Bollicine di Aprile – Agosto 2017

Nel dreamtime, nel tempo del sogno, ha inizio un processo ideativo, affettivo, visionaristico che minaccia di portarti troppo lontano ed ha bisogno di una istituzione che lo contenga e lo limiti. Tale istituzione è l’intelletto, l’intelletto provvede  a contenerlo.

L’istituzione è la realtà materiale e cosciente che viene infranta nel tempo del sogno nel quale ha inizio un processo che ha bisogno di un’altra istituzione che lo contenga, quella fornita dall’intelletto.

I resti diurni sono importanti non solo perché ritrovarli aiuta ad accedere al significato dei sogni; ma anche perché invitano e indirizzano a prestare attenzione a una attività non cosciente della mente durante la veglia, ai due volti della percezione.

Il setting è per la cura come la pelle per il corpo.

La costruzione del freudismo permette di cogliere in vivo la costruzione di una religione.

I casi clinici di Freud sono come le vite dei santi.

I fantasmi originari di Freud e gli schemi di Kant

Freud ha paralizzato la ricerca degli ultimi cento anni sulla realtà psichica. Sembrava avesse detto tutto. Sembrava che per dire qualcosa in più  fosse necessaria un’altra scoperta. Non si è fatto che ripetere quanto aveva detto lui.

Che differenza c’è tra il delirio di Freud nel caso Dora e il delirio di Schreber nel caso Schreber? Tra la teoria di Freud e la “teoria” di Schreber?

I teorici dell’antipsichatria hanno rivolto la stessa critica ai due casi: in ambedue Freud  non avrebbe visto l’abuso reale.

La teoria di Fagioli è un’altra metafisica del terrore. Solo che in essa il terrore non è del peccato, o dell’inferno, o del desiderio, o della morte, o della rivalità omicida, o della distruttività, ma di qualcosa ancora più segreto, e cioè della pulsione di annullamento. Ciò che è interessante in quella teoria è dunque che essa aggiunge un elemento alla fenomenologia del terrore ed offre uno strumento in più alla politica fondata sulla metafisica del terrore.

Era un’idea e sembrava una verità

L’opposizione della chiesa cattolica di oggi alla legittimazione dell’eutanasia è un residuo della disposizione della chiesa medioevale a diffondere le rappresentazioni della danza macabra. Con il “progresso” costituito dall’affidare alla realtà ciò che non poteva più essere affidato alla rappresentazione.

Paradosso: amiamo ciò che proviamo nella presenza dell’altro, non l’altro, ma abbiamo bisogno di lui per provare ciò che amiamo e che non è lui.

Sincronicità. Eravamo un po’ quello che siamo, siamo un po’ quello che eravamo.

Il “nuovo” non ha forma; per “nuovo” bisogna intendere la indeterminata condizione affettiva e mentale che è la matrice di ogni pensiero e di ogni azione precedentemente inespressi.

L’esigenza, che si fa disperata ricerca, di novità conduce a vedere il nuovo dove non solo non c’è il nuovo, ma non c’è nulla, conduce ad allucinare il nuovo.

L’equivoco di scambiare le innovazioni metodologiche con quelle teoretiche.

Due gemelli. Poiché ciascuno di loro non è uno ma due, possono credere di potere andare per il mondo ignorando l’esistenza degli altri perché ciascuno di loro ha se stesso come proprio altro.

Negli ultimi tempi poche bollicine. E’ stato anche perché ero tutto preso dalla realizzazione insieme a una collega di qualcosa di più, di un libro. Ora è stato pubblicato. E’ questo; e se lo acquistate, ancor più se lo leggete e me ne dite, ne sarò ben contento.

copertina
L.A. Armando – M. Bolko
IL TRAUMA DIMENTICATO
L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica
FrancoAngeli
2017

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Bollicine di gennaio – marzo 2017

Paradossalmente, il tentativo kantiano di emancipare l’umanità dallo stato di minorità in cui la poneva la credenza nella trascendenza ha reso l’umanità maggiormente schiava da essa; perché, se nella trascendenza da cui egli voleva liberarla, erano reperibili tracce della fantasia umana che egli chiamava “chimere”, la realtà virtuale costruita con la ragione che egli le sostituisce si caratterizza per porsi come norma la totale assenza di tali tracce e di potersi realizzare pienamente solo in un al di là della vita. Per questo si è potuto parlare, a proposito degli sviluppi dati dallo stesso Kant alla sua filosofia critica, di visionarismo della ragione.

 

Kant si oppose agli sviluppi giacobini della Rivoluzione francese e al loro uso della ghigliottina come strumento di costruzione di una nuova umanità; ma la sua nuova umanità poteva risultare solo dall’innesto di teste virtuali in luogo di quelle reali.

 

Se la filosofia di Kant aveva realizzato una Rivoluzione copernicana rispetto ai precedenti modi di intendere e praticare la conoscenza per avere abbandonato l’interesse per il soprasensibile che comprendeva i sogni e essersi volta a definire i limiti della conoscenza stessa, la psicoanalisi di Freud può essere presentata come una Rivoluzione copernicana rispetto a tale rivoluzione: nel senso, però, che infatti il soprasensibile e i sogni entro tali limiti, li costringe in essi, li “addomestica” adeguandoli alle condizioni della conoscenza definite da Kant.

 

Con il concetto di una “sfera dell’Io libera dai conflitti” Hartmann si riferisce a apparati biologici ereditari e allo «sviluppo della percezione, dell’intenzione, della comprensione dell’oggetto, del pensiero, del linguaggio, dei fenomeni mnesici, della produttività; alle ben note fasi dello sviluppo motorio: l’afferrare, l’andar carponi, il camminare». Quel suo concetto dipende dall’Illuminismo e dalla teoria kantiana della conoscenza.

 

I quarantadue capitoli della Vita nova di Dante comprendono ciascuno il racconto di un evento traumatico, una composizione poetica e la sua interpretazione, cioè l’illustrazione della sua forma, del suo contenuto e della sua intenzione. In più casi tra il racconto dell’evento e la composizione è interposta la descrizione di una visione; in due casi è interposto il racconto di un sogno. Va sottolineata la specificità dell’evento traumatico nei due casi in cui tra il racconto e la composizione poetica viene interposto il racconto di un sogno: tale evento è costituito dallo sbigottimento indotto nel poeta sia da una presenza che da una assenza riguardanti l’una e l’altra un’immagine femminile talora indeterminata tal’altra determinata.

 

Nella Vita nova Beatrice è pura immagine: «Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce a uno medesimo punto, quanto alla sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna  de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare» [II, 1.2] «Uno giorno avvenne che questa gentilissima sedea in parte ove s’udiano parole de la regina de la gloria, ed io era in luogo dal quale vedea la mia beatitudine; e nel mezzo di lei e di me  per la retta linea sedea una gentile donna  di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare, che pareva che sopra lei terminasse. Onde molti s’accorsero dello suo mirare (…) e mi sentio dicere appresso di me: “Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui”; e nominandola, io intesi che dicea[no] di colei che mezzo era stata ne la linea retta che movea da la gentilissima Beatrice  e terminava ne li occhi miei (…) e mantenente pensai di fare di questa gentile donna  schermo de la veritade» [V, 1-2]. «Schermo» va inteso come “specchio”; cioè non significa “ciò che nasconde”, ma “ciò che riflette o su cui si riflette.

 

La parola “sbigottimento”  compare nella Vita nova per indicare il vissuto di incertezza e potenzialità pure, che consegue all’incontro con una specifica forma del nuovo, e cioè con un’immagine femminile. Beatrice è per Dante «la donna della mia mente»; è senza nome poiché quel nome le viene dato non da lui, ma da quanti «non sapevano come la si chiamare», cioè non sopportavano il trauma e la novità della sua indeterminatezza.

 

Nella Vita nova di Dante il sogno svolge la funzione di elaborazione del trauma dello sbigottimento conseguente alla presenza o all’assenza di una figura femminile, ma è anche un trauma esso stesso, induce sbigottimento esso stesso; è comunque una condizione della creazione poetica, intendendo con ciò non solo i due sonetti che seguono il racconto dei due sogni, ma l’insieme dei sonetti e delle canzoni che figurano nell’opera e che l’autore offre alla comunità in cui vive come un nuovo che la traumatizzi e le induca uno sbigottimento al quale attingere le condizioni della sua durata.

 

Con Machiavelli l’immagine femminile fu liberata dal peso delle vesti sacrali che ancora indossava nella Vita nova. La Beatrice di Dante diventa la Barbera di Machiavelli; la celestiale e stellare bellezza dell’una diventa la «vaghezza» dell’altra nella quale si rispecchia quella che è la caratteristica fondamentale della realtà ora apparsa: il suo non sottostare al principio di causalità, il suo continuativo rapporto con il nuovo.

 

Pirsig, Murakami, Rushdie. Pirsig, nel romanzo Lila: un’indagine sulla morale, scrive a proposito del protagonista, che adombra lui stesso, «(…) gli venne fatto di pensare che il famoso sorriso della
Gioconda provoca da sempre un senso di turbamento in chi lo osserva.
E’ il sorriso di un giudice spodestato e rimosso in nome del progresso
sociale, che tuttavia, silenziosamente, tra sé, continua a giudicare».

Queste parole del romanziere americano dicono  quanto Murakami dice con le sue immagini di donne che, scomparendo, evocano il terrore della fine del mondo umano. Che però non sono scomparse; permangono nella colpa che i protagonisti dei suoi romanzi si assumono della loro scomparsa e che li guida ad assumere la responsabilità di ritrovarle cercandole anzitutto nel luogo e nel tempo in cui un altro romanziere ancora, indiano questa volta, S. Rushdie, ha scritto che erano state un istante presenti.

 

Queste parole di S. Rushdie, ne L’ultimo sospiro del moro (p. 487), sul crollo, con la caduta di Granada, della cultura Moghul,  prefigurano quanto, ne L’incantarice di Firenze, scriverà sulla fine del momento magico della storia di Firenze avvenuto solo un decennio dopo: «Rovi, pietre e rami mi laceravano la pelle. Non badavo a queste ferite; se la pelle finiva per strapparsi e per cadere, ero lieto di disfarmi di quel carico. Così sto seduto qui nell’ultima luce, su questa pietra, tra questi ulivi, guardando, oltre una valle, un colle lontano; e là sorge la gloria dei mori, il loro trionfale capolavoro e la loro ultima ridotta. L’Alhambra, forte rosso d’Europa, fratello di quello di Delhi e di Agra: il palazzo dalle forme interdipendenti e dalla segreta saggezza, dei  giardini all’italiana e di quelli con giochi d’acqua, monumento a una possibilità perduta che nondimeno ha continuato a stare in piedi molto tempo dopo che sono caduti i suoi
conquistatori; come la testimonianza di un amore perduto ma dolcissimo, dell’amore che dura oltre la sconfitta, oltre l’annientamento, oltre la disperazione; dell’amore sconfitto che è piú grande di ciò che lo sconfigge, del piú profondo dei nostri bisogni, del nostro bisogno di scorrere insieme, di porre fine alle frontiere, di uscire dai limiti dell’io. Sì, l’ho
vista al di là da un’oceanica pianura, anche se non mi è stato concesso di metter piede nei suoi nobili cortili. La vedo svanire nel tramonto, e mentre scompare mi vengono le lacrime agli occhi».

 

Nella parola “Rinascimento” resta catturato, incastonato e come nascosto e negato il riferimento a quell’icona del nuovo che è la parola “nascita”. Lo fu fin dagli inizi, quando gli Umanisti la coniarono per dire non di un nuovo, ma della ricomparsa di un passato che era il mondo classico; e vi restò quando nell’800 Burckhardt disse la stessa cosa con la sola variante  di identificare il mondo classico con il portatore di un ideale eroico; e, all’opposto, quando Tode ritenne di scorgervi la riviviscenza  dell’ideale francescano di povertà della buona novella del Cristianesimo. V’è dunque una sorta di profonda e intima coerenza nel fatto che il Principe proponga una serie di variazioni nell’uso della parola “nuovo” alla ricerca di una definizione del suo significato che non si tragga dietro una contraddizione.

 

Il modello dell’arco riflesso è la riformulazione povera e distante nel tempo della legge della ripetitività dei fenomeni del mondo storico ed umano enunciata da Guicciardini in opposizione alla scommessa di Machiavelli di poter cogliere il nuovo anche nel rapporto con una vaghezza che gli si proponeva attraverso la sua Barbera.

 

Gli esseri umani quando sono in una condizione di omeostasi non la sopportano  sentendosi privati del senso del proprio esistere; tanto che quell’esigenza, oltre ad accomunarli, sembra godere di una pervasività e centralità tali che essi, quando non possono darle un oggetto rompendo di fatto l’omeostasi, debbono darsi qualche simulacro del nuovo, ignari di soddisfare così l’inclinazione alla soppressione di quell’esigenza.

 

Tra i sogni traumatici che posero a Freud il problema della fine del mondo ce ne è uno particolarmente significativo. Non è propriamente un sogno, ma un sogno ad occhi aperti, una visione del futuro che due amici, forse una donna e di certo un poeta,  gli comunicarono affinché egli li rassicurasse sul fatto che il futuro non comprendeva la fine del mondo. Mi  riferisco al breve e intenso scritto intitolato Caducità. Esso si differenzia dagli altri che dedicò in quegli anni al tema della fine del mondo perché non vi compare propriamente il tema della fine del mondo, ma quello della fine della sua bellezza. Freud cerca di rassicurare i due amici, di liberarli dalla malinconia e dall’angoscia. Porta due argomentazioni: che la prospettiva della fine delle cose ne accresce il godimento e che essa è la condizione della comparsa di un nuovo. Non sembra cogliere che quelle malinconia ed angoscia non si riferivano al timore della scomparsa della bellezza del mondo ma a al timore della scomparsa del sentimento di quella bellezza. Non coglie neppure che in quel riferirgli di una malinconia era compresa l’accusa che fosse lui ad immalinconirli per essersi a lungo dedicato a demolire quel sentimento essendosi assunto il compito storico di orientare gli uomini e le donne che sognano verso la scomparsa della realtà psichica.

 

Murakami su Freud e Jung: «(…) l’inconscio è sempre mutevole (…) non c’è nessuno che conosca bene quello che succede nella “fabbrica di elefanti” dentro di noi. Freud e Jung hanno inventato diverse teorie, ma non erano altro che termini tecnici per poter parlare dell’argomento. Molto utili, ma non è che abbiano risolto il problema della spontaneità» (Murakami 1985 p. 325).

 

Nel dopoguerra si parlò a lungo delle due culture, però sulla base di un equivoco. Si ritenne che esse fossero quella scientifica e quella umanistica , mentre sono due culture interne a quella umanistica:  quella dell’Io credo e quella dell’ Io sono.

 

Tra gli psicoanalisti c’è chi insiste nel dire che la clinica è più importante della teoria. Non sanno del rapporto tra teoria e tecnica. Una visione d’insieme della casa e del luogo del suo insediamento è necessaria all’architetto per definire i mezzi e le operazioni necessarie a costruirla. Una visione globale del corpo è la condizione necessaria dell’esistenza e dell’uso dei ferri da parte del chirurgo. Una visione della mente è la condizione necessaria dell’esistenza e dell’uso dei farmaci da parte dello psichiatra. Una visione globale della motocicletta è la condizione necessaria dell’esistenza e dell’uso degli arnesi da parte del meccanico. Questo rapporto di subordinazione della tecnica alla teoria è così stretto che non gli sfugge neppure la convinzione di potere definire ed usare una tecnica senza il presupposto di una visione di insieme; tale convinzione fa infatti capo a una delle tante forme di una teoria nota come “empirismo”.

 

V’è Il paradosso per cui, via via che diminuisce l’attenzione degli psicoanalisti per i sogni, la loro importanza aumenta: in un’epoca come la nostra, in cui si viene affermando una cultura della menzogna e le varie forme del virtuale prendono il sopravento sul reale, i sogni restano una voce di verità e realtà.

 

Letto il libro di Paolo Gallino, L’anima delle macchine. Per quanti sforzi si facciano di pensare che i robot abbiano vita, non si potrà mai metterli in grado di sognare. Di modo che i sogni e il sognare costituiscono lo spartiacque tra l’umano e il non umano.

 

I sogni, il sognare, sono la posta in gioco di un conflitto dal cui esito dipendono  il concetto e la forma dell’umanità. Lungo tutta la storia dell’Occidente, e più intensamente a partire dalla fine del XVII secolo, si sono confrontate due opposte convinzioni. A una tradizione di pensiero che ha visto nei sogni e nell’interesse per essi una via di accesso al desiderato e al possibile, se ne è opposta un’altra che vi ha visto una via di accesso agli inferi ed ha scorto nella libertà di pensiero che il sogno assicura agli esseri umani una minaccia per la loro possibilità di convivere e sopravvivere.

 

Cosa ci si attende dall’arte se non di fare invadere la quotidianità da un po’ di dreamtime, di tempo del sogno?

 

A cosa mirano i regimi totalitari con il loro appoggio al realismo artistico se non a impedire un’arte che introduca nel mondo il tempo del sogno?

 

In psicoanalisi, almeno in quella classica, la riflessione sul desiderio è condizionata dal nesso tra desiderio e sessualità; quanto del desiderio sembri  sfuggire questo nesso viene raccolto nel concetto di sublimazione.

 

Il setting dell’interprete, cioè il luogo e il momento del suo incontro con l’interesse per i sogni e la sua mentalità che produce la sua risposta ad essi, possono essere percepiti e rappresentati come un punto collocato in uno spazio e in un tempo artificialmente circoscrivibili a quelli della cultura ove egli agisce.

 

Sull’introduzione di farmaci in psicoterapia. Un esempio di questo caso è fornito da un sogno che una psicoterapeuta agli inizi riporta in un seminario dopo avere premesso, senza necessità apparente, che la sognatrice, una donna di una certa età sofferente di crisi di panico, aveva ultimamente integrato la psicoterapia con l’assunzione di un farmaco. Ecco il sogno: la sognatrice si trova in un paesaggio coperto da un manto di neve e si sente serena; si trova poi in macchina con la psicoterapeuta e si sente sicura; si trova infine fuori dalla macchina sola; ha davanti a sé un baratro ed è presa dal panico. Una volta riferito il sogno, la terapeuta dice di non essere riuscita a comprenderlo; aveva soltanto pensato che il manto nevoso potesse venire connesso con la coperta sotto la quale la sognatrice le aveva in precedenza comunicato di rannicchiarsi volentieri la sera. Vuole sapere se questo suo pensiero aveva senso. Indubbiamente lo ha, ma per comprendere quale sia bisogna stabilire un altro nesso: quello tra il manto nevoso e la comunicazione, fatta dalla terapeuta prima di riferire il sogno, di avere di recente ritenuto di dover somministrare alla sognatrice uno psicofarmaco, cioè qualcosa di cui anche si può dire che offre copertura. Questi due nessi permettono di ipotizzare un senso nell’altrimenti misterioso concludersi del sogno con il trovarsi la sognatrice sola davanti a un baratro in preda a una crisi di panico. In breve, si può ipotizzare che la sognatrice si fosse sentita “serena” fino a quando aveva la terapeuta accanto a sé; che poi si sia trovata sola, cioè si sia sentita abbandonata da lei e trovata perciò di fronte a un baratro. Se rivolgiamo l’attenzione ai dati contestuali disponibili incontriamo qualcosa che può confermare questa ipotesi. La sognatrice può avere vissuto come un abbandono non tanto la somministrazione dello psicofarmaco, che pure comporta di per sé l’introduzione nell’analisi di un corpo ad essa estraneo, ma il fatto che la terapeuta abbia lasciato passare la cosa come normale e non meritevole di quella elaborazione che Eissler ha raccomandato seguisse l’introduzione nell’analisi di un qualsiasi “parametro”.

 

Ho appreso dai giornali la morte di Massimo Fagioli. Stante la mia storia, non posso restare indifferente. Penso ai meriti e ai demeriti. Forse il maggior demerito si renderà evidente proprio ora se il  suo  tentativo di costruire il proprio mito nel privato dei suoi seminari si tradurrà, con la sua morte, nel tentativo di costruire un mito pubblico di lui intorno al quale tenere in piedi qualcosa che nulla ha a che fare con la psicoterapia.

Bollicine di Aprile – Ottobre 2016

La nuova sindaca di Roma fornisce un bell’esempio di come il potere possa fondersi con la stupidità e l’arroganza.

Quando grandi tragedie colpiscono una comunità e procurano vittime, v’è la consuetudine di tenere un minuto di silenzio in occasione di eventi pubblici come manifestazione di lutto. Quanto colpisce  in questo è la pura ritualità e spettacolarità  che le rende false, cioè vuote di sentimento, o meglio vuote di sentimento appropriato. Colpisce ancora di più che tutti sappiano che sono false e siano d’accordo, come in una congiura, nel fare finta di credere che siano vere.

Vista a Roma la mostra dedicata al Correggio e al Parmigianino. Le loro opere di soggetto sacro e mitologico presentano lo stesso limite dell’affresco di Signorelli a Orvieto: non riescono a distrarre il fruitore dal racconto, non hanno la forza di fargli dimenticare il racconto e di spingerlo verso altro. Cosa che invece fanno le opere di Leonardo e di alcuni Impressionisti. La Sant’Anna o la Leda con il cigno hanno invece la forza, solo che tu non ti opponga, di distrarti dalla storia che raccontano e di portarti in un’atmosfera di sogno  non meno delle Nifee di Manet che non raccontano nulla. Qualcosa di questo però c’è nei disegni di Correggio e del Parmigianino e in alcuni loro ritratti come quello  detto della Donna turca.

Il fatto di individuare il cardine de L’interpretazione dei sogni di Freud nel paradigma interpretativo costruito sulla formulazione del Complesso di Edipo nel 1897 contrasta con il fatto che Freud fa risalire la propria capacità di interpretare i sogni al 1895, data del primo sogno riportato nell’IDS, il sogno di Irma. Il contrasto è solo apparente. Nel 1985 egli era giunto a poter dire della funzione del sogno sulla base della sua teoria del funzionamento dell’apparato psichico esposta nel Progetto. Solo nel 1897 disporrà di quanto necessario a parlare del significato del sogno.

Per  alcuni autori  il significato del sogno non è predefinito dalla scoperta freudiana del complesso di Edipo, ma lo è quello dei pensieri e dei vissuti che prendono forma nel sogno; e quindi per via indiretta anche il significato sogno.

Non esistono sogni che non possano essere interpretati. Lo dimostra il fatto che sogni non compresi da un interprete possano esserlo da un alto. Al più esistono sogni che non è che non siano interpretabili, ma che nessuno al momento riesce ad interpretare

Obiezione a Lacan: la parola stessa “desiderio”  non sarebbe stata possibile senza la nozione non della mancanza, ma di ciò che manca.

In psicoanalisi, almeno in quella classica, la riflessione sul desiderio è confinata al nesso del desiderio con la sessualità edipica e preedipica; tutto il resto viene raccolto nel concetto di sublimazione.

Un  frammento di Eraclito:  «È difficile combattere col desiderio del cuore; qualunque cosa desideri, la compra a prezzo della psiche» (fr. 70).

Il cielo si presta a fornire un’immagine del mondo interno perché, come questo, non è una “cosa”, cioè esiste, ma non come “cosa”.  Non possiamo dire cosa è il cielo.  Nel cielo vediamo nubi di molti colori, il grigio dei giorni di pioggia, l’azzurro dei giorni sereni e il variare di tutto ciò di ora in ora. Non riusciamo mai a dare una forma al cielo, ma esso ha una consistenza maggiore di ogni forma, è più di ogni forma. Il cielo è ciò che varia. È spaesante e noi evitiamo di guardarlo e quando ci capita di farlo ci spaesiamo.

Lo sgomento e altra cosa dallo spaesamento.

Spesso mentre si vive una situazione non si sa cosa si sta vivendo. Lo si sa solo dopo e non sempre.

A volte capita di ricordare cose anche del tuo passato molto remoto che avevi dimenticato ma che, quando le ricordi, ti sembra di averle sempre avute presenti e di avervi sempre pensato

Quando guardiamo al passato ci rendiamo talora  conto di quante volte ci è accaduto di fare senza sapere cosa facevamo, di vivere senza sapere cosa vivevamo. Ma il problema è: questo ci accade ancora oggi?

Una coppia di due paranoici funziona alla perfezione fintantoché uno dei due non investe l’altro con la sua paranoia.

Non è il bisogno di indipendenza che nell’adolescenza rompe il tessuto della quotidianità, ma è la rottura di quel tessuto che genera il bisogno di indipendenza.

L’adolescente che vuole e può vivere l’avventura può essere fermato dal bambino che voleva e non poteva

Penso di capire l’amore di tanti per gli animali. E’ per la loro innocenza, l’innocenza del  cane, la sua irresponsabilità

L’indifferenza dell’altro , soprattutto se è quella di una donna che ti sembra bella, ti mette alla prova, ti costringe a rivelarti a te stesso per quello che sei.

L’innamoramento può spingerti a gettarti tra le braccia di una donna che non ti accoglie, ma peggio ancora quando sembra il contrario.

Ambiguità della forma: intende dare continuità all’immediatezza e la fa svanire, così come il matrimonio intende dare continuità all’innamoramento e lo fa svanire.

bollicine di Febbraio e Marzo 2016

Bollicine di Febbraio e Marzo 2016

 Finisco di leggere il libro di H. Kissinger, Ordine mondiale. E’ una storia degli ultimi cinquecento anni (dalle guerre di religione ad oggi) pensata e resa dal punto di vista della ricerca in tale storia di un principio che stabilisca la pace tra le varie entità via via presenti sul suo palcoscenico ed eviti la distruzione del genere umano. Molte cose interessanti che non sapevo. Non una riga però su quanto accaduto in Argentina anche a motivo della sua difesa dell’ordine mondiale.

Kissinger in Ordine Mondiale, cita spesso Machiavelli. Non si discosta dal clichè di lui come stratega politico all’insegna del principio secondo cui il fine giustifica i mezzi. Però è interessante che lo accosti a Sun-Tzu, pensatore cinese vissuto intorno al VI secolo a. C. e a Kautilya, pensatore indiano vissuto intorno al III secolo a. C, ed affermi la superiorità loro rispetto a lui in materia di strategia politica. Non so nulla né di Sun-Tzu né di Kautila e non ho motivo di dubitare di quanto Kissinger afferma. Resta che in Machiavelli c’è qualcosa che egli ignora: la critica alla religione, il laicismo, il tentativo di fondare un “ordine mondiale” non supportato dalla religione.

Vista a Roma la mostra dedicata al Correggio e al Parmigianino. Le loro opere di soggetto sacro e mitologico presentano lo steso limite del Giudizio universale di Signorelli a Orvieto: non riescono a distrarre il fruitore dal racconto, non hanno la forza di fargli dimenticare il racconto e di spingerlo fuori dai suoi binari. Cosa che invece fanno le opere di Leonardo e degli impressionisti. La Sant’Anna o la Leda con il Cigno di Leonardo hanno la forza, solo che tu non ti opponga, di distrarti dalla storia che raccontano e di portarti in una dimensione di sogno non meno delle Ninfee di Monet che non raccontano nulla. Qualcosa di questo c’è nei disegni del Correggio e del Parmigianino e in alcuni loro ritratti, come quello detto della Donna turca.

Un episodio, non importa se reale o leggendario, della vita di Michelangelo, fornisce un complesso esempio di “sindrome di Standhal”. Lo scalpello dello scultore infligge al marmo un trauma dal quale nasce l’assolutamente nuovo di un movimento che genera un trauma nello scultore e lo spinge a infliggere con lo scalpello un trauma all’opera che aveva tratto dal marmo con quello stesso scalpello.

Subito dopo l’attentato a Bruxelles, in TV, tra un varietà e un altro, tra una notiziola e l’altra, sui campi di calcio eccetera, il solito minuto di silenzio in commemorazione delle vittime. Colpisce la pura ritualità e spettacolarità di questi atti che li rende falsi, cioè vuoti di sentimento, o meglio di un sentimento appropriato. Colpisce anche una certa loro spudoratezza, nel senso che tutti sanno che sono falsi, ma sono complici nel far finta che corrispondano a un sentire appropriato.

Fondamentalismi. Chi non ha sentore dell’umano presume di sentire il divino.

Spesso, mentre si vive una situazione, non si sa cosa si sta vivendo. Lo si sa solo dopo: per dirla con Hegel, la civetta di Minerva si leva solo al tramonto. Però non sempre.

Non esistono sogni che non possano essere interpretati. Lo dimostra il fatto che sogni non compresi da un interprete possano essere compresi da un altro e sogni che, non compresi da un interprete in un dato momento possano essere da lui compresi in un altro. Al più esistono sogni che non è che non siano interpretabili, ma che nessuno riesce ad interpretare.

La lettura, lo studio, la scrittura sono stati per me sempre il modo di lacerare il sudario della quotidianità. Nel leggere, nello scrivere, nello studiare la mia mente ha funzionato razionalmente per condurmi oltre la razionalità.

I numerosi nessi possibili, il mio tentativo di legare tra loro cose molto distanti, tra le quali non si vede nesso che possa essere visto, è in fondo un tentativo di muoversi fuori dalle coordinate categoriali e spazio temporali dell’esperienza.

Sappiamo che il cosmo potrà esistere, e forse si avvia ad esistere senza di noi, ma non sappiamo né sapremo mai cosa sia il cosmo senza di noi. Ci prendiamo cura di ciò che dà senso al nostro stare nel cosmo senza poter dire nulla su quale sia il senso di questo dar senso al di fuori di quello che ha per noi. Il resto è davvero silenzio.

Gennaio

Come se nel mondo non ci fossero cose più gravi e serie, in questo mese di gennaio l’attenzione dei mass media è polarizzata sul tema della proposta di legge sul diritto all’adozione delle coppie gay. Sarà pure buona tattica politica, ma anche segno della confusione mentale di quello che resta della sinistra, avere messo insieme la proposta di legge sul riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, comprese quelle gay, con la proposta di legge su quel diritto di adozione. La prima proposta va nel senso dell’affermazione della laicità dello Stato; la seconda non ha nulla a che fare con questo, ma solo con il narcisismo di alcuni e con l’ideologia di un gruppo.

Mettendo insieme le due leggi si è dato modo alla Chiesa di utilizzare la seconda per opporsi alla prima che è quella che più le sta a cuore non passi.

Un motivo di più per sentirmi lontano dalla attuale sinistra italiana sta nel fatto che, sostenendo il diritto di adozione delle coppie gay, mi costringe a trovarmi d’accordo con la Chiesa cattolica nel contestare tale diritto.

Però non solo con la Chiesa cattolica. Riporto queste lucide parole di André Green. Si trovano in Idee per una psicoanalisi contemporanea, Cortina, 2004 p. 204: «Attualmente, si esercitano ogni sorta di pressioni sociali, con effetto colpevolizzante, perché siano riconosciuti i diritti di minoranze più o meno perseguitate. Se non si può affatto negare la persecuzione, il riconoscimento dei diritti resta problematico (…). L’ultima delle misure discusse è quella dell’adozione di bambini da parte di omosessuali (…). Non si ignora che l’adozione è spesso un’astuzia impiegata dai pedofili per soddisfare tranquillamente le loro inclinazioni sessuali. Discussioni molto spesso distorte sono oggetto di compiacenza mediatica (…). Le indagini sui bambini sono state condotte con molta leggerezza e a ogni modo non sono probanti. E’ ben noto che il bambino ha una capacità di assorbimento delle situazioni inabituali del tutto impressionante. Ma quel che è capace di introiettare senza troppo stupirsi dal punto di vista della sua coscienza non manca tuttavia di procedere sotterraneamente senza che alcun sintomo emerga alla superficie prima di un lungo periodo di tempo (latenza) e lasci supporre l’esistenza di conflitti inconsci in lui. E nessuno ha voglia di perturbare l’equilibrio provvisorio che ha acquisito andando a eccitare, dall’esterno, il suo psichismo, con il pretesto della ricerca. In verità, occorre ammettere la nostra attuale ignoranza davanti alla novità delle situazioni incontrate, soprattutto riconoscere che gli effetti sul bambino dell’allevamento da parte di una coppia omosessuale si manifesteranno raramente prima dell’adolescenza».

Se, come scrive Green, sugli effetti di quell’adozione v’è attuale ignoranza, permetterla equivale a condurre un esperimento su cavie umane. Ed è davvero paradossale che nel momento in cui si dà ascolto alle proteste degli animalisti contro gli esperimenti condotti su cavie animali, si voglia dare via libera ad esperimenti condotti su cavie umane.

Bello e profondo il film di Lidia Cavani, Al di là del bene e del male, sul triangolo Lou Andreas Salomè-Paul Ree-Frederich Nietzsche. La profondità è rivelata dalla scena finale: in una seduta spiritica compare l’ombra di Ree, che era stato ucciso nel corso di una sua avventura omosessuale, e dice che è felice da quando ha scoperto di essere una donna. Nel triangolo, Ree e Nietzche cercavano di essere donna sia attraverso l’alternarsi dell’assunzione di un ruolo passivo dell’uno verso l’altro, sia attraverso l’alternarsi del possesso della donna reale. Una ricerca impossibile perché gravata dalla confusione tra realizzare l’immagine interna della donna e essere fisicamente donna. Una confusione che, se non risolta, ha come unica soluzione possibile quella di fingersi fisicamente donna. E ciò di cui Rielke si dice felice non è l’essersi scoperto donna, ma è che, nell’essersi finto fisicamente donna, ha ritenuto di uscire da quella confusione.

Letto il romanzo di Cercas L’impostore. Un po’ pesantuccio, però interessante perché si interroga sulla differenza tra invenzione e impostura: lo stesso problema della differenza tra il poeta e il mago sul quale si interroga Freud nello scritto del 1919 sullo spaesante che ho commentato nell’articolo del 2009 su quello scritto.

La ricerca della verità storica è legata all’oggettività; la ricerca della realtà storica è legata all’intenzionalità e alla funzionalità.

Talora penso che uno può pensare che ciò che compie nel corso della sua vita non è totalmente inutile solo se lo pensa come parte di un progetto che non è suo, ma non per questo è di qualcuno.

La neurofisiologia non potrà mai studiare gli stati di vissuto puro e intenso perché non possono essere riprodotti in funzione di un esperimento perché chi li vive ha in mente ben altro che prestarsi a un esperimento.

Dietro ogni amore incondizionato c’è un amore dimenticato.

Il desiderio vero, quello che sa solo di se stesso e non può essere spiegato, se lasciato insoddisfatto o fermato, si sfalda in tanti rivoli di sentimento ciascuno dei quali può essere spiegato.

Da un po’ di tempo mi sono messo a vedere i canali TV che parlano di calcio, cioè i talk show calcistici come Roma 56 o Canale 611. Inizialmente mi sono preoccupato: non è che mi sto rincoglionendo? Poi ho pensato si tratti di una sana reazione al vuoto dei notiziari e dei talk show impegnati e di molti servizi TV: meglio vedere una stronzata che non pretende di non esserlo anziché una che pretende di non esserlo.

Il fenomeno del transfert e la possibilità delle interpretazioni di transfert significano molto di più di quello che possono significare in ambito psicoterapeutico. In tale ambito il terapeuta cerca di cogliere il significato allegorico del discorso del paziente facendosi guidare dai riferimenti a se stesso che coglie in quel discorso. Ma in un certo senso ogni discorso nella quotidianità è allegorico. Ad esempio, per dire la cosa più banale e insospettabile, quale è l’occasione perduta di cui al bar un gruppo di tifosi si lamenta vedendo la squadra più bassa in classifica di quanto si aspettavano? Panta plere theon. Solo che gli dei non spuntano da dietro un albero in un pomeriggio assolato, ma dietro le parole, tutte le parole. E sono tanti e così continuativamente presenti che talora è necessario fare finta di non vederli.