe dovuto giustiziare ed è portato a ricordare che ambedue erano stati nazisti responsabili di molte morti nel campo di Auschwitz e si erano sottratti alla giustizia fingendosi ebrei. Un film coraggioso. Sotto l’ebreo può nascondersi il nazista. Più in generale, qualcosa può accomunare la vittima e il carnefice.

Verità indicibili, cose che non possono essere dette. Gira e rigira, Ebrei e Nazisti hanno un punto in comune; non sono stati forse gli Ebrei i primi a dichiararsi popolo eletto? E ancora oggi non si atteggiano come tali in Palestina?.

Il rapporto con certe donne è come un balcone dal quale ci si affaccia a guardare cosa accade nel mondo esterno. Porsi in rapporto con altre è come scendere in un pozzo nel quale, come accade a più personaggi dei romanzi di Murakami e più che mai  nell’ultimo (Il commendatore), si sta calati a cercare di percepire vibrazioni e voci che non sembrano venire dal mondo esterno.

Ogni uomo vuole essere una donna così come ogni donna vuole essere un uomo. Come realizzare questi loro desideri? Il chirurgo può aiutare l’uomo, ma non la donna.

Grazie al progresso scientifico, all’invidia del pene si  viene sostituendo nella donna l’invidia per l’uomo in quanto questi può diventare donna mentre lei non può diventare uomo.

Cremerius, in Il futuro della psicoanalisi,  affronta il problema della roccia biologica, in particolare quel suo aspetto costituito dall’asserto di Freud che l’analista nulla può quando incontra la donna fallica che lo confronta con l’invidia del pene. Sostiene che tale invidia è una formazione reattiva contro la condizione di minorità in cui la donna è tenuta dalla società e dalla psicoanalisi.  Sostiene anche che è possibile non lasciarsi bloccare dalla roccia biologica assecondando l’invidia del pene nel senso di renderla inutile aiutando la donna a liberarsi del senso di minorità in cui è tenuta dal pregiudizio sociale e psicoanalitico realizzandosi nella società. Porta l’esempio di una donna fallica che guarisce non grazie alle interpretazioni dell’analista, ma perché questi la incoraggia a realizzarsi. Un poco?

Eccezioni, ovvero evenienze che spingono a capire di più.

Il rischio di pandemia da coronavirus; era previsto, doveva accadere, è un momento della lotta per la sopravvivenza, descritta da Quimmen in Spillover, che da sempre si svolge tra i microrganismi e gli umani .

I momenti più pienamente vissuti sono quelli in cui non ti accorgi del passare del tempo. Il tempo vissuto è dunque quello che non c’è stato. E’ un assoluto presente che non è un presente perché è come stare nell’eternità. E’ da esso che si genera l’idea dell’eternità?

E’ bello vivere la vita anche se è impossibile a chi la vive conferirle un senso. E allora si è tentati di credere che abbia un senso per un altro. Sta qui l’origine razionale della religione? E quale è il nesso tra questa radice razionale e quella irrazionale che pone tale origine nell’avere “visto” o “ascoltato” questo qualcun altro?