Aprile – Agosto 2020

Leggo Sommersi e salvati di Primo Levi. Primo Levi si è scontrato, e ne è stato travolto, con l’impossibilità di comunicare un orrore che non è possibile comunicare.

Leggo Il seminario perpetuo. Il tardo e ultimo Lacan, di Gioele Cima. Un lavoro di grande impegno, sapientemente strutturato, pacatamente critico. Non è che abbia capito tutto, ma quanto ho capito mi ha confermato nella mia idiosincrasia nei confronti del pensiero di Lacan. Il procedere sincopato della sua prosa, e della sua prassi, mi ha fatto pensare, forse a sproposito, agli scatti isterici con cui Hitler accompagnava i suoi discorsi.

Somiglianza e diversità tra l’oratoria di Hitler e quella di Mussolini. Ambedue inseriscono nei loro discorsi momenti che non appartengono al discorso in quanto sono puramente scenografici e possono essere definiti isterici nel loro essere fatti di scatti improvvisi. Gli scatti improvvisi dei discorsi di Mussolini sono preceduti da pause che in quelli di Hitler mancano.

Ho pensato che il personaggio di Trump potesse avere un precedente in Bob Cheeney, l’onnipotente vice di Bush jr. Così ho ripensato a un film su di lui intitolato, appunto, Vice. Il regista ne fa un personaggio shakespeariano e introduce nel film un dialogo tra lui e la moglie che riproduce quasi alla lettera il dialogo del Macbeth in cui Lady Macbeth seduce il marito a compiere il crimine che consegnerà nelle sue mani il regno di Scozia. Allora mi sono andato a rileggere, dopo tanto tempo, sia il Macbeth che il Riccardo III di Shakespeare nella bella e ormai introvabile edizione sansoniana del suo teatro. La ricerca del potere per risolvere una loro deformità, caratteriale in Macbeth, apparentemente fisica in Riccardo, è sostenuta dall’odio nei confronti di ciò che ne dà la misura: della virtù di un re nel caso di Macbeth, di un rapporto uomo-donna felice nel caso di Riccardo. Su queste cose di più in un dialogo, Una tempesta più che perfetta, che si può trovare in internet: http://www.journal-psychoanalysis.eu/una-tempesta-piu-che-perfetta/

Si può prevedere che, se vincerà Trump alle prossime elezioni americane, l’Europa finirà con il frantumarsi in una quantità di piccoli stati schiacciata sotto il peso dell’America first, che si aggiungerà un altro episodio alla storia della sequenza degli imperi descritta dagli autori antichi.

Intermezzo “poetico”: In Italia ci sono tanti trumpini/uno di loro si chiama salvini.

Ho visto un film di fantascienza, Waterworld, con K. Costner. Là per là sembrava la solita cazzata, ma poi no. Raccontava che i ghiacci dei poli si erano sciolti e il mondo era stato invaso dai mari. Un diluvio universale, soltanto una terra era rimata emersa. La via per raggiungerla era però tracciata solo su una mappa tatuata sulla schiena di una bambina. Uomini violenti la cercano: vogliono strapparle la pelle dalla schiena per disporre della mappa. Il protagonista, Costner, è un uomo-pesce che inizialmente non vuole saperne, ma poi è conquistato, umanizzato da lei. La salva dagli uomini violenti e insieme, con altri, raggiungono la terra rimasta emersa. Ancora una rappresentazione di quanto possa la sinergia di femminile e virile.

Paradosso: la castrazione è non riuscire a vivere una dimensione femminile. Il castrato, uomo o donna che sia, è chi non riesce ad essere donna. Questo perché la donna è nata prima dell’uomo: nel senso che, mentre Adamo dorme, ella fuoriesce da lui come se fosse un sogno e lui, quando si sveglia, se la trova davanti già sveglia. Su questo, di più nel penultimo capitolo, intitolato “Desiderio e cultura”, di Storicizzare Freud.

Nel saggio sulla femminilità Freud compie lo stesso percorso che nel caso di Dora: come restando chiuso in una forma di solipsismo, in quel saggio non gli interessa la femminilità così come in quel caso non gli interessa Dora, ma la conferma della sua teoria.

Freud ne L’Io e l’Es completa il discorso sull’Edipo parlando di un Edipo capovolto, quello per cui il bambino amerebbe il padre ed odierebbe la madre. Ma il fatto che il bambino ami il padre non ha in sé nulla di negativo, anzi lo porta ad esprimere la propria disposizione femminile, e non è affatto detto che l’amore per il padre comporti l’odio per la madre. Che sia così dipende dal comportamento della madre, dall’eventualità che lei non sia abbastanza donna da amare che il bambino ami il padre.

Visto uno spezzone, non di più, di una performance di Recalcati su Rai tre. Importanza della scenografia: le parole dello psicoanalista non sono rese credibili dai loro contenuti, ma dalla scenografia che fa loro da sfondo. Essa induce una regressione a una sorta di stato ipnotico che rende disponibili a bersi come buono di tutto. Quella scenografia equivale alla piazza vuota che fa da sfondo alla recita del pontefice nei giorni del lockdown.

La Chiesa romana ha usato la peste come metafora del dissenso protestante che nel 1500 ha infranto l’unità dell’Europa cristiana. Si può usare la peste come metafora del silenzio da essa imposto nel 1500 ad altre forme di dissenso che investivano anche il dissenso protestante.

L’eretico può venire accusato di essere orgoglioso del suo essere eretico e corre il pericolo di essere orgoglioso di essere considerato eretico.

Leggo La salute circolare di Ilaria Capua, e mi viene di aggiungervi questo pensiero. L’origine del Coronavirus va datata al momento in cui Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre affinché non cogliessero i frutti dell’albero della vita impedendo loro di creare e condannandoli a un produrre che, sotto l’impulso della ricerca di una soddisfazione che il produrre non poteva dare, sarebbe travalicato in uno sfruttamento delle sue stesse fonti che avrebbe rotto gli equilibri nei quali il virus restava catturato e viveva tranquillo e trattenuto dal compiere lo spillover.

L’insistenza con la cui si parla del virus come nemico invisibile può servire a nascondere l’esistenza di altri nemici invisibili, alcuni dei quali responsabili del libero scorrazzare del virus.

La movida, cui i giovani si sono dati non appena il coronavirus è parso acquietarsi un poco, ricorda le danze macabre che si tenevano del Medioevo in tempo di peste, ma non ha l’eleganza che esse hanno nei dipinti di Hieronymus Bosch.

Ho conosciuto molto tempo fa, e poi occasionalmente rincontrato, un uomo nei confronti del quale ho fatto l’esperienza dell’incomunicabilità, cioè ho avvertito che egli esprimeva qualcosa che impediva la comunicazione, come fosse avvolto da una nube che lo rendeva inaccessibile. Poi ho scoperto che la sua unica figlia si era suicidata. Che con lui mi fosse impossibile comunicare non mi ha scalfito, lo ho solo avvertito, perché non è che lo amassi. Ma la figlia lo amava.

Storie interrotte. Tempi ormai spesi. Storie che non c’è modo di farle andare diversamente da come sono andate. Storie che sono come tanti ponti Morandi, ma per le quali non c’è ricostruzione. Storie che finiscono sul vuoto.

La distanza che si stabilisce tra due partner di un rapporto una volta questo finito è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza che avevano vissuto quando era vivo.

Pensare, scrivere, scavare per approfondire e chiarire: è come avviarsi lungo una strada senza fine. Ars longa, vita brevis.

Lo scorso agosto, cioè un anno fa, ho incontrato per caso al baretto che spesso frequento una giovane donna. Lei ha poi scritto del nostro incontro, di come è avvenuto e di cosa ci siamo detto. Di lei so che si chiama Irene, Irene Barcarolo, che vive da qualche parte nell’Italia del Nord, che le piace viaggiare ed evidentemente anche scrivere. Di più di lei non so, né la ho più vista. Ha intitolato quanto ha scritto “Della meraviglia e degli Dei”. Quanto ha scritto di quell’incontro e di me mi è piaciuto e mi ha fatto bene. Lo pubblico così come è, con il suo permesso, tra le bollicine perché vale assai più di una bollicina, e per gratitudine.

Incontro con Antonello Armando alla Gelateria Giolitti il primo agosto duemiladiciannove

Nella Gelateria Giolitti fanno lo zabaione come non lo fa nessuno mi hanno detto ma io c’ho caldo e allora ho preso la granita al caffè e non ce la volevo la panna che con vent’otto gradi fuori fa ricotta invece il signor Claudio la panna ce l’ha voluta mettere lo stesso e c’aveva ragione perché é la fine del mondo.

Pago al santino di Totti autografato scolorito, inchiodato alla parete di legno vicino alla cassa e mi siedo fuori, sola.

Fuori ci sono sei tavoli rotondi scrostati, con le sedie di quelle con il filo di plastica arancione intrecciato, con lo sporco nero incrostato nelle giunture che ormai fa parte della struttura portante, come le gambe e lo schienale. È lo sporco che le tiene su.

Mi siedo, vicino a me signore intente a mangiare il gelato senza mordere la cialda del biscotto a forma di cannuccia per paura che cada la dentiera, posata sul piattino della coppa cola appiccicoso sul tavolo. Si ripetono a vicenda cinque o sei volte quanto buono sia il gelato prendendo una salvietta per pulirsi la bocca e le dita nodose e curve ad ogni assaggio.

Antonello stava in piedi guardando i sei tavolini tutti occupati e io, turista di passaggio, da sola, mai avrei potuto privare un cliente affezionato della sua poltrona alla gelateria Giolitti.

Così lo invito a sedersi con me e parlammo della Meraviglia e degli Dei.

La nostra conversazione non é quella di due persone con la stessa conoscenza del mondo né la stessa dialettica.

Antonello non parlava come me, con i pensieri che affiorano a pelo d’acqua qua e là come pesci in un fiumiciattolo quando butti qualche briciola. Guizzi e spruzzi di un discorso che non so fare sul mondo sulle cose sulla vita e sul suo senso, il mio é un sentire molto difficile da dire e lucido a momenti. Antonello invece parla come una persona che ci ha speso la vita sopra e parla come una persona che ci ha scritto e riscritto e quando scrivi, i pensieri diventano chiari non solo a te ma anche agli altri, allora é proprio vero che qualcosa hai capito.

-La meraviglia degli uomini é ciò che sta al principio della vita. Sapersi meravigliare, accorgersi e predisporsi ad accogliere la meraviglia può essere particolarmente raro per chi non ha occhi. E tale rarità non deriva dalla rarità nel trovare buone meraviglie, ogni attimo contiene in sé buone meraviglie ma la gente, dicevo, ha perso gli occhi.

Più spesso la gente si meraviglia per le cose sbagliate.

-Cosa intende per cose sbagliate?

Ti piace Salvini? Stupisce la gente quello che dice, quest’idea del chiudere i porti trova molto seguito. Quando le idee deliranti personali diventano le idee deliranti condivise da una comunità che si meraviglia per la loro forza e attribuisce loro una valenza magica, salvifica, è meraviglia per le cose sbagliate. Quando un’azione, una parola, un’idea assume una connotazione magica sotto la quale l’immaginazione di un concetto si incrementa, questa è una meraviglia per le cose sbagliate.

-Come il Nazismo?

-Sì, anche! La storia ci dà molti esempi.

Dici, senza saperlo, quello che dicevano gli antichi. Gli Dei stanno in ogni cosa. Sorrido sapendo di aver detto una cosa bella e interessante.

E cosa fai quando vedi gli Dei?

Niente, mi meraviglio. Rispondo

Ma per vederli bisogna imparare ad aspettare. A volte arrivano all’improvviso mentre stai facendo altro. Se invece li stai cercando devi aspettare. E anche ad aspettare mi alleno viaggiando da sola.

-Le persone si scocciano tanto ad aspettare. O si annoiano e si scocciano o si annoiano e cercano un diversivo.

Esatto!

E se poi le persone devono aspettare da sole si scocciano il doppio perché si annoiano di loro stesse. Non sanno stare in loro compagnia, non sanno cosa dirsi.

Ecco perché annegano gli occhi nello schermo del cellulare, per trovare qualcosa di interessante fuori di sé. Ogni volta che si apre il discorso sul rapporto tra i giovani e il cellulare temo sfoci in qualche frase pesante trita e ritrita che inizia con “ai miei tempi” e non so come vada a finire perché non l’ascolto.

Ma Antonello parla di filosofia, non di cellulari, di oggi non di ieri.

-Anche a me piacciono molto le attese, quando vado a trovare mio figlio a Ginevra ci vado in treno. Mi piacciono le stazioni.

-Anche a me piacciono le stazioni. E il viaggio in sé, a volte mi è piaciuto più della vacanza. Vedere il panorama cambiare dietro al finestrino, rendermi conto delle distanze che intercorrono tra i luoghi e lo spazio che si trasforma quanto più velocemente il treno scorre sulle rotaie, le ruote sull’asfalto, le gambe che calpestano le calli di Venezia.

Traduco quello che mi succede in spazio. Capita spesso, un po’ mi alleno fino a che mi viene anche naturale ora.

-Ricordo con affetto il viaggio fatto a Venezia quando avevo una ventina d’anni da solo. Stavo in un ostello vicino a Rialto. È una città che predispone a pensare e ad accorgersi, a meravigliarsi e a trovare l’inatteso.

-Una delle cose che mi piace di più di Venezia è il suo potere livellante. Intendo dire che è una città alla quale non interessa che tu abbia la macchina più comoda e potente la moto più fiammeggiante salta coda, che tu sia abituato a chiamare il taxi perché così non ti devi preoccupare di come muoverti. Venezia ti fa camminare! E così più ricco è chi ha le gambe buone, scarpe comode, fiato e orientamento.

-Ognuno lo fa in modo diverso però. Anche io quando lei è arrivato stavo guardando il telefono ma stavo scrivendo appunti perché non ho nulla su cui scrivere.

-cerco di salvarmi. Passo molto tempo anche io annegata nel telefono

-Te la do io carta penna.

Come ti chiami?

-Irene. Lei?

-Te la do io carta e penna, Irene.

La gente crede di informarsi leggendo notizie inutili e senza critica, crede di essere partecipe vedendo cosa fanno e dicono gli altri. Crede di scoprire cose nuove, si meraviglia della magia della tecnologia che tutto può e potrà sempre di più senza che nessuno sappia come.

-Ho avuto un professore all’università che ci parlava della folle supremazia della tecnica. Una religione che ci allontana dal senso dandoci in pasto significati della realtà senza più trovarne un Senso, che ci dà nuovi oggetti da idolatrare.

Non mi ricordo più cosa ci siamo detti Antonello ed io, abbiamo parlato per ore seduti come vecchi amici sul plateatico mentre il sole iniziava a tramontare e i pensieri diventavano parole che zampillavano come acqua fresca sotto la calura di una Roma ad agosto, trascinata con le vesciche ai piedi e la pelle appiccicosa sotto l’abito bianco.

-Mi permetta di offrirle la granita Irene, ma gliel’ha messa la panna Claudio vero?

-L’ho già pagata Antonello, manca il te al limone ma non si disturbi

-Pago tutto Claudio e per favore dammi anche una bottiglia di vino da portare via.

Roma torna intorno a me rumorosa e veloce mentre esco dalla bolla di un momento, mentre metto in tasca un sassolino rotondo che faccio giocare tra le dita.

-La accompagno a prendere l’autobus così questo momento dura ancora un po’, mi permette?

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