Ottobre 2019

Perché e come la parola “estetica”, che indica anzitutto l’aspetto della filosofia riguardante il rapporto tra i sensi e il mondo esterno, è giunta a indicare l’aspetto della filosofia riguardante l’arte in quanto elaborazione di quel rapporto volta ad incidere sul mondo interno?

Così, all’improvviso, mi accade di “sentire” il senso profondo di un frammento di Eraclito che avevo fin qui recepito solo razionalmente: «Mettendoti a viaggiare non scoprirai mai i confini della psiche, anche se tu dovessi percorre ogni sentiero: tanto è profondo il suo logos». Mi accade quando mi risuona in mente ciò che Freud dice sull’”ombelico del sogno”. Egli dice che è inattingibile ed ha ragione. Solo che non si tratta di un ombelico, di una realtà puntuale. Si tratta piuttosto del fatto che ogni sogno, al di là di quanto di esso si può comprendere, affaccia su un mondo dentro di noi la cui profondità equivale a quella che ci stupisce quando in una notte stellata ci stupiamo contemplando il cielo sopra di noi e i cui confini, come quelli del cielo, non potremo mai raggiungere perché forse non esistono.

Un sogno viene a dirmi cosa significa “razionalismo” e perché non può altro che scalfire la superficie delle cose fermandosi al loro esterno. Quel sogno mi dice che è perché si attiene per natura e definizione ai dati del senso che restituiscono sempre solo la superficie delle cose. Nel sogno vi era la chiara sensazione di un mondo nascosto dietro quella superficie. Non devo però sorprendermi più di tanto per questo sogno. La superficie delle cose è le loro forme  e tutte le volte che esse  vengono dissolte si esce dal razionalismo.

Una mostra d’arte alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Certa arte moderna sembra condurre all’estremo la dissoluzione delle forme iniziata nel Rinascimento.  Ma la sua dissoluzione delle forme è fine a se stessa, non al fine di comunicare un valore che per tale dissoluzione appare. E dunque in sé priva di valore e deve perciò ripiegare sul valore che le dà il mercato. Quell’arte, in quanto conduce all’estremo quella dissoluzione senza approdare a un valore, è assimilabile a un’espressione schizofrenica.

Il timore di essere predestinati all’Inferno, che ossessionava i ginevrini del Seicento, può essere inteso come  timore di impazzire? Il loro bisogno di sapere se si è o no predestinati all’inferno può essere inteso come bisogno di sapere se si sarebbe diventati o no pazzi? Calvino ritenne di poter curare questo timore e rispondere a questo bisogno costruendo la religione del guadagno:  il successo negli affari era il segno che non si era predestinati all’inferno e viceversa. Il denaro era il feticcio che poneva al riparo dall’angoscia di un buio futuro. In questo senso la religione di Calvino equivale alla istituzionalizzazione del feticismo.

L’oggetto  transizionale teorizzato da Winnicott è un feticcio, anche se, a differenza di quello di Calvino,  è un feticcio che in circostanze sufficientemente buone può essere abbandonato ed è dunque un feticcio buono.

Analisti nelle nuvole. Una collega mi racconta di avere sognato una donna che abitava fuori di Roma e di avere il giorno dopo saputo che era venuta in città. E’ certa trattarsi di un sogno telepatico e se ne dice stupita.  Quando mi comunica il nome di battesimo di quella donna, le faccio notare è lo stesso di una persona che sapevo essere per lei importante. Là  per là resta stupita  e forse vede balenargli la possibilità di procedere  con i piedi per terra lungo sentieri non banali nella comprensione del  suo sogno. Ma subito richiude la finestra che le si è così aperta e torna tra le nuvole. Il punto qui è la differenza i due stupori: quello che ha vissuto quando si è resa conto che il nome di battesimo della donna del sogno è anche di un’altra persona, e quello che ha vissuto quando ha saputo che la donna sognata era il giorno dopo venuta in città. Il primo è come un lampo che illumina un paesaggio, un bengala che rompe un buio; il secondo non è uno stupore, è un momento di ebetismo.

Analisti nelle nuvole. Tornando da una scuola di psicoterapia dove ero stato a parlare de Il trauma dimenticato, quanto vi avevo ascoltato mi fa pensare che i giovani psicoterapeuti infarciti di nozioni stantie dovrebbero invece sapere, scoprire, un fatto ovvio: che non c’è analisi senza analisi del transfert, solo chiacchiere, solo un vagare tra le nuvole che dura fintanto che il transfert, che c’è e sta li come deposto in una bara,  non muoia davvero per inedia. Quel loro vagare tra le nuvole è una cosa disonesta, un furto. Ma così va il mercato.

Analisti nelle nuvole. Un collega mi racconta di un paziente che pur, almeno così dice, innamorato della moglie, ha frequenti e compulsive  avventure omosessuali. Mi chiede cosa io ne pensi sul perché ciò accada. Gli rispondo citando Kirkegaard: “Perché la donna è tremenda”. Non capisce. Proseguo e gli dico che, come Kirkegaard si rivolgeva a Dio per evitare la donna che gli appariva tremenda, così quel paziente si rivolge per evitarla a Dio. Cioè gli dico che per quel paziente gli omosessuali sono Dio. Non so come quel collega mi abbia in seguito a ciò diagnosticato.

Analisti nelle nuvole. Alcuni psicoterapeuti ingenuamente e allegramente liberisti pensano che nella masturbazione si realizzi e soddisfi il desiderio, mentre in realtà lo si spegne ed uccide perché non c’è desiderio senza oggetto e nella masturbazione non c’è oggetto, ma il suo fantasma. Poi nella vita si vive la lacerazione e il tormento di non sapere se gli oggetti che si incontrano sono oggetti reali o fantasmi. Poiché gli oggetti reali sono stati resi fantasmi, si può vivere anche una diffusa angoscia di morte. Può aprirsi un abisso nella cui profondità abita un mostro, un mezzo uomo e mezzo animale, forse un Minotauro.

Il linguaggio di Machiavelli è simile a quello onirico nel senso che, come ciascuna immagine del sogno sfuma in una molteplicità di significati possibili, così fanno i lemmi di quel linguaggio.

Per misteriose vie, la difesa di una teoria si accompagna sempre alla difesa di uno status sociale. Per fortuna io ho avuto un nonno che aveva fatto il carrettiere e aveva perso un braccio quando poi aveva fatto l’ufficiale postale sui treni; e non aveva dunque nessuno status sociale da difendere.

Pensiero banale, scoperta dell’ovvio, però scoperta perché è come toccare con mano qualcosa che soltanto si sa, e perciò non si conosce: l’impotenza sottende sempre, è sempre sostenuta da, si risolve in onnipotenza. Lo sapeva già Boccaccio quando scrisse  la novella di Calandrino e Buffalmacco.

Il momento del dreamtime, quello in cui cogli un frutto dall’albero della vita e senti che essa ha un valore, quello in cui tutto ti sembra possibile e forse lo è, è il momento in cui stai nel mezzo del passaggio dalla dissoluzione di una forma all’approdo ad un’altra. In esso si consuma il dramma di sapere che si spegnerà nella nuova forma, ma che ha bisogno per sopravvivere di approdare a una nuova forma che poi si dissolva. La paura che ti prende a un nuovo incontro è dovuta anche al timore che esso, di cui hai bisogno per rinnovare il dreamtime, è anche ciò che te lo potrà sottrarre.

Solo la musica può accompagnare ed esprimere pienamente il momento dell’assoluto possibile.

Ancora sul grande romando di Irène Némirovsky Due. Il dramma degli amanti che smettono di amarsi quando realizzano quello che a loro sembrava il bel sogno di poter vivere insieme.  E’per non poter realizzare quel sogno o per poter continuare ad amarsi evitando di realizzarlo che lui si augura che lei muoia e che lei si suicida? Uscire di casa aspettando qualcuno fa di quel qualcuno la propria casa e non c’è che da aspettare che muoia se non si riesce ad uscire da questa altra casa.

Due modi di risolvere il rapporto con qualcuno che ti è apparso come meraviglioso e che hai posto su un piedistallo. Uno consiste nel superare il tuo vaginismo riappropriandoti di quanto  v’è in te  di meraviglioso ed hai affidato all’altro riempiendoti il cuore di lui. L’altro è quello di opporgli il tuo vaginismo con l’intenzione di farlo cadere dal piedistallo per poterlo commiserare e interpretare.

Vaginismo e politica dell’oblio.

Persone che fanno male agli altri fanno male a se stesse, persone che fanno male a se stesse fanno male agli altri.

Stare con i tempi. Accettare che una cosa che ti appare in un modo ti appaia poi in un altro. Come a rivelare due realtà che, nel momento in cui sono, sono ambedue reali.

Più in alto vai, più il rischio di cadere è alto e più rovinosa la caduta.

Incrostazioni culturali: si dice “uomini” per dire “esseri umani” negando così persino l’esistenza della donna.

Vado ad ascoltare una conferenza che un mio amico, Luigi Capogrossi, tiene presso il museo dell’Ara pacis per presentare la grande mostra dedicata all’imperatore Claudio. Comprendo che ne fa un’occasione per parlare del presente. Sottolinea la politica di inclusione di quell’imperatore e come la durata della potenza di Roma sia stata debitrice della di lui apertura  agli “extracomunitari”. Come dire che ha parlato a nuora perché suocera intendesse.

Finisco di leggere il libro di Orlando Figes La tragedia di un popolo, un grande affresco sulla Rivoluzione russa. Più di mille pagine, ma ne è valsa la pena. Di libri su quell’evento ne ho letti più di uno, ma questo è senz’altro il migliore per ampiezza di prospettiva, ricchezza di informazioni e mancanza di condizionamenti ideologici. Ne risulta che non  v’è stata gran differenza tra Bolscevismo e Nazismo: ambedue pretendevano di cambiare gli esseri umani spersonalizzandoli ed omologanoli nella realizzazione di un Regno di automi per una perversa idea di uguaglianza.  Ne risulta anche che  protagoniste e artefici di quella tragedia di un popolo furono tre forme di pensiero magico: quella zarista che pretendeva di conservare magicamente le cose come stavano, quella dei Bolscevichi che pretendevano di cambiarle magicamente, e quella dei contadini che riponevano in una divinità la speranza che cambiassero. Un dettaglio interessante: Lenin ricorse alla psicologia, a Pavlov, per realizzare il Regno degli automi. Per non parlare di un ricorso al terrore di cui non sospettavo le dimensioni  e la disumana atrocità.

Il cardinal Ruini spezza una lancia in favore della costellazione sovranista. Prepariamoci al peggio.

A proposito di pensiero magico e a proposito del peggio, quest’estate ho scritto un dialogo, mi piace chiamarlo “ghiribizzo”, sulla situazione politica italiana e non solo. Sembra sia piaciuto a molti. Non è pubblicato, però sta su questo sito. Se qualcuno lo leggerà e mi dirà cosa ne pensa mi farà piacere.

Le idee, i progetti che mi vengono in mente sono molti più di quelli che riuscirò a realizzare.

Aprile-Settembre 2019

Visto Cafarnao, un film di Nadine Labaki. Prima di essere un documento drammatico sulla miseria di un momento del nostro tempo, è un poema sull’infanzia. Le immagini dei due bambini, ma più ancora il loro modo di recitare, smentiscono meglio di ogni studio il mito del bambino come essere polimorfo perverso.

Visto il film di Pietro Marcello, Martin Eden tratto dall’omonimo romanzo di Jack London. Non conosco quel romanzo. Stando dunque al film, mi hanno colpito molte cose: la recitazione di Luca Marinelli nella parte di Martin Eden anche se a tratti cade nell’eccesso; la trasposizione dell’ambientazione da San Francisco a Napoli; il continuo richiamo al sogno per rivelare il senso della vicenda reale. Soprattutto però il reciproco innamoramento di Martin Eden e della giovane aristocratica francese. Cioè non propriamente l’innamoramento, ma perché avviene. Certo, lei è una bella donna, lui un bell’uomo. C’è attrazione sessuale, cosa che di sicuro non va disprezzata. Ma questo è un altro discorso, l’attrazione sessuale di per sé non porta all’innamoramento. Perché questo appaia è necessario che l’incontro avvenga in un contesto di speranza e di progetto di vita, come a cercare nell’altro/altra la realizzazione della speranza e del progetto. Nel caso del film quel contesto sta nelle aspirazioni del giovane marinaio, in ciò che significa per lui il suo voler diventare scrittore e in ciò che per la giovane aristocratica francese significa che egli voglia diventarlo.  E sullo sfondo c’è la speranza e il progetto di vita del Socialismo. E’ come se il film cogliesse ed esprimesse una legge generale dell’innamoramento. La legge per cui, affinché esso appaia, è necessario che l’uno rappresenti per l’altro la speranza di una vita possibile futura. E può rappresentarla se si dà il caso che insieme e contemporaneamente abbiano incontrato qualcosa che dice di questa speranza. Nel film il Socialismo. Ma già Paolo e Francesca si innamorarono leggendo un libro che diceva loro della speranza di una vita futura. Vettori si innamora di Costanza, cioè, come dice lui, “la vede co li ochi”, perché e quando, leggendo Il principe del suo amico e compare Machiavelli, aveva incontrato una speranza e un progetto di vita futura. Machiavelli stesso, nello scrivere quel libro che diceva di quella speranza e di quel progetto, si innamora della Barbera. Tra i due protagonisti de La leggerezza dell’essere di Kundera l’innamoramento appare sullo sfondo della Primavera di Praga. E, per venire a qualcosa che mi è vicino, come ho già raccontato altrove, dopo avere letto della speranza e del progetto di vita futura in un  libro, Il trauma dimenticato, un giovane sogna il suo primo amore; e una donna sogna una città fatta di oro etrusco nella quale aveva cercato il suo amore. Se avrò tempo e vita, vorrei capire e dire di più su questa “legge dell’innamoramento”.

Ancora su Martin Eden. La figura di un vecchio saggio disincantato. Mette in guardia Martin Eden dal suo innamoramento. Gli dice che esso presto svanirà. Che la giovane aristocratica lo abbandonerà. Che si rivelerà una “cretina”, cioè cretino lui per essersene innamorato. E che la sua unica salvezza sarà quella di dedicarsi a quel Socialismo senza il quale non si sarebbe innamorato. Non è che avesse torto. Però è anche vero che nel film il vecchio saggio sconta suicidandosi la pena di avere detto che la giovane aristocratica si sarebbe rivelata “cretina”, cioè tale  lui per essersene innamorato.

Leggo il bellissimo romanzo di Irène Némirovsky, Due. Innamoramenti  che finiscono tragicamente o malinconicamente perché apparsi fuori del contesto di una speranza e di un progetto di vita futura, come a colmarne il vuoto e a sostituirvi un’illusione.

Leggo il libro di Eissler, Uomo diventa lupo. In breve sostiene la tesi che l’uomo non nasce lupo, ma può diventarlo. Una tesi antibiblica, antifreudiana, non certo nuova; la sosteneva già, ad esempio, Rousseau. Eissler lo fa appoggiandosi molto a Jung della cui teoria degli archetipi dà un’interpretazione che a me è parsa, ma non so se lo è, originale, comunque interessante: non li intende come dati innati, ma come sedimentazioni nell’inconscio collettivo di esperienze storiche. Il pregio maggiore del libro sta nella sua insolita composizione: una breve conferenza accompagnata da un mare di note. Quel pregio sta appunto nelle note. Un mare di osservazioni e di notizie; vanno lette a salti, scegliendo là dove si ferma l’interesse di ciascuno.

Leggo su “la Repubblica”  un articolo di Vittorio Lingiardi, nuovo astro della psicoanalisi la cui voce quel giornale  pone da un po’ in buona compagnia con quella di Recalcati. E’ intitolato Ecco perché siamo ancora freudiani. Il solito panegirico dell’opera di Freud cui “la Repubblica” ci ha abituati da qualche decennio. L’articolo però una cosa giusta la dice. Sta nel titolo che, come risulta dal testo,  è una parafrasi di quello di un famoso articolo di Benedetto Croce: Perché non possiamo non dirci Cristiani. La cosa giusta che Lingiardi dice con quel suo titolo è dunque che la psicoanalisi è una religione. Però nel dire a quel modo quella cosa giusta è anche violento. Non scrive infatti “Ecco perché sono ancora freudiano”, ma perché “siamo”, cioè perché lo saremmo tutti. Quindi dovrei esserlo anch’io e quanti come me non lo sono.

Ripenso al libro di un amico di anni fa, Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte. Un collega mi aveva mandato un suo scritto in cui ripercorreva gli anni della sua formazione. Un po’ più attempato di me, attraversa nel suo racconto gli anni del Fascismo, della Repubblica di Salò, del dopoguerra. Il suo accenno alla Repubblica di Salò mi riporta alla mente quel libro e il suo autore, nato anche egli un po’ prima di me,  che nei suoi 18 anni aveva avuto anch’egli a che fare con quella Repubblica. Non si era però limitato, come il collega, a guardarla dall’esterno, vi aveva aderito ed aveva combattuto nelle file del suo esercito. Scampato alla sorte toccata poi a tanti suoi “camerati”, dopo molti anni passati all’estero, quando le acque si erano in Italia acquetate vi era tornato vivo. Intendo interiormente vivo grazie anche a una donna stupenda, pittrice di delicati quadri di immagini femminili alcuno dei quali ho in casa; ma anche grazie al suo macerarsi nel tentativo di comprendere un momento della sua vita che non gli apparteneva più e di curarsi dalla ferita che gli aveva lasciato. Per darsi ragione di quel suo momento e per curarsi della ferita che gli aveva lasciato scrisse quel libro. Ma quel libro più di tanto non lo curò. Né io allora seppi aiutarlo.

Forse non seppi aiutarlo perché avevo letto troppo Kirkegaard. Anche Kirkegaard, come il mio amico Carlo, andava a cercare la bella morte. Mi hanno invitato a parlare di religione e così mi sono rimesso a leggerlo. lo avevo molto letto nella mia tarda adolescenza senza averci capito molto, ma venendone comunque in qualche modo catturato. Mi catturavano la sua opposizione ad Hegel in nome del “Singolo” e il suo tentativo di comprendere e dare un senso al sacrificio di Isacco per mano del padre Abramo che cercava anche lui una bella morte,anche se non la propria, ma quella del figlio.

Il tentativo di Kirkegaard di dare un senso a quel sacrificio era disperato perché non poteva riuscirgli. E non poteva riuscirgli perché fondato su un qui pro quo. E  così fondato perché, scrivendo del sacrificio del figlio  che Abramo era disposto a compiere, non era di quel sacrificio che scriveva, ma di quello che egli stesso si era imposto di compiere per mano sua del suo rapporto con una donna, Regina Olsen, che, come Isacco per Abramo, era per lui la cosa più preziosa che avesse e che proprio per questo gli appariva «tremenda».

Un giorno Regina disse a Kirkegaard: «In fondo, io credo che tu sia pazzo». Il concetto di “abbandono” di Kirkegaard può essere accostato a quello di recettività? Forse sì. E se sì, possiamo dire che egli invidiava la capacità di Regina di abbandonarsi, di essere recettiva nei confronti di lui fino a comprendere la sua pazzia e le rispondeva con la propria pazzia, cioè opponendole quella che riteneva essere una maggiore capacità di abbandono e di recettività perché volta a un indefinito-assurdo che chiamava “Dio”.

Žižek, un filosofo da salotto e per di più da salotto francese. Non c’è disperazione in lui. Solo negromanzia. Va  a nozze con il pensiero freudiano sull’istinto di morte.

Non è il sonno della ragione, ma il suo essere troppo e troppo lucidamente desta a generare mostri.

Un amico mi contesta di andare sempre in cerca dell’unità e di non tenere conto dell’infinita complessità dei processi individuali e storici. Insomma, mi dice che tra cielo e terra ci sono più cose di quante io posso raccogliere  nel mio secchiello.  So che ha ragione e per un po’ mi avvilisco. Poi penso che tra cielo e terra ci deve essere anche posto per il mio giocare a raccogliere il mare dentro un secchiello.

Un altro amico critica la  mia presa di distanza dalla teoria freudiana del conflitto sostenendo che il conflitto può risolversi  nel trascendimento delle posizioni  in conflitto ed è la fonte dell’umana creatività. Ho creduto di potergli rispondere che la condizione di quel trascendimento non è compresa nel conflitto stesso e in nessuno dei suoi due termini, ma sta in qualcosa d’altro estraneo al conflitto. Ad esempio, gli ho detto, il conflitto tra me e te può essere risolto solo se entra in gioco qualcosa d’altro,  per esempio una comune volontà di intenderci.

Il conflitto non è tra esseri umani, ma tra il ricordo e l’oblio.

La perversione freudiana: il bambino soffre perché i genitori si amano o perché non si amano?

Le libere associazioni non sono altro che il risultato di una ricerca che il sognatore, quando tenta di comprendere un suo sogno da solo, conduce nel contesto della propria esperienza; quando invece tenta di comprendere il suo sogno in una situazione di analisi, conduce quella ricerca nel contesto dell’esperienza che condivide con l’analista.

Nel tentativo di comprendere alcuni miei sogni, mi rendo conto di cercare di trarre da loro qualcosa che mi aiuti a individuare e risolvere mie difficoltà presenti, cioè li guardo dal vertice di quelle difficoltà. Non è che sia del tutto sbagliato. Però chi sa cosa e quanto d’altro quei sogni invece diranno!

Se ci sarà una seconda edizione de Il trauma dimenticato, dovremo aggiungere qualche parola su un particolare tipo di sogni ingannevoli, quelli che sembrano belli, ma non lo sono.

Il maggior rischio che corre l’interprete che si avvale della visione bioculare, che è cioè disposto a cercare nei sogni non solo il conflitto ma anche il “bello” come condizione del suo superamento, non è quello di non scorgere il “bello” in un sogno che sembra brutto, ma  quello di lasciarsi sedurre da un sogno che sembra bello e mancare di riconoscere che è brutto.

Nei sogni belli si cela la massima insidia per l’interprete che si sia separato dal paradigma freudiano del complesso edipico e cerchi nei sogni il “bello”. Il paziente o la paziente possono saperlo e volerlo sedurre portandogli sogni belli. Egli può farsi ingannare dalla sua voglia di cogliere nei sogni il “bello”. Deve astenersi dal pensare di averlo subito trovato ed aspettare. Ad  esempio, una donna sogna di trovarsi sulla riva di un fiume accanto a un uomo, di accendere un fuoco e di mandare segnali di fumo. Sembra un sogno bello che dice di calore, di rapporto e di richiamo, addirittura di una emancipazione dell’umanità dal divino avvenuta con la scoperta del fuoco acceso dal rapporto uomo-donna. Però può essere anche un sogno fatto per sedurre l’analista. Questi deve aspettare, solo poi potrà sapere se è un sogno bello o se è … solo fumo.

Un altro esempio di sogno ingannevole di fronte al quale l’analista che è andato oltre il paradigma freudiano può soccombere è questo che ho sentito raccontare da un collega in un gruppo. Una donna tentata di rompere il rapporto con un uomo che non le era indifferente, come non lo era per lei il suo analista, sogna in una notte agitata di avere ritrovato un anello che aveva perduto. Sembra un sogno bello, sembra dire di un superamento di quella tentazione. Nella stessa seduta in cui ha raccontato il sogno, ella racconta però poi, con noncuranza e come per inciso, di essersi in quella notte masturbata. Non è dunque un sogno bello; perché se lo ha fatto prima  di quell’atto dice dell’annullamento del rapporto mediante quell’atto, se lo ha fatto dopo  dice della negazione dell’annullamento del rapporto mediante quell’atto.

A quella donna sarebbe stato possibile dire parafrasando Machiavelli: “La principessa che pensa di poter fare ciò che ella vuole, quando lo pensa è pazza”.

A proposito di masturbazione che tanti analisti trattano con superficialità ed allegria, hanno ragione i preti quando dicono che rende ciechi. Non però nel senso che intendono loro secondo cui l’atto stesso renderebbe ciechi, e fisicamente ciechi. Ma nel senso che nelle fantasticherie che accompagnano l’atto un fantasma dell’altro si  sostituisce alla sua realtà  e annulla la realtà mai facile del  rapporto con lui.

Una persona che sta male si rivolge di solito a un’altra con un’inconsapevole ambivalenza. Intende realizzare con l’altra un’uguaglianza, ma per realizzarla può o volere prendere dallo stare bene dell’altra di che stare bene anche lei, o volere che essa stia male come sta male lei. E’ la dinamica di fondo del rapporto analitico, ma anche di tanti rapporti interumani.

Il fatto che un rapporto non abbia un futuro non è un buon motivo perché non abbia, se può averlo, un presente.

Venire sedotti è vedere aprirsi un’apertura in uno spazio chiuso.

Quello che è stato resta senza bisogno di ricordarlo. Non bisogna rimanere abbarbicati al ricordo cosciente per paura che ciò che è stato scompaia nel nulla come l’astronauta di Odissea nello spazio. Se si dimentica forse ritorna.

Un fatto occasionale mi ha imposto di stare senza fumare per un mese e, dopo un mese, quando di nuovo potrei, non ne ho più voglia; e mi dispiace, come se avessi perso qualcosa.

Vivere è un continuo mentire: non possiamo vivere senza dare importanza alle cose che facciamo pur sapendo che non hanno alcuna importanza al di là di quella che attribuiamo loro.

Chi non è disposto a pagare il prezzo di future sofferenze non può accedere a momenti di gioia.

Il bue dice cornuto all’asino che in questo caso asino non è. Alla storica civile sentenza della Corte costituzionale  che, pur in specifici casi, depenalizza l’eutanasia, i preti rispondono che essa incrementa la cultura della morte. Proprio loro che con quella cultura si sono ingrassati.

Gennaio – Marzo 2019

Visto Il corriere di Clint Eastwood. Strano personaggio Clint. Conservatore, fan di Trump, propone però tra le righe pensieri lontani anni luce dall’ideologia dei conservatori americani e ancor più da Trump. Questo suo ultimo film ne dà un esempio. Lancia il messaggio che la cosa più importante nella vita è la famiglia. Il protagonista si rimprovera più volte di averla trascurata per il lavoro ed è prodigo di consigli ad altri di non farlo. In verità non è però che trascurasse la famiglia per il lavoro; ma, poiché il suo lavoro era coltivare fiori, la trascurava per amore dei fiori. Amava farli e vederli nascere.

Tanto ne ho sentito parlare che ho finito per comprare e leggere un romanzo di Steven King, l’ultimo, Outsider. Sarò capitato male, i precedenti forse sono diversi; ma, stando a questo, una grande delusione. Banale e cervellotico. Però comprendo come possa attrarre: ha il fascino delle favole di paese che sentivo raccontare nella casa dei miei nonni al fine di introdurre qualche brivido nel quotidiano. Stupore ingenuo, emozioni forti a buon mercato.

Deludente anche l’ultimo romanzo di Murakami L’assassinio del commendatore. Una trama sapientemente, ma anche forzatamente costruita. Non giunge a farti sognare come i primi suoi romanzi. Sembra quasi che, anziché sentirvisi portato, si senta costretto a scrivere. La sgradevole impressione che sia venuta in parte meno la distanza un tempo assoluta tra lui e Steven King.

Invece una gran bella sorpresa gli ultimi romanzi di Stefano Benni, Margherita dolce vita  e Prendiluna,  che mi sono trovato a leggere perché il 12 marzo egli è venuto a Bologna a presentare Il trauma dimenticato. In quell’occasione  ho detto qualcosa su di essi che dovrebbe essere presto pubblicato su Psicoterapia e Scienze Umane. Qui riporto solo una poesia che sta in Prendiluna e che, oltre  ad essere di per sé bella, dà il senso del mondo di affetti e pensieri in cui essi possono trasportare il lettore: «I ricordi non tornano. Sono stati sempre lì. / Sei passato sotto una finestra, hai ascoltato una musica /così bella da spezzarti il cuore. /Girerai il mondo, ma tornerai sotto quella finestra,/ Il pianista non ha mai smesso di suonare».

Lette alcune pagine del libro dello psicoanalista francese Fethi Benslama, Un furioso desiderio di sacrificio. Il supermussulmano. La pessima traduzione italiana rende ostico un testo già di per sé difficile. Un esempio: verso  la fine compare più volte l’espressione “il padre piegato”. Incomprensibile, ma verosimilmente il testo francese diceva “piegé” maccheronicamente tradotto con “piegato” mentre significa “intrappolato”, il che può avere un senso che è dato da quanto il testo dice su Agar  e Sara: il patriarca intrappolato nell’impossibilità di generare, di essere padre, se Sara non rinunciasse a essere madre e non ci fosse “l’altra donna”, cioè la schiava Agar.

Mi sembra tuttavia di capire che l’autore voglia sostenere che Freud, nel non tener conto dell’Islam, o nel pensarlo come imitazione o appropriazione del monoteismo biblico, si è lasciato sfuggire la possibilità di pensare la genesi, l’origine, la creatività diversamente che come proprietà del padre. A suo avviso nell’Islam questa possibilità è invece presente. L’origine, la genesi, la creatività vi sono pensate come proprietà del femminile. Come dono di una donna, più esattamente di un “altra donna”, Agar, la schiava, che nasce dalla rinuncia della donna, Sara, a pensarsi come madre. L’autore suggerisce che tenere presente questo aspetto dell’Islam, rimasto sconosciuto a Freud, può portare a una riformulazione e sviluppo della psicoanalisi.

E’ una tesi interessante. Forse prossima a quanto io e Marianna Bolko, ne Il trauma dimenticato, abbiamo cercato di dire quando parliamo di “immagine femminile interna”. Difficile però verbalizzare il nesso. Forse si può tentare per vie traverse, cioè portando il discorso sul piano clinico, chiedendosi se le due donne del mito, Sara e Agar, si incontrano in analisi nel conflitto che lacera molte (tutte?) donne, tra il riporre la loro identità nell’essere madre o nell’essere donna, tra procreare e creare. Il mio scritto su  Machiavelli: Sara e Agar, Madonna Possessione di Finocchieto e la Barbera, donna che procrea la prima, donna che crea la possibilità dell’uomo di creare la seconda. Una possibile domanda potrebbe essere  poi questa: se l’Islam dà   tanta importanza al femminile, perché poi lo copre, lo imburka, lo infibula?

Ho riletto Estasi laiche di Fachinelli. Un pensiero di ampio respiro il suo. Chiaro il tentativo di andare oltre Freud. Presenta la teoria freudiana come un’ennesima espressione della tendenza del logos occidentale a contenere  tutto quanto non è razionalizzabile, a sopprimere i momenti in cui l’Io cosciente rischia di perdersi e di soccombere alla meraviglia. Sostiene che bisogna recuperare quei momenti. Perfetto, del tutto condivisibile. Già parlava di sbigottimento, cercava la possibilità di pensare la fondazione dell’Io sullo sbigottimento. Però … c’è di mezzo il mare. Per andare oltre Freud, parte dal mare. Dalla propria esperienza del mare, ma la generalizza in un mito, il mito della vita intrauterina.

C’era simpatia e prossimità di vedute, le poche volte che ci siamo incontrati, tra me e lui. So che mi stimava e fu uno dei pochi a votare contro la mia espulsione dalla SPI nel 1976. C’era anche una distanza; c’era la sensazione, almeno mia, di appartenere a due mondi diversi. Ricordo un pomeriggio a Milano, dopo avere conversato a lungo, lui con il suo gruppo io per conto mio.

Ora hanno intitolato un Istituto di psicoanalisi al suo nome. Hanno fatto di lui un nuovo santo della psicoanalisi. E secondo me gli hanno fatto torto.

Il bel romanzo di Romana Petri, Il mio cane del Klondike, più che un romanzo è una riflessione filosofica, un’indagine psicologica, su quanto può allo stato puro ribollire nel più profondo oscuro indicibile, non di una cane, ma dell’essere umano di fronte all’assenza che può farlo star male come un cane.

Letto Girotondo di Schnitzer. Una deliziosa rappresentazione del valzer dell’assenza.

L’essere assente della donna porta alla sua frigidità; l’essere assente dell’uomo alla sua impotenza.

La percezione dell’assenza, resa possibile dalla “reale” assenza dell’altro, è il farsi presente  del limite dell’esistenza o forse della propria poca virtù.

Infiniti modi di agire l’assenza. L’analista che, con l’intenzione di essergli presente, chiede al paziente di conferire con qualche suo familiare gli si rende assente.

Perché l’assenza seduce più della presenza?

Le estati di San Martino. Le più belle e le più tristi.

Se conservi il rapporto con la realtà rischi di perdere la visione delle cose; se conservi la visione delle cose rischi di perdere il rapporto con la realtà.

Un rapporto che ti ha portato fuori dalla stanza senza finestre in cui stavi chiuso può diventare esso stesso una stanza senza finestre in cui stai chiuso.

La gelosia che prende un uomo quando immagina o sa che una donna con la quale ha un qualche legame sta con un altro sottende un volere quell’uomo stare al posto di quella donna con quell’altro uomo. Sottende sempre una sua latente omosessualità. La quale però sottende a sua volta un vissuto religioso perché quel primo  uomo vorrà stare con quell’altro uomo in quanto scorge in lui una figura salvifica, forse un padre molto amato nella prima infanzia, ma più propriamente un Dio.

Un’altra versione è che il volere quell’uomo stare con quell’altro uomo al posto della donna sottende la sua incapacità o impossibilità di realizzare una propria  immagine femminile interna e dunque il bisogno di materializzarla nella propria identificazione con quella donna. Il presidente Schreber.

Le due versioni si raccordano in quanto il bisogno di avere un Dio procede dall’incapacità o impossibilità di realizzare un’immagine femminile interiore la cui sinergia con una immagine virile comprende una capacità di creare altrimenti alienata e attribuita a un altro che è un Dio.

Chi sta male perché si sente scisso, non sta male perché è scisso, ma si sente così per avere dimenticato qualcosa.

Il colore seppia ha la proprietà di poter virare verso il rosso o verso il nero.

La musica apre uno spazio infinito che l’uomo fantastica possa essere colmato da un corpo di donna.

Le trasformazioni nei sogni di immagini in altre immagini (per esempio la trasformazione dell’immagine di un amico ritrovato in quella di un topolino) non sono in realtà trasformazioni, ma rivelazioni di significato, la seconda immagine rivela il senso della prima.

Sogni che rivelano pensieri, sogni che riflettono pensieri.

Quando sei catturato in una nostalgia è come stessi sognando in un sonno svegliandosi dal quale è come tornare a sognare.

Un dettaglio passato inosservato o comunque sottovalutato. Per evitare che si abusi del reddito di cittadinanza si invita alla delazione chi, non fruendone, sia invidioso di chi ne fruisce. Brutto segno: l‘Inquisizione, il Fascismo, il Nazismo, lo Stalinismo.

Modi di pensare destinati a scomparire. L‘unica cosa che è possibile fare è lasciarne qualche traccia che sarà incomprensibile agli archeologi del futuro come a noi la scrittura degli Etruschi.

Immenso universo di infiniti mondi: l‘umanità è una fiammata che l’attraversa come una cometa e per un istante.

Bollicine Novembre – Dicembre 2018

Le cose cambiano. Per tanti anni mi sono guardato dal comprare “Il Foglio” perché lo ritenevo un giornale di destra e non mi piaceva il suo direttore Ferrara per le sue posizioni politiche e soprattutto per la sua simpatia per Strauss, i neocons statunitensi, papa Ratzinger e l’estremismo israeliano. Ora debbo ammettere che, sarà pure di destra, ma che è il più intelligente  e informato giornale italiano, soprattutto il suo numero del sabato.

Visto “Il verdetto” per la regia di R. Eyre e con una strepitosa recitazione di Emma Thompson. E’ tratto da un romanzo di McEwan. I romanzi di McEwan non mi sono mai piaciuti. Ma, sarà che le cose cambiano, sarà che il regista ha cambiato qualcosa del romanzo, a me il film è piaciuto. Mi ha colpito il suo riproporre quel tema cruciale dello smarrimento improvviso che può cogliere talora l’individuo per l’intuizione di una bellezza possibile che lo porta a spostare il suo cuore più in là di dove era e lo espone al rischio di un troppo grande dolore, o del gelo del cuore, dovuti alla perdita di quella bellezza sotto il peso, difficile dire quanto eludibile, di un principio di realtà. Un tema presente anche in altri film, per esempio in Un affare di famiglia cui ho già dedicato una bollicina. Un tema sul quale mi sono azzardato a dire qualcosa anche io, per esempio in una relazione sulla paura dei sogni che ho tenuto a Firenze o nell’articolo su Freud e Rilke apparso nell’ultimo numero di Psicoterapia e Scienze Umane. Tutte testimonianze della resilienza, nello squallore che ci circonda, dell’esigenza di bellezza.

Il film di Sorrentino La grande bellezza riesce invece a rendere squallida anche la bellezza.

Sigfrido di fronte a Brunilde. Breuer di fronte a Anna O. Lo sconvolgimento di fronte alla bellezza. Lo sconvolgimento di fronte all’isteria. L’isteria è una bellezza senza armonia?

Letto il nuovo libro di Carlo Ginzburg Nondimanco. Machiavelli, Pascal. Tanta intelligenza, tanto studio, tanta competenza, ma …. tanto Ginzburg e poco, pochissimo Machiavelli.

Sapiente ed originale, come egli sa essere, Ginzburg, nel segnalare e documentare la conoscenza e la dipendenza della logica di Machiavelli dalla casistica medioevale. Però, a parte il fatto che quella dipendenza può al più valere per i capitoli de Il principe sulle qualità del principe, sembra lecito sospettare che quella sapienza ed originalità sottendano l’adesione all’intenzione dell’ideologia freudiana di spegnere il nuovo nel passato.

Brillante, come egli  sa essere, Ginzburg nello stabilire un nesso tra Machiavelli e Pascal. Ma ho avuto la sensazione vi si celi qualcosa di losco. Avrei voluto approfondire, ma poi me ne è passata la voglia. Forse lo farò.

Letto qualche tempo fa un romanzo di Stef Penney, La tenerezza dei lupi. A lettura finita stabilisco che non è gran che come romanzo se non in quanto permette di toccare con mano una confusione di idee oggi piuttosto comune. Mi sorprende però il titolo. Nel libro non compaiono, se non del tutto occasionalmente, lupi; né tantomeno vi si parla di una loro tenerezza. Allora il titolo vuole dire che la tenerezza dei lupi non esiste? Che i lupi non hanno tenerezza? Che, se mostrano di averla, è solo per ingannare e meglio azzannare? Così come la tenerezza del ragazzo omosessuale protagonista del romanzo nei confronti del suo partner sta lì a nascondere la pulsione, che poi si realizzerà, ad ucciderlo.

Il bambino che aspetta con curiosità e desiderio il nuovo della nascita di una sorellina, e che può, una volta questa nata, fantasticare di volerla eliminare perché turba i suoi equilibri e intacca i suoi privilegi, non è che non continui ad essere il bambino che attende con curiosità e desiderio la nascita di una sorellina; non è che non continui a portare con se nella vita quella curiosità e quel desiderio. Forse li ha soltanto dimenticati. Deve solo stare attento a non ripetere che, una volta che la vita gli riproponga un nuovo che glieli faccia ricordare, non ripeta quella fantasticheria; ed ancor più, essendo ormai cresciuto e potendo, non la agisca senza saperlo.

Odi et amo. Quam id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Forse è perché ogni amore, se si intende per tale il sorgere in occasione di un incontro di un sentire che ti impone di renderti diverso da quello che sei, può di per se stesso, comprendere l’odio o trasformarsi in esso.

Gli uomini bianchi dalla lingua biforcuta esistono e le donne Indiane sono da sempre tentate di vendicarsi di loro travolgendoli con il prostituirsi al loro potere.

Dopo una separazione può accadere che tu voglia che il senso di perdita perduri per la paura che, perdendo quel senso di perdita, quanto è stato e non è più si perda del tutto nel nulla, diventi nulla, svanisca nell’immenso infinto come lo sfortunato astronauta di Odissea nello spazio.

Difficile sognare senza qualcuno che ti faccia sognare.

I mistici come Santa Teresa pretendono di sognare senza qualcuno che li faccia sognare, ovvero con qualcuno che si inventano loro soddisfacendo così la propria onnipotenza.

Difficile distinguere il sogno da chi ti fa sognare.

Non distinguere tra il sogno  da chi ti fa sognare può portare alla pazzia come nel caso di Aby Warburg e del protagonista de La migliore offerta.

Anche il sogno va trasformato in sogno.

Un sogno che lega un banale momento attuale in cui ho dato prova di sentimentalismo a un altrettanto banale momento passato in cui ho dato prova di moralismo mi fa capire che sentimentalismo e moralismo sono due volti di una stessa medaglia. Forse la cosa è ovvia. Meno ovvio che me la abbia detta un sogno.

Un episodio banale cui però corrispondono altri che non lo sono. E’ sabato 8 dicembre. Come d’abitudine al mattino vado al bar. Avviandomi avevo visto chiuso il giornalaio; e così accade che  mi sembri chiuso anche il bar e subito si affacci l’ansia. Però poi comprendo che questo spostamento è sostenuto dall’essersi affacciato, alla vista del giornalaio chiuso, un vuoto. E’ quel vuoto, non che il bar sia chiuso, a darmi ansia.

Che differenza c’è tra il vuoto e il nulla? Sembrerebbe che parlare di nulla significhi negare il vuoto perché il nulla è qualcosa, mentre il vuoto è nulla.

Esistono il tempo del sogno e il tempo degli orologi; ma il tempo del sogno è fatto di istanti di quell’altro tempo.

Ogni vita è un incompiuto.

Quel poco che si può fare. Una iniziativa per candidare il comune di Riace al Nobel 2019 per la pace. Io aderisco. Chi voglia, troverà il modo di farlo a questo indirizzo.

Bollicine Aprile – Ottobre 2018

Letto l’ultimo libro di Irvin Yalom, Diventare se stessi. Letta anche la succinta, ma chiara ed esauriente recensione che ne fa Silvia Marchesini su Psicoterapia e Scienze Umane (2018, 3 pp. 486-487). La Marchesini riconosce all’Autore il merito di proporre, in uno stile di scrittura informale che cattura l’attenzione, una profonda riflessione sul proprio passato di psicoterapeuta e sulla propria storia intellettuale; e di fare così incontrare il lettore, nel corso di tale riflessione, con figure e problematiche significative della recente storia della psicoterapia. Ella coglie poi l’aspetto più originale del libro nel suo essere un’applicazione, al di fuori della stanza dell’analisi, del metodo oggi in voga della self-disclosure. La Marchesini non manca però di mettere in luce alcune perplessità che il libro suscita. In particolare, un’insufficiente riflessione sulle implicazioni teoriche di tale metodo e una adesione fideistica al credo esistenzialista cui l’Autore era stato introdotto da Rollo May. Forse andrebbe aggiunto solo che per tutto il libro si respira un’aria buonista un po’ dolciastra; che passa il messaggio per cui in psicoterapia tutto può andare bene anche l’uso delle droghe; e soprattutto che l’accento posto, in conformità al suddetto credo esistenzialista, sul tema della paura della morte reale non si accompagna per nulla con una riflessione sul tema della paura della morte psichica, del gelo del cuore.

Le ragioni del cuore e le ragioni di una legge senza cuore.

Un tema presente nel film Un affare di famiglia del regista giapponese Kore’eda Hirozaku. Il contrasto tra il sogno e la realtà, tra l’invenzione, fondata sulla affettività, di una forma di vita e i guardiani di una forma di vita robotizzata. Significativo, l’episodio della psicologa che non capisce nulla, o meglio agisce come un robot per riportare tutto entro le forme codificate di una legge senza cuore: intende la ricchezza del vissuto della protagonista nell’adottare la bambina che viveva in un rapporto senza affetti come reazione malata di una donna che non ha avuto figli e che, invidiosa di chi li ha, li rapisce loro. Struggente l’immagine finale della bambina che, riportata da quei guardiani in quel rapporto senza affetti, dal quale era per un momento uscita, attende, con poca o nessuna speranza, che giunga qualcuno a trarla nuovamente via.

Un tema presente nel film Corpo e anima del regista ungherese Ildikò Enyedi. Anche lì una psicologa che può dirsi fisicamente bella, ma senza cuore, non riesce neppure a concepire che il rapporto tra i due protagonisti si fondi sull’incontrarsi dei loro sogni. In ciò che anima un rapporto, sa scorgere solo la patologia. Il suo compito è quello di riportarlo alla patologia.

Un tema presente nelle opere dello scrittore americano John Williams che ho scoperto e letto in questi giorni. Nulla, solo la notte, Stoner, Augustus, Butcher cross. Il nulla del primo romanzo si anima via via in Stoner nella descrizione del dramma di un uomo che riesce per un momento a vivere nel tempo del sogno uscendo da un rapporto matrimoniale e istituzionale senza sogni, rapporto che poi gli sottrarrà il tempo del sogno; si anima nel racconto della vita di Augusto e nella sua amara consapevolezza di quanto aveva perduto nell’essere stato obbligato dalle circostanze della vita e della storia alla inutile difesa di una legge senza cuore. Stupende per la loro intensità le ultime pagine del libro nelle quali Augusto, poco prima di morire, fa il bilancio della sua vita.

Un tema presente nel passato. Anche Anna Karenina e le donne dei romanzi di Stehdhal volevano uscire a vedere il sole. Finirono male. Però eravamo nell’Ottocento. Non esisteva la legge sul divorzio che i nuovi barbari cercano ora di abolire cominciando da Verona.

Un tema presente nell’attualità politica italiana. Ho pensato che nella vicenda del sindaco di Riace si riproponga il dramma che, nell’ Antigone di Sofocle, oppone le ragioni del cuore a quelle di una legge senza cuore. Dopo che avevo pensato questo, sono capitato su un elzeviro di Mattia Feltri su La Stampa di Giovedì 4 ottobre intitolato “L’errore di Antigone”. L’errore di Antigone sarebbe lo stesso del sindaco di Riace: quello di rovesciare la legge in nome di un obbligo morale e di decretare la morte dello Stato come garante dell’esistenza e durata di una collettività. Le stesse motivazioni del proprio operare che, nella tragedia sofoclea, Creonte opponeva ad Antigone. Impropria e fuorviante l’analogia che l’articolista propone tra il rovesciamento della legge da parte di Antigone e quello da parte di Salvini perché questi non agisce in nome delle ragioni del cuore.

Un tema presente nell’attualità di vite. Una donna sogna di vivere chiusa e senza speranza nella sua attuale realtà come in una stanza senza finestre e di uscirne un istante per parlare in sogno con qualcuno che le rappresenta la sua speranza. Ma il sogno non dice se ella rientrerà, come reinfetandovisi, in quella stanza, o se seguirà non necessariamente quel qualcuno, ma la sua speranza. Lo dirà la sua vita.

Riscoperto e riletto in questi giorni Bion, in particolare Attenzione e interpretazione che io stesso cinquanta anni fa avevo tradotto senza capirci nulla, ma, mi sembra, bene – come abbia potuto, se non ci avevo capito nulla, è un mistero. La ricchezza e la profondità di un pensiero che ha il solo limite di rendersi talora incomprensibile perché confina nella trascendenza l’oggetto del desiderio e il fondamento dell’essere che lui, non a caso prendendo a prestito da Kant, chiama “cosa in sé”. Ma di questo forse un’altra volta. Quello che voglio dire ora è che gran parte di quanto sta in queste ultime bollicine può rientrare nella sua riflessione sul rapporto tra il mistico e il gruppo e trovarvi una formulazione in termini teorici. Ma anche di questo forse un’altra volta.

Per poter vivere un breve momento nel tempo del sogno bisogna sapere correre il rischio di vivere poi un lungo momento di dolore. Uno psicanalista francese (Benoit Verdon, “Tuer le temp long”, nella Revue française de psychoanalyse 2017/4, p. 1018) dice la stessa cosa, ma in una sequenza contraria:  «(…) senza solitudine, senza affrontare la prova del tempo, senza patire nel silenzio, senza avvertire tutta l’eccitazione del corpo e contenerla per un tempo, senza vacillare nella paura, senza attraversare errando una zona d’ombra e di invisibile, senza il ricordo della propria istintualità, senza malinconia, senza abbandonarsi alla malinconia, non c’è gioia».

Chi rende di pietra il proprio cuore può trovare un alibi nel sentimentalismo.

L’oggetto ultimo e costante del desiderio è la nascita intesa come ogni momento in cui si esce da una forma di vita non più attuale. Un pensiero che ho svolto nello scritto “Ancora su desiderio e cultura”, in Psichiatria e psicoterapia culturale 2017/1 (accessibile in questo sito alla voce “articoli”)

La paura della castrazione riguarda al pari uomo e donna. Non è altro, per modo di dire, che il terrore di non riuscire mai a vedere il sole, di essere sepolti vivi.

La donna deve essere apparsa prima dell’uomo, altrimenti come potrebbe l’uomo riconoscere la donna?

Bollicine Gennaio-Marzo 2018

Foglie cadute … raccogliere qualcosa, come talora si fa con le foglie cadute.

Viviamo in tre mondi: pubblico, privato e intimo. Forse in quattro, perché c’è anche la storia.

La profondità della psiche è il rovescio di quella del cielo, guardare nella profondità di un sogno è come guardare nell’altezza del cielo. I suoi significati  sono molti più di quelli che vediamo,  proprio come le stelle del cielo sono molte più di quelle che vediamo.

Sotto il Nazismo solo nei sogni era possibile esprime il dissenso, le ragioni del dissenso, in termini di rappresentazione delle conseguenze del Nazismo.

Il fatto di trascorrere al mattino anche solo qualche momento nel tentativo di ricordare i sogni, ed eventualmente poi quello di comprenderli, è un po’ come continuare a sognare.

La giusta enfasi che alcuni psicoanalisti pongono sul rapporto come fattore di per sé terapeutico decade talora nel loro esprimere nel rapporto nulla più che una lacrimosa empatia …

Bisogna distinguere tra normalità e sanità. Si può essere normali senza essere sani.

L’analista esperto riesce a trasferirsi nell’ora della seduta in una dimensione diversa da quella in cui sta fuori da quell’ora. In fondo, la tecnica si risolve tutta nell’avere appreso a fare questo indescrivibile movimento. Descrivere questo movimento, forse meglio dire questo atto, presenta la stessa difficoltà che presenta descrivere l’atto che consente di passare dallo stare con i piedi per terra a trovasi in equilibrio su una bicicletta.

Inconscio è anche l’ovvio. Ciò che è più ovvio è inconscio. La psicoanalisi ha nascosto il fatto che l’inconscio è l’ovvio facendo credere che è ciò che è nascosto.

La scena primaria, da privata che era, è divenuta pubblica perché viene continuamente riproposta nel cinema e nella televisione.

… la giovane analista lacaniana pronuncia la parola “godimento” facendosela  risuonare in gola e sembra godere tutte le volte che la pronuncia.

… l’analista che ha preso in cura due anni fa la donna che ha abbandonato il fidanzato prima delle nozze si trova, dopo due anni, a dover decidere se abbandonare quella donna prima che inizi l’analisi ….

… isteria, ma forse qualcosa di più ….. lo fa alzare esponendo una disarmata dolcezza e subito dopo lo taglia di netto con un gesto improvviso e inatteso …. poi si pente e si dà nella vita la missione di riparare al malfatto  … si ritiene in grado di poter lei sola realizzare il miracolo della resurrezione.

… l’indifferente e il geloso. Una bella coppia, due volti di una stessa medaglia.

Essere creativi non significa altro che essere artefici di un qualsiasi passaggio dal non essere all’essere. Il discorso di Marx sull’artigiano.

Che rapporto c’è tra produttività e creatività?

Che rapporto c’è tra la capacità di recepire la bellezza e la capacità di accedere al segreto della generazione, ovvero della creatività, non della procreazione?

A proposito di segreto della generazione, è stupefacente che, se si chiede quanti alberi sorgevano nel paradiso terrestre secondo le sacre scritture, la risposta è pressoché sempre che ve ne sorgeva uno, l’albero del bene e del male. Eppure nella Genesi è detto a chiare lettere che ve ne sorgevano due, l’albero del bene e del male e l’albero della vita che racchiudeva il segreto della generazione; e che Adamo ed Eva non furono cacciati dal paradiso terrestre, e destinati a procreare nella sofferenza, perché avevano colto il frutto del primo albero, ma perché non cogliessero poi quello del secondo desacralizzando la creatività.

Ancora più stupefacente che, qualche giorno fa, l’attuale pontefice abbia voluto smentire quella che egli stesso ha definito una fake news; abbia cioè asserito che la prima fake news è quella che fu utilizzata dal serpente astuto per convincere Eva a cogliere il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male e a commettere il peccato che avrebbe portato alla cacciata di lei e di Adamo dal paradiso terrestre. Ancora più stupefacente, perché non possiamo pensare che il pontefice non abbia letto la Genesi.

Letto il libro di Paolo Malaguti, “Prima dell’alba”, sulla guerra del 15/18 e in particolare sullo sbandamento dell’esercito italiano a Caporetto. La realtà di orrori sepolta per un secolo sotto la retorica e sotto il peso della candida torta nuziale di Piazza Venezia. L’orrore della guerra. L’orrore del disprezzo  disumano degli ufficiali colti verso la truppa contadina analfabeta. L’orrore del pregiudizio che portava tanti di quegli ufficiali a ritenere di avere di fronte non uomini, ma animali da usare. L’orrore delle arbitrarie fucilazioni e delle decimazioni. Cose che non sapevo o sapevo poco; e comunque anche in me predominava l’immagine della guerra trasmessa da quella retorica. Dunque un grande libro. Grande perché è un racconto che ripropone una realtà sepolta sotto un altro racconto, rompe l’incantamento di un altro racconto.

Letto, e da leggere, anche il libro di Cosentino-Doaro-Panella, “I fantasmi dell’Impero”, sui crimini commessi dalle truppe d‘occupazione italiane, e in particolare dal generale Graziani, nella guerra d’Etiopia.

La barbara violenza della civiltà dei lumi …

Machiavelli sosteneva che il popolo è buono. Se è così, allora  è una certa cultura che è malata ed infetta il popolo rendendolo cattivo.

C’è un pregiudizio per il quale essere buoni significa essere sciocchi.

Il problema non è il popolo, ma i populisti. Il popolo non è populista ….

La crisi del modello Destra/Sinistra può essere equiparata alla rottura di un dubbio ossessivo? Ha un equivalente nella rottura del dubbio ossessivo amore/morte?

La trascendenza equivale al pregiudizio. Il trascendente, inteso come ciò che non sta nell’esperienza, non è qualcosa di “trascendentale”. E’ presente in ciascuno di noi perché equivale ai nostri pregiudizi.

Anche i  simboli sono pregiudizi.

A proposito dei fraintendimenti cui va incontro “Il trauma dimenticato”. In un certo senso hanno ragione quanti scorgono un’assonanza tra il trauma dimenticato e il trauma della prima teoria freudiana del trauma o il trauma di cui parla Ferenczi. L’assonanza consiste nel fatto che anche il trauma dimenticato è indotto da un evento reale; resta che tale evento non provoca la ferita che provoca  invece il trauma della prima teoria del trauma o quello di cui parla Ferenczi.

A quelli che ti chiedono cosa sia la bellezza, dato che essa sta al di là delle parole ed è casomai la fonte delle parole che hanno senso, non puoi rispondere con le parole, ma questo non significa che essa non esista e che tu non possa rispondere …. Rispondere con parole che non dicono della bellezza, ma sono atti in quanto spingono chi ti fa la domanda verso una dimensione diversa da quella di quella ricerca di sapienza in cui egli sta quando ti fa la domanda ed entrando nella quale può forse incontrare da se stesso la risposta e non avere alcuna voglia e possibilità di dire che cosa ha trovato, cioè di rispondere a chi faccia a lui quella stessa domanda.

Ho bisogno dell’altro per essere me stesso. Posso essere certo di esistere perché mi trovo in un mondo in cui ci sono altri che possono essere certi di esistere perché ci sono io. In un mondo in cui non incontrassi alcuno non poteri dire di esistere.

Bollicine di Settembre-Dicembre 2017

Riferendomi al senso del titolo di un libro di Levy Strauss (Il crudo e il cotto), mi viene da dire che il Freud degli psicoanalisti è il Freud crudo che può risultare indigesto. Per renderlo digeribile bisogna cuocerlo, cioè comprendere la funzione da lui svolta nel contesto della storia della cultura dell’Occidente: in questo senso, quello che io e Marianna Bolko abbiamo tentato di fare con Il trauma dimenticato, è stato “cuocere” Freud, rendere disponibile un Freud cotto anziché crudo.

Il significato della parola “Io” è sfuggente. Si può intendere che essa designi l’unità dell’esperienza. Se così, l’Io di un individuo si estenderebbe tanto quanto raccolto in unità nella sua esperienza sia perché è stato da lui recepito, sia perché è stato da lui creato. Se così, un individuo sarebbe tanto più malato quanto meno è raccolto in unità nella sua esperienza e quanto più questa è frammentata. Se è così, però, servirebbe un’altra parola per designare l’entità che raccoglie l’esperienza in una unità. Forse la distinzione tra “Io” e “Sé” può servire a questo.

L’unità dell’esperienza può ottenersi o per esclusione o per inclusione.

L’Io di Freud è unità dell’esperienza ottenuta per esclusione e si costituisce nel corso di una vicenda di crescita conflittuale.

Molti sostengono che Hartmann, cui si intitola la Ego-psychology, abbia apportato una modifica sostanziale al concetto freudiano di un Io che si forma  attraverso le vicende del conflitto introducendo il concetto di una “sfera dell’Io libera dai conflitti”. Anche l’Io di Hartmann è però unità dell’esperienza ottenuta per esclusione; solo che, al tempo stesso, designa l’entità che unifica l’esperienza e la pensa come dotata di strumenti acquisiti al di fuori delle vicende del conflitto in quanto radicati nel biologico.

L’affermazione di Hartmann dell’esistenza di strumenti dell’Io radicati nel biologico, viene a soddisfare l’esigenza kantiana di dare un fondamento biologico alle categorie. Su questa esigenza diversi anni fa ha scritto un bel libro Stefano Poggi, I sistemi dell’esperienza.

Ho letto il libro di Sergio Benvenuto Lacan oggi. Una esposizione chiara del pensiero di Lacan, per nulla apologetica, critica quanto basta, permette di orientarsi su quel contenuto evitando l’improba fatica di perdersi nella fumosità della scrittura di Lacan. Benvenuto parla, a proposito di quella che io chiamo “fumosità”, di “torsione” dei concetti. In altri termini, Lacan avrebbe detto di tutto il contrario di tutto per il nobile intento di portare chi lo ascoltava e chi lo legge a pensare al di là di ogni certezza. A parte il fatto che, per come ho capito, al di là di ogni certezza c’è per lui il vuoto, più che di torsione io parlerei di confusione: confondere chi lo ascoltava e chi lo legge per poter liberamente esercitare su di lui un potere.

Ciò che lega gli esseri umani tra loro è ineffabile. Con buona pace di Lacan e del primato da lui conferito al linguaggio, accade spesso che quando si mettono a parlare litighino.

La ricerca del silenzio dà vita e la toglie.

Pensare il sogno come ultimo baluardo contro il virtuale genera un paradosso: il sogno è ritenuto lontano dalla realtà, mentre mantiene il rapporto con essa.

I sogni fatti sotto il Nazismo, raccolti da Charlotte Berardt nel libro Il Terzo Reich nei sogni, dicevano la realtà del Nazismo.

Accade che sotto i nostri occhi si consumino drammi dei quali non abbiamo cognizione e che, se ne avessimo, non potremmo comunque evitare, dei quali però siamo indirettamente e inconsapevolmente responsabili.

L’interesse per la telepatia tiene vivo un fuoco. Gli studiosi di parapsicologia sono le vestali del mondo moderno.

Negli scacchi, al di là della conoscenza delle aperture, dei finali e degli schemi di gioco, ciò che fa la differenza tra vincere e perdere è in gran parte lo stato d’animo, una disposizione non cosciente e impalpabile che si riflette ed esprime solo nella vittoria o nella sconfitta. Di qui anche la maniacalità dei grandi campioni come Murphy nell’esigere un setting di gioco il più idoneo possibile a indurre in loro uno stato d’animo favorevole alla vittoria.

Le opere d’arte vengono spesso apprezzate o per il loro valore economico, o perché ci si conforma al fatto che molti dicono che sono belle, o per una sorta di statuto o ruolo o funzione che assumono in una data cultura; raramente per lo stato emotivo che suscitano. La possibilità di apprezzarle per questo sta oltre quel sipario che Rilke confessava a Freud di temere che si abbassasse per sempre. Su questo timore di Rilke ho parlato a Firenze il 19 marzo 2016 e quanto ne ho detto sta in questo sito alla voce “eventi”.