Giugno-Settembre 2021

Ho recensito su Psychiatryonline il film di Marco Bellocchio Marx può aspettare. Si trova a questo link. http://www.psychiatryonline.it/node/9283

Ho visto A single man diretto nel 2009 da Tom Ford e tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood. E’ ambientato a Los Angeles. Racconta di un omosessuale che perde il proprio compagno, con il quale convive da sedici anni, per un incidente di auto capitatogli mentre viaggiava per raggiungerlo. Sconvolto dalla notizia, cerca conforto andando a piangere tra le braccia di una donna con la quale aveva avuto una storia sedici anni prima a Londra, e che aveva lasciato per unirsi al compagno ora perduto. Non trova però tra quelle braccia sufficiente conforto. Pensa dunque che la vita abbia come solo futuro la morte e matura un’intenzione suicida. E’ un professore e comunica quel pensiero agli allievi. Dice loro che  la vita dei singoli è dominata dalla paura di quel futuro che incombe anche sull’umanità minacciata dalla catastrofe nucleare.

Di quale morte parla il protagonista? E’ come se un disturbo del pensiero lo inducesse a parlare, a un tempo e confondendole, della sua morte interiore e della sua morte reale; là dove questa starebbe a significargli  il momento del riscatto dalla sua morte interiore, il portale di accesso a un futuro, a una nuova vita che gli restituisse quella perduta.  

Gli si accosta un giovane allievo. Si dice sedotto dal fatto che nella lezione appena tenuta avesse dismesso le vesti accademiche per parlare di una paura abitualmente taciuta. Ma forse è sedotto anche da altro. Sia dal fatto che il professore gli avesse indicato nella morte reale un momento di riscatto da una morte interiore che l’allievo vedeva riflessa nell’indifferenza della sua bella e sensuale compagna; sia dalla presunzione di poter distrarre il professore dall’intenzione di darsi una morte reale. Tuttavia né la seduzione esercitata su di lui da questo giovane, né quella esercitata su di lui da un altro giovane disposto a prostituirsi, né il tentativo della sua ex compagna di ricondurlo a sé danzando di fronte a lui e trascinandolo a danzare con lei, distraggono il protagonista dalla sua  intenzione suicida. Continua a coltivarla sedotto a sua volta dal potere che gli conferiva di attrarre altri a sé.  Avrebbe continuato a farlo se la morte non lo avesse raggiunto all’improvviso, come a significare che a coltivare quell’intenzione si finiva in un vicolo cieco.

Il film è stato da molti considerato un bel film. In effetti ha una bellezza formale che riflette sia quella del mondo di oggetti entro il quale il protagonista si muove, sia la perfezione del suo vestire. Non è un caso che il regista abbia lavorato con Gucci e con Yves Saint Laurent ed abbia egli stesso ideato una linea di moda.  E’ però una bellezza che mi ricorda quella, definita “grande” senza esserlo, di un recente film di un regista italiano, intitolato appunto Una grande bellezza, che, al  pari di questo, trasmette un messaggio mortifero e confusivo.

Credo sia stato questo messaggio a farmi avvertire un certo malessere dopo avere visto il film. Per liberarmene mi è parso prioritario non dare per scontato che la perdita subita dal protagonista fosse dovuta all’incidente che ha provocato la morte del suo compagno e bisognasse piuttosto chiedersi cosa mai egli avesse in realtà perduto.

Le scene iniziali del film comprendono un dettaglio che ritengo significativo. Nell’apprendere la notizia della morte del compagno, il protagonista, con una mossa che sorprende chi gli sta comunicando la notizia, si preoccupa della sorte toccata a uno dei due cani che stavano nell’auto e che non era stato ritrovato insieme all’altro morto sul luogo dell’incidente. Gli viene risposto che non ve ne è nessuna traccia: dunque non è detto sia morto, è scomparso.

La cosa finisce lì. Nel seguito, il protagonista non compie alcun tentativo di ritrovarlo, né si può dire che lo ritrovi in un cane che incontra per caso e bacia, abbraccia e annusa, perché poteva essere che egli non vi vedesse quello scomparso, ma quello morto accanto al cadavere del compagno.

Era dunque questa la perdita subita dal protagonista? Non era quella del compagno, ma del cane scomparso in quanto scomparso? E’ stato seguendo la traccia di questo interrogativo che mi è affiorato il ricordo di un altro film, L’avventura, che Antonioni realizzò nel 1960. Anche in quel film si tratta di una perdita dovuta a una scomparsa. Non però di un cane, ma di una donna. Certo, neppure un cane è un cane. Potrebbe essere il feticcio di un bambino. Ma se una donna scompare non può più esservi un bambino, il posto che egli occupa in un rapporto resta vuoto e il bisogno di negare che lo sia illudendosi che sia pieno può far sì che venga preso da un cane.

1960-2009, cinquanta anni, un passaggio di secolo. In  questo lasso di tempo è dunque avvenuto che la scomparsa di una donna lasciasse posto alla scomparsa di un cane. Forse, allora, è stato per questo, non per altro, che dopo avere visto il film e partecipato al cineforum ho avvertito un certo malessere.

Il film è ricco di citazioni di altri film, ma tra questi non vi è quello di Antonioni. Non poteva esservi perché era stato dimenticato, era andato perduto. Dunque la perdita che il protagonista subisce e che lo porta a dire che la morte è il futuro  non è la perdita del suo compagno, ma quella di quel film. Del mondo di problemi, pensieri, affetti, desideri, attese, timori, sconfitte che Antonioni poteva ancora rappresentare cinquanta anni fa. Il suo film non si chiude con una morte improvvisa, ma con un pianto del suo ben diverso protagonista. Possiamo intenderlo come il pianto dovuto alla previsione di quanto sarebbe accaduto nei cinquanta anni a venire, e cioè che la scomparsa di una donna divenisse la scomparsa di un cane. E se quel pianto diceva che ella continuava a venire cercata, quella morte inaspettata dice che non vi è più ricerca, che ella non può più essere ritrovata e che non vi è più posto per alcun bambino.

Non poteva essere ritrovata nonostante ricomparisse nel film nell’immagine della donna lasciata dal protagonista sedici anni prima, nonostante ella danzasse di fronte a lui come a volerlo risvegliare da un sonno di morte in cui doveva essere caduto poco prima di lasciarla.

Al mio malessere deve avere contribuito anche il fatto che nessuno dei presenti al cineforum si sia interrogato su cosa fosse accaduto allora. Qualcosa doveva essere accaduto, poco prima che egli la lascasse perché egli potesse fare la scelta dell’omosessualità. Non era infatti nato interiormente morto, cioè con quel disturbo del pensiero che lo portava a ritenere che la morte reale, che è assenza di futuro, gli avrebbe dato un futuro nel quale sarebbe di nuovo stato interiormente vivo.  Né è detto che la sua scelta gli fosse predestinata, o che trovi spiegazione nella biologia, o che consegua liberamente all’inesistenza di un’identità di genere. Prima di concludere in uno di questi sensi bisogna chiedersi se essa non sia conseguita a una dinamica.

Forse era accaduto che la donna abbandonata dal protagonista avesse già danzato di fronte a lui  e l’avesse anche per un solo istante trascinato in una danza che lo aveva turbato e indotto a decidere di non lasciarsene turbare più, tanto meno sedici anni dopo.

Alcuni critici hanno richiamato l’attenzione sul fatto che la morte coglie il protagonista subito dopo che il giovane allievo aveva tentato di sedurlo e ravvivarlo mostrandogli il proprio corpo nudo, e ne hanno tratto che Eros è sempre accompagnato da Thanatos.  Thanatos però doveva essere intervenuto ben prima.  Non ad accompagnare Eros, ma a determinare nel protagonista la scomparsa dell’oggetto per lui attuale di Eros. Con la scomparsa di quell’oggetto doveva essergli  scomparso anche un sentire che quell’oggetto gli evocava e che lo manteneva vivo. Non doveva dunque essergli rimasta altra via di recuperare una parvenza di quel sentire se non la scelta omosessuale.

Il film è ricco di allusioni e rimandi significativi che debbo astenermi dal raccogliere. Avendo presente il suo insieme, mi viene piuttosto da dire che potrebbe essere recepito come se fosse una tragedia greca. Come se rappresentasse un percorso che priva il mondo degli oggetti di Eros e del sentire che essi inducono, per popolarlo di feticci che si susseguono ossessivamente e si accumulano senza poter  restituire quanto scomparso e perduto. Vi manca ed è mancato però il coro che nella tragedia greca induce la catarsi e apre alla nuova vita. Oppure è accaduto che una cultura, della quale il film è partecipe e che si è venuta affermando in questi ultimi cinquanta anni, abbia reso la voce del coro tanto flebile da avvicinarsi a non poter essere più avvertita e ascoltata. Forse, dopo tutto, è stato questo a farmi avvertire un certo malessere.

Leggo il romanzo di Paola Melis L’altra vita. L’Autrice dà prova di un bel coraggio a porre in excerpta al libro il Moloch delle parole di un esistenzialista – nihilista rumeno,  Emil Cioran,  che sentenziano l’inutilità di essere nati.  Al lettore può volerci un po’ per comprendere che si tratta di una dichiarazione di guerra. Lungi dal farle sue, l’Autrice deve averle poste lì per significare il proposito di demolire quel Moloch con la parabola del suo discorso.

Una parabola apparentemente semplice, che un lettore distratto potrebbe assimilare a quella di un romanzo rosa, ma ampia, complessa, nutrita di competenze non solo filosofiche, mediche e psicopatologiche, ma anche dovute alla personale esperienza di rapporti umani.

Nel primo tratto della parabola si viene a sapere in crescendo di una malformazione neonatale della protagonista, della sua infanzia ospedalizzata, di una madre indifferente, di nonni caritatevoli ma banali, di un padre incolore e distratto, di una conseguente multiforme patologia della protagonista stessa, del suo tentativo di vivificarsi adottando comportamenti borderline che la spingono nel nulla di un vuoto interiore. Questo crescendo raggiunge l’apice con la morte del fratellino: con essa viene infatti meno l’unica realtà che, senza che lei lo riconoscesse e che anzi negava, la legava alla vita. Non le resta ora altro che insistere nel tentativo di costruirsi, avvalendosi del “trauma assoluto” indottole dal suo disastroso passato, un’identità fittizia fondata sull’orgoglio di sentirsi unica sfortunata e reietta: un Cristo crocifisso o una Madonna dal cuore trafitto con lo sguardo rivolto al cielo ripetendo ossessivamente il ritornello dell’attesa di “un’altra vita” che non potrà venire mai.

Raggiunto l’apice di questa piena descrizione del Moloch, la parabola volge ora verso la sua demolizione. Cruciale il momento in cui la protagonista, nell’intenzione di avvelenare se stessa, avvelena la madre. Bisogna astrarsi dalla fattualità di questo momento e leggerlo come si leggono i sogni. Nella sua confusione mentale, uccidendo se stessa ella intendeva, senza averne coscienza, poter uccidere la madre che era in lei. Intendeva spurgarsi, per mezzo di un veleno, del veleno dell’indifferenza che aveva assorbito con il latte materno. E’ l’inizio di una salutare separazione interiore cui spontaneamente e necessariamente consegue la comparsa dell’immagine di una nascita possibile.

Quella separazione e quella connessa comparsa costituiscono però la condizione essenziale e prioritaria, ma non sufficiente,  di una risalita della protagonista dall’abisso del nulla in cui era precipitata e della demolizione del Moloch filosofico sotto il cui peso stava sepolta. Accade così che subito dopo entri nel suo mondo un’immagine virile. Mentre ella giace in un letto di ospedale tra la vita e la morte, a un passo dal definitivo nulla ed esibendo tutta la sua bruttezza, entra in scena un medico che si innamora di lei. Non è però un principe azzurro che viene a decretare il lieto fine di un romanzo rosa. Con il suo ingresso la parabola esplode in una ampiezza di significati che non possono essere raccolti e contenuti dall’intelletto, solo accennati.

Se si innamora di lei è perché sa che solo una donna che sa di essere brutta può lasciarsi costringere a diventare bella. Sa anche che soltanto strappando al nulla un altro da sé può liberarsi dal proprio nulla. Deve avere anche compreso che per liberarsene  non gli basta strappare gli altri alla morte grazie alla sua perizia di chirurgo.

Come accade in un rapporto analitico, e come non avrebbe potuto essere altrimenti, la protagonista lo cimenterà all’estremo per fallire e farlo fallire nel tentativo di riportarla a “questa” vita. E invero è difficile dire da dove egli tragga la forza di non crollare; forse dal fatto che la protagonista stessa lo soccorrerà una volta crollato. Insieme potranno accogliere quell’immagine di una nascita possibile diventata reale alla scomparsa dell’indifferenza materna, non a caso accaduta nel momento stesso del loro ritrovarsi.

Il fatto poi che il figlio in cui quell’immagine prende corpo, e del quale si prendono cura, non sia il loro figlio propone un messaggio di alto valore che ha il potere di demolire definitivamente il Moloch che sentenzia l’inutilità di essere nati. Sta infatti a dire che oltre la procreazione c’è la creatività; che su di essa è possibile costruirsi un’identità non più fondata sull’orgoglio di essere sfortunati e reietti per avere subito un trauma, per quanto “assoluto”; e che non c’è bisogno di volgere gli occhi al cielo in cerca di un’altra vita perché l’altra vita è quella che possiamo vivere se non le sfuggiamo e la sveliamo.

Il fatto che un’opera d’arte, un romanzo, un film non raccontino fatti, ma tentino di esporne il significato, li mette sullo stesso piano del sogno e legittima che vengano accostati allo stesso modo in cui si accostano i sogni.

L’altra vita è sempre questa vita, ciò che di essa ci sfugge, o non vediamo, o lasciamo scorrere via.

Un solo modo di recuperare magici momenti nei quali si è ascoltata musica: ascoltare musica, non però quella ascoltata in quei momenti.

Spesso la paura della morte si presenta quando si lascia un luogo abituale e sicuro ed è dovuta al timore di non disporre del tempo necessario  a soddisfare desideri  che non vengono avvertiti fintanto che si sta nel guscio di un luogo abituale e sicuro.

Il riso è un  affetto che sorge nell’improvviso trasformarsi in nulla della tensione di un’aspettativa.

Interpretare i sogni facendo uso delle nozioni apprese significa lasciare solo chi li racconta, rendersi a lui assente.

Ci sono cose che un pazzo non direbbe mai perché avrebbe paura di essere preso per pazzo.

Nell’insistenza della destra  non solo italiana ad ampliare la libertà di movimento ed aggregazione nonostante la pandemia vi è qualcosa di più dell’intenzione di privilegiare l’economia a scapito della salute. Vi è l’intenzione di mantenere costante il terrore indotto da tale presenza. La convinzione che il terrore indotto dalla presenza di un nemico sia lo strumento di potere e di governo dei pochi è sempre appartenuta ai preti e alle destre.  I primi hanno affidato la presenza del terrore alla costante presenza dell’idea della morte; i secondi alla presenza di nemici esterni visibili. Oggi è cambiato solo che non  c’è stato bisogno di creare il nemico perché è venuto da sé e che non è un nemico visibile, ma invisibile e dunque tale da accrescere il terrore.

Settembre – Dicembre 2020

Visto Blue Jasmine di Woody Allen. Visto per caso, perché da un po’ i suoi film mi avevano stancato. In questo però ho apprezzato il modo disincantato di raccontare con qualche ironia come inseguire il successo in una società che obbedisce all’etica del successo porti alla costruzione di un falso Sé ed alla follia.

Mi regalano, e prendo a leggerlo  I leoni di Sicilia. La saga dei Florio di Stefania Auci. Stucchevole, scipito. Non riesco ad arrivare fino in fondo.

 Bellissimo invece il romanzo di Enzo Striano Il resto di niente sulla tragica vita di Eleonora de Fonseca Pimentel. Il resto di niente è niente?

Bellissimo anche Le nostre anime di notte di Kent Haruf. Un uomo e una donna, pur molto avanti nel cammino delle loro vite, si incontrano in un modo tutto loro, semplice come la scrittura del libro, ma struggente perché sull’orlo della fine. L’incontro è un bene sia per loro che per il nipote di lei oppresso da un padre assente figlio di lei. Questo bene è devastato dal perbenismo di costui e dalla sua preoccupazione che i beni della madre vadano, una volta morta, al suo anziano attuale compagno. La figura del figlio sembra rappresentare il male assoluto; assoluto perché viene dalla totale assenza della pur minima comprensione del senso di quell’incontro e di quanto di bene esso introduceva nel mondo. Nella storia di quel figlio c’era però la perdita nell’infanzia di una sorellina amata. Ed allora il male che egli rappresenta non è assoluto perché procede dal non voler mai più sapere di un bene possibile che egli ha perduto e del quale forse, proprio per non volerne sapere qualcosa, in fondo ancora sa.

I bambini sono esseri assolutamente indifesi che hanno da opporre alla cattiveria del mondo soltanto la bellezza della loro esistenza.

Il latente non è il male, ma il bene, da non confondere con l’espiazione, la riparazione, il perbenismo.

Il fango non ci sarebbe se non ci fosse stata la poggia.

Bruno, ne Lo spaccio della bestia trionfante, p. 279 dell’edizione di G. Gentile: «Nulla è assolutamente male».

Ripercorro la Critica del giudizio di Kant.  Mi colpisce quando scrive che il senso del bello è un dato puramente soggettivo e al tempo stesso universale, Universale in quanto soggettivo, soggettivo in quanto universale.

Letta la colossale (ed è solo il primo volume) autobiografia di Obama Una terra promessa.  Letta con piacere perché scritta in modo semplice e chiaro e si sente in ogni pagina la presenza del personaggio, e con interesse perché permette di comprendere la complessità di certi processi decisionali e di certi episodi dei quali sapevo solo che erano avvenuti ma non come. Tuttavia sono rimasto perplesso, in verità già lo ero per le altre cose sue che avevo letto, rispetto al suo rapporto con la religione, come quando, in visita a Rio de Janeiro, porta la moglie e le figlie a visitare il Cristo redentore sulla montagna del Corcovado e vi si ferma a pregare in silenzio con loro. Forse ci crede davvero. Allora mi sono chiesto se il rapporto con la religione non sia il filo segreto che, correndo nelle profondità della cultura americana. lega tra loro, pur nelle differenze, Obama e i suoi oppositori, Trump compreso.     

Leggo il denso e profondo piccolo libro di Carlo Levi Paura della libertà. La religione come sostituzione del significante al significato. L’ampliamento del concetto di religione. Dovrei riscrivere il capitoletto di Passaggi ponti pontefici sulle religioni che non sembrano religioni.

Dio non esiste perché, essendo eterno, non è mai nato.

La creatività di Dio non viene dal rapporto, non presuppone la recettività. Dio è dunque omosessuale. Se ne può dedurre il rischio per gli omosessuali di sentirsi Dio?

La consapevolezza delle propria impotenza può cercare il riscatto nella credenza nell’onnipotenza di Dio.

Il papa si schiera a favore non delle unioni civili delle coppie omosessuali, ma del loro costituire famiglia il che, è lecito pensare, comporta imporre loro il matrimonio religioso, come a riportare altre pecorelle nell’ovile. Inoltre, parlando di famiglia sembra parlare a favore dell’omogenitorialità.

Machiavelli critica gli Umanisti perché si affidano all’immaginazione nutrendosi di parole vuote anziché essere attenti alla realtà della cosa. Bruno dà del pedante a Lutero perché si affida a parole vuote anziché alle opere. Le parole vuote degli Umanisti e di Lutero sono il precedente delle fake news? Per comprendere il senso ultimo delle fake news bisogna rifarsi a quei loro antecedenti? La prima parola vuota è  “Dio”?  La prima fake new è l’esistenza di Dio?

Nulla sappiamo della durata del mondo umano. Sappiamo però che non è eterno. Lo vediamo esaurirsi lentamente sotto i nostri occhi. Vediamo una cultura della bellezza che lo ha costruito essere progressivamente vanificata da una cultura del falso.

Sapienza del Crstianesimo: che la madre di Gesù fosse vergine vuole dire  che non era nessuna donna viva perché nessuna donna viva può essere vergine madre. Ma anche perfidia: si è voluto indurre nelle donne il delirio di potere essere madri vergini.

La madre, che soffre per la propria volontà non cosciente di mantenere il figlio in una condizione di non essere nato perché pensa che è il solo modo di non perderlo, soffre per volerlo mantenere in quella condizione o per non essere riuscita a farlo?

Donne che ti aiutano a vivere, donne che ti fanno sognare. L’unica soluzione sarebbe la poligamia. Ma forse nella poligamia non ci sarebbero né donne che ti aiutano a vivere né donne che ti fanno sognare.

La soddisfazione del desiderio non consiste nel suo esaurimento, ma nel suo accrescimento. E’ proprio vero che una ciliegia tira l’altra.

Non esiste solo l’opposizione salute del corpo/profitto, ma anche salute della mente/profitto

V’è una differenza sostanziale tra l’esposizione di un caso clinico e l’esposizione dell’analisi di un caso clinico.

Assisto via screaming a una conferenza di Boas, uno psicoanalista americano, tenuta presso una scuola di formazione all’esercizio della psicoterapia. Parla di immaginazione e non fa distinzione tra l’immaginazione dell’analista e quella del paziente. Quando glielo faccio notare e gli chiedo se porre quell’eguaglianza non comporti una abdicazione dell’analista al ruolo, si stizzisce. Era poi in programma che supervisionasse i casi portati da due allievi. Con mia sorpresa ne interrompe a più riprese l’esposizione per chiedere ai presenti di stare venti secondi in silenzio e di dire che cosa hanno immaginato a proposito di quanto esposto dall’allievo. Per fortuna non lo ha chiesto a me. Perché se lo avesse fatto non gli avrei detto cosa avessi immaginato sul caso, ma della sua supervisione: avevo immaginato una messa perché a proposito dei  venti secondi di silenzio  mi era venuto in mente il momento della messa in cui il sacerdote pronuncia la frase “orate fratres” e invita i fedeli al silenzio.

Sostenere che l’immaginazione dell’analista e del paziente sono uguali equivale a sopprimere la prima sotto la seconda, quella che dovrebbe essere innovativa sotto quella che è ripetitiva, la musica sotto la preghiera.

E’ incredibile che la psicoanalisi sia stata considerata innovativa e rivoluzionaria anche da menti non sprovvedute e non ci si sia resi conto che è una religione in veste scientifica. Come spiegare questo enorme abbaglio? E’ l’effetto di una magia?  Della magia della forma della religione che la ha preceduta e che ha condizionato le menti per mezzo dell’educazione?

Il paziente sogna che si sta togliendo un dente. L’analista interpreta che, poiché nel togliesi il dente deve atteggiare la bocca a un ghigno, il sogno dice di un atteggiamento irridente e malevole del paziente nei suoi confronti. Ci può pure stare. Ma gli sfugge che il dente che il paziente si leva può essere lui.

Formulando il complesso edipico e portando numerosi esempi tratti dalla interpretazione dei propri sogni, Freud ritenne di avere fornito la chiave e la tecnica necessarie a percorrere una via regia verso il non cosciente. La chiave è risultata però fasulla: girava a vuoto nella toppa, sembrava  ridare valore ai sogni  come via di accesso al’ignoto, ma in realtà li rinchiudeva nella gabbia del noto definito dall’uso paradigmatico di quel complesso ed asserviva la tecnica all’intenzione di nasconderne il significato anziché svelarlo. I numerosi tentativi di liberare i sogni da quella gabbia succedutisi nel seguito della storia della psicoanalisi sono falliti nella misura in cui non ci si è separati dal paradigma senza restare per questo privi di orientamento e costretti nell’alternativa tra inventare altre chiavi anch’esse fasulle o dichiarare impossibile l’interpretazione dei sogni ed impraticabile la via regia al non cosciente.

I concetti di Sé femminile, Sé virile, Sé creativo e di sinergia sono estranei alla psicoanalisi. La teoria che le presiede è stata infatti costruita sulla base, ed anzi in funzione, della dimenticanza del Sé femminile. Inoltre Freud, e quanti hanno condiviso la sua teoria, hanno cercato di tacitare le voci della cultura che la rendevano presente trascurandole o appiattendole sugli  assunti di quella teoria anziché lasciarsene fecondare. La dimenticanza di quel Sé e l’appiattimento di quelle voci hanno generato un vuoto che chiedeva di essere riempito. Lo si è fatto sostituendo al Sé virile della donna il dato anatomico del clitoride, al suo Sé femminile il dato anatomico della vagina e al Sé virile dell’uomo il dato anatomico del pene. Non hanno dunque avuto nozione né della sinergia di quei due Sé, né di un Sé creativo reso da essa possibile. L’esito di queste sostituzioni e di queste assenze è stato la patologia della stessa psicoanalisi riconosciuta da Freud in Analisi terminabile e interminabile quando lamentòl’infrangersi della cura nello scontro con la «roccia biologica».Eglisuggerì che, per uscire vincenti da questo scontro, gli psicoanalisti avrebbero dovuto tornare ogni cinque anni in analisi. Ma rinnovare un percorso orientato da una teoria che conduce a quello scontro non può fare altro che riproporlo. Tuttavia nel suggerimento di Freud era accennata la consapevolezza della necessità di modificare l’iter formativo dello psicoanalista, cosa però possibile solo se la psicoanalisi si lascia fecondare dalle voci della cultura che ha cercato di appiattire sui propri assunti.

Fagioli aveva intuito l’importanza della sinergia di Sé femminile e Sé virile quando, agli inizi, aveva parlato della coppia terapèutica come fattore di cura. Poi però aveva inteso quei due Sé come costituti dalla coppia composta da lui e dalla sua partner del momento. L’intuizione era diventata una polpetta avvelenata per le sue partner e per i suoi fans.

Winnicott giunge a riconoscere che l’stinto di morte ripropone il pensiero biblico del peccato originale, ma non riconosce che lo ripropone anche il concetto di conflitto originario.

La storia del movimento psicoanalitico fornisce  l’immagine di un corpo astrale esploso in innumerevoli frammenti vaganti in uno spazio vuoto.

Il kleinismo è una teoria paranoica e l’oggetto della sua paranoia è il bambino.

La parola a Bruno. Ne Lo spaccio della bestia trionfante auspica si dia fine a «quella poltronesca setta di pedanti che senza ben fare secondo la legge divina e naturale si stimano e vogliono essere stimati religiosi grati a’ dei, e dicono che il fare bene è bene e il fare male è male; ma non per ben che si faccia o mal che non si faccia si viene ad esser degno e grato a’dei; ma per sperare e credere secondo il catechismo loro».

E’ giunto il momento di restringere l’uso della parola psicoanalisi a significare la teoria di Freud  e della sua scuola, e per il resto parlare di “ricerca sul non cosciente”

Di giorno vedo un film, leggo un libro, ascolto un discorso e li comprendo in un modo. Poi viene un sogno a farmeli comprendere in un altro modo. Ciò che non era cosciente nella veglia diventa cosciente nel sogno.

Paradosso: vorrei che le cose che scrivo fossero apprezzate, ma temo che se lo fossero vorrebbe dire che non valgono quanto io presumo, Il fantasma dell’abbandono, dell’interruzione, del poter precipitare nel’abisso del nulla, accompagna in ogni momento la scrittura, si cela in ogni tratto della penna che lascia posto a un altro, tutte le volte che il dito si toglie da un tasto del computer per passare a un altro.

Aprile – Agosto 2020

Leggo Sommersi e salvati di Primo Levi. Primo Levi si è scontrato, e ne è stato travolto, con l’impossibilità di comunicare un orrore che non è possibile comunicare.

Leggo Il seminario perpetuo. Il tardo e ultimo Lacan, di Gioele Cima. Un lavoro di grande impegno, sapientemente strutturato, pacatamente critico. Non è che abbia capito tutto, ma quanto ho capito mi ha confermato nella mia idiosincrasia nei confronti del pensiero di Lacan. Il procedere sincopato della sua prosa, e della sua prassi, mi ha fatto pensare, forse a sproposito, agli scatti isterici con cui Hitler accompagnava i suoi discorsi.

Somiglianza e diversità tra l’oratoria di Hitler e quella di Mussolini. Ambedue inseriscono nei loro discorsi momenti che non appartengono al discorso in quanto sono puramente scenografici e possono essere definiti isterici nel loro essere fatti di scatti improvvisi. Gli scatti improvvisi dei discorsi di Mussolini sono preceduti da pause che in quelli di Hitler mancano.

Ho pensato che il personaggio di Trump potesse avere un precedente in Bob Cheeney, l’onnipotente vice di Bush jr. Così ho ripensato a un film su di lui intitolato, appunto, Vice. Il regista ne fa un personaggio shakespeariano e introduce nel film un dialogo tra lui e la moglie che riproduce quasi alla lettera il dialogo del Macbeth in cui Lady Macbeth seduce il marito a compiere il crimine che consegnerà nelle sue mani il regno di Scozia. Allora mi sono andato a rileggere, dopo tanto tempo, sia il Macbeth che il Riccardo III di Shakespeare nella bella e ormai introvabile edizione sansoniana del suo teatro. La ricerca del potere per risolvere una loro deformità, caratteriale in Macbeth, apparentemente fisica in Riccardo, è sostenuta dall’odio nei confronti di ciò che ne dà la misura: della virtù di un re nel caso di Macbeth, di un rapporto uomo-donna felice nel caso di Riccardo. Su queste cose di più in un dialogo, Una tempesta più che perfetta, che si può trovare in internet: http://www.journal-psychoanalysis.eu/una-tempesta-piu-che-perfetta/

Si può prevedere che, se vincerà Trump alle prossime elezioni americane, l’Europa finirà con il frantumarsi in una quantità di piccoli stati schiacciata sotto il peso dell’America first, che si aggiungerà un altro episodio alla storia della sequenza degli imperi descritta dagli autori antichi.

Intermezzo “poetico”: In Italia ci sono tanti trumpini/uno di loro si chiama salvini.

Ho visto un film di fantascienza, Waterworld, con K. Costner. Là per là sembrava la solita cazzata, ma poi no. Raccontava che i ghiacci dei poli si erano sciolti e il mondo era stato invaso dai mari. Un diluvio universale, soltanto una terra era rimata emersa. La via per raggiungerla era però tracciata solo su una mappa tatuata sulla schiena di una bambina. Uomini violenti la cercano: vogliono strapparle la pelle dalla schiena per disporre della mappa. Il protagonista, Costner, è un uomo-pesce che inizialmente non vuole saperne, ma poi è conquistato, umanizzato da lei. La salva dagli uomini violenti e insieme, con altri, raggiungono la terra rimasta emersa. Ancora una rappresentazione di quanto possa la sinergia di femminile e virile.

Paradosso: la castrazione è non riuscire a vivere una dimensione femminile. Il castrato, uomo o donna che sia, è chi non riesce ad essere donna. Questo perché la donna è nata prima dell’uomo: nel senso che, mentre Adamo dorme, ella fuoriesce da lui come se fosse un sogno e lui, quando si sveglia, se la trova davanti già sveglia. Su questo, di più nel penultimo capitolo, intitolato “Desiderio e cultura”, di Storicizzare Freud.

Nel saggio sulla femminilità Freud compie lo stesso percorso che nel caso di Dora: come restando chiuso in una forma di solipsismo, in quel saggio non gli interessa la femminilità così come in quel caso non gli interessa Dora, ma la conferma della sua teoria.

Freud ne L’Io e l’Es completa il discorso sull’Edipo parlando di un Edipo capovolto, quello per cui il bambino amerebbe il padre ed odierebbe la madre. Ma il fatto che il bambino ami il padre non ha in sé nulla di negativo, anzi lo porta ad esprimere la propria disposizione femminile, e non è affatto detto che l’amore per il padre comporti l’odio per la madre. Che sia così dipende dal comportamento della madre, dall’eventualità che lei non sia abbastanza donna da amare che il bambino ami il padre.

Visto uno spezzone, non di più, di una performance di Recalcati su Rai tre. Importanza della scenografia: le parole dello psicoanalista non sono rese credibili dai loro contenuti, ma dalla scenografia che fa loro da sfondo. Essa induce una regressione a una sorta di stato ipnotico che rende disponibili a bersi come buono di tutto. Quella scenografia equivale alla piazza vuota che fa da sfondo alla recita del pontefice nei giorni del lockdown.

La Chiesa romana ha usato la peste come metafora del dissenso protestante che nel 1500 ha infranto l’unità dell’Europa cristiana. Si può usare la peste come metafora del silenzio da essa imposto nel 1500 ad altre forme di dissenso che investivano anche il dissenso protestante.

L’eretico può venire accusato di essere orgoglioso del suo essere eretico e corre il pericolo di essere orgoglioso di essere considerato eretico.

Leggo La salute circolare di Ilaria Capua, e mi viene di aggiungervi questo pensiero. L’origine del Coronavirus va datata al momento in cui Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre affinché non cogliessero i frutti dell’albero della vita impedendo loro di creare e condannandoli a un produrre che, sotto l’impulso della ricerca di una soddisfazione che il produrre non poteva dare, sarebbe travalicato in uno sfruttamento delle sue stesse fonti che avrebbe rotto gli equilibri nei quali il virus restava catturato e viveva tranquillo e trattenuto dal compiere lo spillover.

L’insistenza con la cui si parla del virus come nemico invisibile può servire a nascondere l’esistenza di altri nemici invisibili, alcuni dei quali responsabili del libero scorrazzare del virus.

La movida, cui i giovani si sono dati non appena il coronavirus è parso acquietarsi un poco, ricorda le danze macabre che si tenevano del Medioevo in tempo di peste, ma non ha l’eleganza che esse hanno nei dipinti di Hieronymus Bosch.

Ho conosciuto molto tempo fa, e poi occasionalmente rincontrato, un uomo nei confronti del quale ho fatto l’esperienza dell’incomunicabilità, cioè ho avvertito che egli esprimeva qualcosa che impediva la comunicazione, come fosse avvolto da una nube che lo rendeva inaccessibile. Poi ho scoperto che la sua unica figlia si era suicidata. Che con lui mi fosse impossibile comunicare non mi ha scalfito, lo ho solo avvertito, perché non è che lo amassi. Ma la figlia lo amava.

Storie interrotte. Tempi ormai spesi. Storie che non c’è modo di farle andare diversamente da come sono andate. Storie che sono come tanti ponti Morandi, ma per le quali non c’è ricostruzione. Storie che finiscono sul vuoto.

La distanza che si stabilisce tra due partner di un rapporto una volta questo finito è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza che avevano vissuto quando era vivo.

Pensare, scrivere, scavare per approfondire e chiarire: è come avviarsi lungo una strada senza fine. Ars longa, vita brevis.

Lo scorso agosto, cioè un anno fa, ho incontrato per caso al baretto che spesso frequento una giovane donna. Lei ha poi scritto del nostro incontro, di come è avvenuto e di cosa ci siamo detto. Di lei so che si chiama Irene, Irene Barcarolo, che vive da qualche parte nell’Italia del Nord, che le piace viaggiare ed evidentemente anche scrivere. Di più di lei non so, né la ho più vista. Ha intitolato quanto ha scritto “Della meraviglia e degli Dei”. Quanto ha scritto di quell’incontro e di me mi è piaciuto e mi ha fatto bene. Lo pubblico così come è, con il suo permesso, tra le bollicine perché vale assai più di una bollicina, e per gratitudine.

Incontro con Antonello Armando alla Gelateria Giolitti il primo agosto duemiladiciannove

Nella Gelateria Giolitti fanno lo zabaione come non lo fa nessuno mi hanno detto ma io c’ho caldo e allora ho preso la granita al caffè e non ce la volevo la panna che con vent’otto gradi fuori fa ricotta invece il signor Claudio la panna ce l’ha voluta mettere lo stesso e c’aveva ragione perché é la fine del mondo.

Pago al santino di Totti autografato scolorito, inchiodato alla parete di legno vicino alla cassa e mi siedo fuori, sola.

Fuori ci sono sei tavoli rotondi scrostati, con le sedie di quelle con il filo di plastica arancione intrecciato, con lo sporco nero incrostato nelle giunture che ormai fa parte della struttura portante, come le gambe e lo schienale. È lo sporco che le tiene su.

Mi siedo, vicino a me signore intente a mangiare il gelato senza mordere la cialda del biscotto a forma di cannuccia per paura che cada la dentiera, posata sul piattino della coppa cola appiccicoso sul tavolo. Si ripetono a vicenda cinque o sei volte quanto buono sia il gelato prendendo una salvietta per pulirsi la bocca e le dita nodose e curve ad ogni assaggio.

Antonello stava in piedi guardando i sei tavolini tutti occupati e io, turista di passaggio, da sola, mai avrei potuto privare un cliente affezionato della sua poltrona alla gelateria Giolitti.

Così lo invito a sedersi con me e parlammo della Meraviglia e degli Dei.

La nostra conversazione non é quella di due persone con la stessa conoscenza del mondo né la stessa dialettica.

Antonello non parlava come me, con i pensieri che affiorano a pelo d’acqua qua e là come pesci in un fiumiciattolo quando butti qualche briciola. Guizzi e spruzzi di un discorso che non so fare sul mondo sulle cose sulla vita e sul suo senso, il mio é un sentire molto difficile da dire e lucido a momenti. Antonello invece parla come una persona che ci ha speso la vita sopra e parla come una persona che ci ha scritto e riscritto e quando scrivi, i pensieri diventano chiari non solo a te ma anche agli altri, allora é proprio vero che qualcosa hai capito.

-La meraviglia degli uomini é ciò che sta al principio della vita. Sapersi meravigliare, accorgersi e predisporsi ad accogliere la meraviglia può essere particolarmente raro per chi non ha occhi. E tale rarità non deriva dalla rarità nel trovare buone meraviglie, ogni attimo contiene in sé buone meraviglie ma la gente, dicevo, ha perso gli occhi.

Più spesso la gente si meraviglia per le cose sbagliate.

-Cosa intende per cose sbagliate?

Ti piace Salvini? Stupisce la gente quello che dice, quest’idea del chiudere i porti trova molto seguito. Quando le idee deliranti personali diventano le idee deliranti condivise da una comunità che si meraviglia per la loro forza e attribuisce loro una valenza magica, salvifica, è meraviglia per le cose sbagliate. Quando un’azione, una parola, un’idea assume una connotazione magica sotto la quale l’immaginazione di un concetto si incrementa, questa è una meraviglia per le cose sbagliate.

-Come il Nazismo?

-Sì, anche! La storia ci dà molti esempi.

Dici, senza saperlo, quello che dicevano gli antichi. Gli Dei stanno in ogni cosa. Sorrido sapendo di aver detto una cosa bella e interessante.

E cosa fai quando vedi gli Dei?

Niente, mi meraviglio. Rispondo

Ma per vederli bisogna imparare ad aspettare. A volte arrivano all’improvviso mentre stai facendo altro. Se invece li stai cercando devi aspettare. E anche ad aspettare mi alleno viaggiando da sola.

-Le persone si scocciano tanto ad aspettare. O si annoiano e si scocciano o si annoiano e cercano un diversivo.

Esatto!

E se poi le persone devono aspettare da sole si scocciano il doppio perché si annoiano di loro stesse. Non sanno stare in loro compagnia, non sanno cosa dirsi.

Ecco perché annegano gli occhi nello schermo del cellulare, per trovare qualcosa di interessante fuori di sé. Ogni volta che si apre il discorso sul rapporto tra i giovani e il cellulare temo sfoci in qualche frase pesante trita e ritrita che inizia con “ai miei tempi” e non so come vada a finire perché non l’ascolto.

Ma Antonello parla di filosofia, non di cellulari, di oggi non di ieri.

-Anche a me piacciono molto le attese, quando vado a trovare mio figlio a Ginevra ci vado in treno. Mi piacciono le stazioni.

-Anche a me piacciono le stazioni. E il viaggio in sé, a volte mi è piaciuto più della vacanza. Vedere il panorama cambiare dietro al finestrino, rendermi conto delle distanze che intercorrono tra i luoghi e lo spazio che si trasforma quanto più velocemente il treno scorre sulle rotaie, le ruote sull’asfalto, le gambe che calpestano le calli di Venezia.

Traduco quello che mi succede in spazio. Capita spesso, un po’ mi alleno fino a che mi viene anche naturale ora.

-Ricordo con affetto il viaggio fatto a Venezia quando avevo una ventina d’anni da solo. Stavo in un ostello vicino a Rialto. È una città che predispone a pensare e ad accorgersi, a meravigliarsi e a trovare l’inatteso.

-Una delle cose che mi piace di più di Venezia è il suo potere livellante. Intendo dire che è una città alla quale non interessa che tu abbia la macchina più comoda e potente la moto più fiammeggiante salta coda, che tu sia abituato a chiamare il taxi perché così non ti devi preoccupare di come muoverti. Venezia ti fa camminare! E così più ricco è chi ha le gambe buone, scarpe comode, fiato e orientamento.

-Ognuno lo fa in modo diverso però. Anche io quando lei è arrivato stavo guardando il telefono ma stavo scrivendo appunti perché non ho nulla su cui scrivere.

-cerco di salvarmi. Passo molto tempo anche io annegata nel telefono

-Te la do io carta penna.

Come ti chiami?

-Irene. Lei?

-Te la do io carta e penna, Irene.

La gente crede di informarsi leggendo notizie inutili e senza critica, crede di essere partecipe vedendo cosa fanno e dicono gli altri. Crede di scoprire cose nuove, si meraviglia della magia della tecnologia che tutto può e potrà sempre di più senza che nessuno sappia come.

-Ho avuto un professore all’università che ci parlava della folle supremazia della tecnica. Una religione che ci allontana dal senso dandoci in pasto significati della realtà senza più trovarne un Senso, che ci dà nuovi oggetti da idolatrare.

Non mi ricordo più cosa ci siamo detti Antonello ed io, abbiamo parlato per ore seduti come vecchi amici sul plateatico mentre il sole iniziava a tramontare e i pensieri diventavano parole che zampillavano come acqua fresca sotto la calura di una Roma ad agosto, trascinata con le vesciche ai piedi e la pelle appiccicosa sotto l’abito bianco.

-Mi permetta di offrirle la granita Irene, ma gliel’ha messa la panna Claudio vero?

-L’ho già pagata Antonello, manca il te al limone ma non si disturbi

-Pago tutto Claudio e per favore dammi anche una bottiglia di vino da portare via.

Roma torna intorno a me rumorosa e veloce mentre esco dalla bolla di un momento, mentre metto in tasca un sassolino rotondo che faccio giocare tra le dita.

-La accompagno a prendere l’autobus così questo momento dura ancora un po’, mi permette?

Marzo 2020

La sera del 27 ho ascoltato, e soprattutto visto, in TV l’omelia pronunciata dal pontefice in occasione della pandemia davanti a una piazza San Pietro vuota. Dico “visto” perché si è trattato di un grande spettacolo teatrale, una scenografia di perfezione e suggestività inarrivabili che può far vergognare le altre che la TV offre.

Ancora una volta il pontefice fa il pontefice, fa quello che facevano gli ingegneri etruschi secoli or sono: getta un ponte su un  passaggio che questa volta è il passaggio dell’umanità tutta attraverso una catastrofe. Il ponte è quello spettacolo teatrale, quel rito.

La potenza del rito sta nel rendere reale ciò che non lo è. E’ irreale attendersi l’aiuto divino invocato dal pontefice e da lui offerto all’umanità perché possa passare attraverso una catastrofe; eppure lo spettacolo teatrale,  il rito, hanno l’effetto reale di rendere quell’aiuto credibile. Suscitano una emozione che di per sé non ha oggetto, ma, essendo tu costretto per non lasciatene portare troppo lontano a dargliene uno, lo trova in chi l’officiante del rito indica.

Anche la scienza tenta di gettare un ponte su quel passaggio. Lo fa, come le è proprio, ricorrendo alla magia dei numeri, sciorinando tutte le sere, non davanti a un’immensa piazza vuota, ma davanti a una squallida scrivania, come grani di un rosario, i numeri dei contagiati, dei guariti e dei morti. La sua è una magia che crea assuefazione e indifferenza, quella del pontefice si accompagna al fumo degli incensi a indirizzare verso quanto egli chiama fede.

Coloro che costruiscono il ponte della fede per passare attraverso la catastrofe generata da un virus sono gli stessi che lo hanno prodotto ed ora se ne servono per farsi venerare.

«Perché avete paura, non avete fede?» E’ il leit motiv dell’omelia del pontefice davanti alla immensa piazza vuota. Ed è vero, la paura dipende dalla mancanza di fede, come la malattia dipende dall’avere dimenticato e perso il trauma della meraviglia. Ma sono preti, ti ingannano, dicono una cosa vera per fartene accettare una che ha la sola verità di procurare un loro vantaggio che è quello di non perdere loro la capacità di avere fede che hanno barattato con quella di meravigliarsi. Compiono infatti una sorta di triangolazione. Parlano di fede in dio per proporre di avere fede e obbedienza in loro stessi.

La religione, che impone agli esseri umani di barattare la creatività con la produttività, è stata un potente incentivo a violentare una natura che si vendica producendo quella peste che chi la ha prodotta si offre di curare a proprio vantaggio.

Imponendo agli esseri umani di barattare la creatività con la produttività, la religione li ha incamminati verso un delirio di onnipotenza che nell’intento di dominare la natura li ha condotti vicini a distruggerla ed ora si propone come argine a questo delirio.

Il coronavirus è l’agente della vendetta di una natura sfruttata e violentata.

Tutti parlano della necessità dopo la catastrofe di pensare alla ricostruzione, ma ben pochi, e comunque inascoltati, parlano  della necessità di cambiare e di come possa essere pericoloso e cieco  voler ricostruire, come ciò possa portare a una maggior catastrofe dopo la quale non ci sarà nulla da ricostruire.

Nell’iniziale intenzione di Boris Johnson di lasciar correre l’epidemia rispuntano il malthusianesimo e l’eugenetica come metodo per realizzare uno stato perfetto e duraturo. Si riaffaccia l’anima nazista del mondo anglosassone descritta da Roth e da Ishiguro.

Un’idea può essere che la peste che Boccaccio aveva presente nello scrivere il Decamerone fosse il Cristianesimo. Se fosse così, bisognerebbe comprendere perché l’antidoto che egli propone contro la peste è il conversare di garzoni e donzelle.

L’epidemia funge, nei confronti di quanto posto in essere da un’umanità che ha barattato la creatività con la produzione, come quel mezzo di contrasto che si cerca per riconoscere il virus che la provoca. E’ come una lente di ingrandimento, un mezzo di rilevamento. In generale, porta a renderci conto delle cose che facevamo e a interrogarci sul loro valore. Forse può far sì che, se molti erano quelli che vedono pochi quelli che sentono,  molti divengano quelli che sentono pochi quelli che vedono.

L’essere è il nulla.

Letto di Sandor Màrai, La donna giusta. Sullo sfondo della catastrofe della società ungherese con la seconda guerra mondiale, trasferisce la dialettica hegeliana servo padrone nel rapporto uomo donna. Il senso di colpa porta il padrone ad annullarsi per riscattare il servo che non lo perdona di dovere a lui il proprio riscatto, e così naufragano tutti e due nel nulla.

Visto la sera del 23 un film di Clint Eastwood, La tela del ragno. Un omosessuale uccide una donna per donarne il cuore a un uomo malato di cuore che non lo corrispondeva come se imputasse la sua indifferenza nei propri confronti al fatto di essere senza un cuore di donna; ma, appena costui ottiene un tal cuore, punisce l’omosessuale che glielo aveva fatto avere innamorandosi di una donna  che è la sorella di quella di cui ora aveva il cuore. Ancora una volta Eastwood propone pensieri inconsueti e profondi che da lui non ti aspetteresti. Possibile che, oltre tutto, abbia intuito il rapporto tra immagine e figura, quello stesso rapporto tra Qara Kotz e il suo specchio di cui parla Rushdie ne L’incantatrice di Firenze, ma di cui già tanto tempo fa parlava Dante mettendo accanto a Beatrice la donna dello schermo?

Paradosso: infrangere le regole per trovare una regola.

Intellettuale può a buon diritto dirsi chi riesce a sollevare il capo oltre gli schemi della cultura vigente.

Intellettuale può a buon diritto dirsi chi porta la propria mente oltre i luoghi comuni della cultura vigente accedendo così a un libero spazio ed essendo disposto a pagare il prezzo di una se non altro parziale solitudine per poter pensare. E’ sempre un eretico, un escluso da una comunità che fonda la propria sopravvivenza sulla condivisione e sulla solidità dei luoghi comuni.

Novembre e Dicembre 2019

Visto casualmente in TV un vecchio film su Leopardi, Il giovane meraviglioso. Melenso e lacrimoso, l’auto compiacimento, lo spleen, il fare della propria miseria un valore, suscitare pietà. Leopardi aveva cercato di portarci a guardare oltre i confini del quotidiano sentire. Il film lo fa rientrare entro i canoni di una sensibilità definita dalle fiction televisive.

Da un po’ di giorni due voci impostate e falsamente ispirate recitano più e più volte in TV L’infinito di Leopardi  con il risultato di banalizzarlo, di togliergli ogni possibilità di suscitare emozione e di rendermelo insopportabile.

Vedo in libreria una biografia di D’Annunzio: Maurizio Serra, L’immaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio. Fin dai tempi del liceo non ho avuto simpatia per lui; però mi sono detto “andiamo a vedere” e ho comprato il libro. Ne è valsa la spesa perché, a parte tutto, è un grande spaccato su un periodo della storia italiana.

A proposito di D’Annunzio, nulla di più pertinente di quelle parole di Bion: «A un emozione si sostituisce una non emozione che sembra un’emozione». Forse nulla di più pertinente anche per le molte donne che ebbero rapporto con lui: egli forniva loro una non emozione che sembrava l’emozione che esse avevano perduto. Non erano però né lui né loro ad averla persa, ma un’epoca in seguito a una lunga storia e contro cui a nulla era valso il tentativo fatto poco prima da Leopardi di riproporre l’emozione ricordando l’esistenza di infiniti mondi o degli «occhi  ridenti e fuggitivi» di una donna.

Anche l’entusiasmo per la guerra che tanti in quell’epoca condivisero con D’Annunzio rientra in questo fenomeno della disperata ricerca di qualcosa che sembra un’emozione, ma è una non emozione che consegue alla perdita della capacità di emozionarsi.

La quantità delle droghe assunte da D’Annunzio negli ultimi anni dà la misura del vuoto che lo ha accompagnato e che ha cercato di riempire con parole ampollose e vuote e con atti che gli facessero credere, e facessero credere, che aveva oltrepassato la norma nella quale stava chiuso.

Leggo il libro di Marco D’Eramo, Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo. Rende evidente e porta a coscienza un fenomeno che abbiamo sotto gli occhi: la distruzione dell’oggetto che attrae. Il caso emblematico di Venezia. Il processo di snaturamento di quartieri di città, come Trastevere a Roma, o di intere città, come appunto Venezia.

Un fenomeno a tutto campo. Tutto viene consumato: Leopardi, la bellezza delle città, la natura.

Vedo poi su Piazza pulita il servizio sui bambini di Taranto resi leucemici  dalla presenza dell’ILVA. Anche loro vengono consumati, lo Stato è come il Minotauro.

Visto il film di Polanski sul caso Dreyfus. Un modo di raccontare magistrale. Ma, a parte questo, e a parte i riferimenti autobiografici, mi ha ricordato un suo film degli anni settanta di cui a suo tempo molto si parlò: Rosemarie Baby. Una donna, per sfuggire al diavolo va a finire a cercare aiuto in qualcuno che non sembra il diavolo ma lo è. Nel film sul caso Dreyfus coloro da cui ti aspetti giustizia ti condannano. Cioè qui non è più “distruggiamo ciò che ci attrae”, ma “ciò che ci attrae ci distrugge”.

Roma è invasa dalle foglie cadute. Ostruiscono i tombini e, quando piove,  la città rischia l’allagamento. Con l’aria che tira, c’è chi potrebbe propone di risolvere il problema tagliando via tutti gli alberi della città.

Vengo criticato perché cerco di riportare il molteplice all’unità. Mi si dice che così privo delle loro caratteristiche i fenomeni che compongono il molteplice.

Facendo pulizia di vecchie carte trovo uno scritto che  doveva essere una tesina per l’esame di filosofia teoretica in cui mi ponevo il problema dell’unità dell’esperienza. In un modo acerbo e quanto mai astratto, ma me lo ponevo. Senza saperlo ho continuato sempre a pormelo. Chi sa cosa sto cercando di me.

Nel verbo “comprendere” è implicita l’idea dell’unità. “Comprendere” è raccogliere dentro, unificare. E’ fare l’esperienza del portare ad unità. Ci si sente frammentati, fatti di pezzi, tormentati quando non si riesce a trovare l’unità della propria esperienza.

Due chiacchiere con un amico. Ci chiediamo che rapporto c’è tra ricerca delle connessioni e ricerca dell’unità. Ogni connessione che trovi, ti volge a cercarne un’altra verso un orizzonte di unità.

In fondo la cura, se intendiamo la cura che porta alla guarigione, è la ricerca di una nuova unità cui ti spinge la perdita di una unità.

Sognato di stare incantato a guardare da una finestra il volo delle rondini. Ciò che mi incantava era che movimenti quanto mai divergenti, cambi di direzione improvvisi e inattesi, davano un senso di unità e di armonia.

Un amico è angosciato e vede tutto nero perché non riesce a comprendere quello che sta accadendo, e cioè l’ondata di sovranismo, populismo, intolleranza che sta disgregando il mondo in cui è vissuto e perché non riesce a immaginare il mondo che verrà. Non riesce a comprendere nella sua esperienza quanto sta accadendo, non riesce a stabilire un nesso tra la sua storia e la storia del mondo.

Un amico ha una visione della situazione attuale ancora più catastrofica della mia. Non sostiene solo che presto si aprirà sotto i nostri piedi un abisso. Sostiene anche che non ce ne rendiamo conto o che ce ne rendiamo conto ma non ci crediamo, così come gli Ebrei nella Germania di Hitler non si rendevano conto di quanto li attendeva oppure se ne rendevano conto ma non ci credevano.

Un amico mi dice che dalla ferita aperta da una perdita può scaturire una linfa vitale. Guai a volerla suturare. Ha ragione, ma lui è uno che vede il bicchiere sempre mezzo pieno.

Il rischio di sentirsi qualcuno per il fatto di essere nessuno.

C’è stato un video della presentazione del mio “Storicizzare Freud” agli studenti della Facoltà di Psicologia. Erano molti, ed è andata bene. Però vedendomi poi nel video mi è sembrato di vedere una persona che non  conoscevo. Insomma, mi illudevo di essere un po’ più giovane. By the way, il video, per chi voglia vederlo, sta su questo sito.

Ottobre 2019

Perché e come la parola “estetica”, che indica anzitutto l’aspetto della filosofia riguardante il rapporto tra i sensi e il mondo esterno, è giunta a indicare l’aspetto della filosofia riguardante l’arte in quanto elaborazione di quel rapporto volta ad incidere sul mondo interno?

Così, all’improvviso, mi accade di “sentire” il senso profondo di un frammento di Eraclito che avevo fin qui recepito solo razionalmente: «Mettendoti a viaggiare non scoprirai mai i confini della psiche, anche se tu dovessi percorre ogni sentiero: tanto è profondo il suo logos». Mi accade quando mi risuona in mente ciò che Freud dice sull’”ombelico del sogno”. Egli dice che è inattingibile ed ha ragione. Solo che non si tratta di un ombelico, di una realtà puntuale. Si tratta piuttosto del fatto che ogni sogno, al di là di quanto di esso si può comprendere, affaccia su un mondo dentro di noi la cui profondità equivale a quella che ci stupisce quando in una notte stellata ci stupiamo contemplando il cielo sopra di noi e i cui confini, come quelli del cielo, non potremo mai raggiungere perché forse non esistono.

Un sogno viene a dirmi cosa significa “razionalismo” e perché non può altro che scalfire la superficie delle cose fermandosi al loro esterno. Quel sogno mi dice che è perché si attiene per natura e definizione ai dati del senso che restituiscono sempre solo la superficie delle cose. Nel sogno vi era la chiara sensazione di un mondo nascosto dietro quella superficie. Non devo però sorprendermi più di tanto per questo sogno. La superficie delle cose è le loro forme  e tutte le volte che esse  vengono dissolte si esce dal razionalismo.

Una mostra d’arte alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Certa arte moderna sembra condurre all’estremo la dissoluzione delle forme iniziata nel Rinascimento.  Ma la sua dissoluzione delle forme è fine a se stessa, non al fine di comunicare un valore che per tale dissoluzione appare. E dunque in sé priva di valore e deve perciò ripiegare sul valore che le dà il mercato. Quell’arte, in quanto conduce all’estremo quella dissoluzione senza approdare a un valore, è assimilabile a un’espressione schizofrenica.

Il timore di essere predestinati all’Inferno, che ossessionava i ginevrini del Seicento, può essere inteso come  timore di impazzire? Il loro bisogno di sapere se si è o no predestinati all’inferno può essere inteso come bisogno di sapere se si sarebbe diventati o no pazzi? Calvino ritenne di poter curare questo timore e rispondere a questo bisogno costruendo la religione del guadagno:  il successo negli affari era il segno che non si era predestinati all’inferno e viceversa. Il denaro era il feticcio che poneva al riparo dall’angoscia di un buio futuro. In questo senso la religione di Calvino equivale alla istituzionalizzazione del feticismo.

L’oggetto  transizionale teorizzato da Winnicott è un feticcio, anche se, a differenza di quello di Calvino,  è un feticcio che in circostanze sufficientemente buone può essere abbandonato ed è dunque un feticcio buono.

Analisti nelle nuvole. Una collega mi racconta di avere sognato una donna che abitava fuori di Roma e di avere il giorno dopo saputo che era venuta in città. E’ certa trattarsi di un sogno telepatico e se ne dice stupita.  Quando mi comunica il nome di battesimo di quella donna, le faccio notare è lo stesso di una persona che sapevo essere per lei importante. Là  per là resta stupita  e forse vede balenargli la possibilità di procedere  con i piedi per terra lungo sentieri non banali nella comprensione del  suo sogno. Ma subito richiude la finestra che le si è così aperta e torna tra le nuvole. Il punto qui è la differenza i due stupori: quello che ha vissuto quando si è resa conto che il nome di battesimo della donna del sogno è anche di un’altra persona, e quello che ha vissuto quando ha saputo che la donna sognata era il giorno dopo venuta in città. Il primo è come un lampo che illumina un paesaggio, un bengala che rompe un buio; il secondo non è uno stupore, è un momento di ebetismo.

Analisti nelle nuvole. Tornando da una scuola di psicoterapia dove ero stato a parlare de Il trauma dimenticato, quanto vi avevo ascoltato mi fa pensare che i giovani psicoterapeuti infarciti di nozioni stantie dovrebbero invece sapere, scoprire, un fatto ovvio: che non c’è analisi senza analisi del transfert, solo chiacchiere, solo un vagare tra le nuvole che dura fintanto che il transfert, che c’è e sta li come deposto in una bara,  non muoia davvero per inedia. Quel loro vagare tra le nuvole è una cosa disonesta, un furto. Ma così va il mercato.

Analisti nelle nuvole. Un collega mi racconta di un paziente che pur, almeno così dice, innamorato della moglie, ha frequenti e compulsive  avventure omosessuali. Mi chiede cosa io ne pensi sul perché ciò accada. Gli rispondo citando Kirkegaard: “Perché la donna è tremenda”. Non capisce. Proseguo e gli dico che, come Kirkegaard si rivolgeva a Dio per evitare la donna che gli appariva tremenda, così quel paziente si rivolge per evitarla a Dio. Cioè gli dico che per quel paziente gli omosessuali sono Dio. Non so come quel collega mi abbia in seguito a ciò diagnosticato.

Analisti nelle nuvole. Alcuni psicoterapeuti ingenuamente e allegramente liberisti pensano che nella masturbazione si realizzi e soddisfi il desiderio, mentre in realtà lo si spegne ed uccide perché non c’è desiderio senza oggetto e nella masturbazione non c’è oggetto, ma il suo fantasma. Poi nella vita si vive la lacerazione e il tormento di non sapere se gli oggetti che si incontrano sono oggetti reali o fantasmi. Poiché gli oggetti reali sono stati resi fantasmi, si può vivere anche una diffusa angoscia di morte. Può aprirsi un abisso nella cui profondità abita un mostro, un mezzo uomo e mezzo animale, forse un Minotauro.

Il linguaggio di Machiavelli è simile a quello onirico nel senso che, come ciascuna immagine del sogno sfuma in una molteplicità di significati possibili, così fanno i lemmi di quel linguaggio.

Per misteriose vie, la difesa di una teoria si accompagna sempre alla difesa di uno status sociale. Per fortuna io ho avuto un nonno che aveva fatto il carrettiere e aveva perso un braccio quando poi aveva fatto l’ufficiale postale sui treni; e non aveva dunque nessuno status sociale da difendere.

Pensiero banale, scoperta dell’ovvio, però scoperta perché è come toccare con mano qualcosa che soltanto si sa, e perciò non si conosce: l’impotenza sottende sempre, è sempre sostenuta da, si risolve in onnipotenza. Lo sapeva già Boccaccio quando scrisse  la novella di Calandrino e Buffalmacco.

Il momento del dreamtime, quello in cui cogli un frutto dall’albero della vita e senti che essa ha un valore, quello in cui tutto ti sembra possibile e forse lo è, è il momento in cui stai nel mezzo del passaggio dalla dissoluzione di una forma all’approdo ad un’altra. In esso si consuma il dramma di sapere che si spegnerà nella nuova forma, ma che ha bisogno per sopravvivere di approdare a una nuova forma che poi si dissolva. La paura che ti prende a un nuovo incontro è dovuta anche al timore che esso, di cui hai bisogno per rinnovare il dreamtime, è anche ciò che te lo potrà sottrarre.

Solo la musica può accompagnare ed esprimere pienamente il momento dell’assoluto possibile.

Ancora sul grande romando di Irène Némirovsky Due. Il dramma degli amanti che smettono di amarsi quando realizzano quello che a loro sembrava il bel sogno di poter vivere insieme.  E’per non poter realizzare quel sogno o per poter continuare ad amarsi evitando di realizzarlo che lui si augura che lei muoia e che lei si suicida? Uscire di casa aspettando qualcuno fa di quel qualcuno la propria casa e non c’è che da aspettare che muoia se non si riesce ad uscire da questa altra casa.

Due modi di risolvere il rapporto con qualcuno che ti è apparso come meraviglioso e che hai posto su un piedistallo. Uno consiste nel superare il tuo vaginismo riappropriandoti di quanto  v’è in te  di meraviglioso ed hai affidato all’altro riempiendoti il cuore di lui. L’altro è quello di opporgli il tuo vaginismo con l’intenzione di farlo cadere dal piedistallo per poterlo commiserare e interpretare.

Vaginismo e politica dell’oblio.

Persone che fanno male agli altri fanno male a se stesse, persone che fanno male a se stesse fanno male agli altri.

Stare con i tempi. Accettare che una cosa che ti appare in un modo ti appaia poi in un altro. Come a rivelare due realtà che, nel momento in cui sono, sono ambedue reali.

Più in alto vai, più il rischio di cadere è alto e più rovinosa la caduta.

Incrostazioni culturali: si dice “uomini” per dire “esseri umani” negando così persino l’esistenza della donna.

Vado ad ascoltare una conferenza che un mio amico, Luigi Capogrossi, tiene presso il museo dell’Ara pacis per presentare la grande mostra dedicata all’imperatore Claudio. Comprendo che ne fa un’occasione per parlare del presente. Sottolinea la politica di inclusione di quell’imperatore e come la durata della potenza di Roma sia stata debitrice della di lui apertura  agli “extracomunitari”. Come dire che ha parlato a nuora perché suocera intendesse.

Finisco di leggere il libro di Orlando Figes La tragedia di un popolo, un grande affresco sulla Rivoluzione russa. Più di mille pagine, ma ne è valsa la pena. Di libri su quell’evento ne ho letti più di uno, ma questo è senz’altro il migliore per ampiezza di prospettiva, ricchezza di informazioni e mancanza di condizionamenti ideologici. Ne risulta che non  v’è stata gran differenza tra Bolscevismo e Nazismo: ambedue pretendevano di cambiare gli esseri umani spersonalizzandoli ed omologanoli nella realizzazione di un Regno di automi per una perversa idea di uguaglianza.  Ne risulta anche che  protagoniste e artefici di quella tragedia di un popolo furono tre forme di pensiero magico: quella zarista che pretendeva di conservare magicamente le cose come stavano, quella dei Bolscevichi che pretendevano di cambiarle magicamente, e quella dei contadini che riponevano in una divinità la speranza che cambiassero. Un dettaglio interessante: Lenin ricorse alla psicologia, a Pavlov, per realizzare il Regno degli automi. Per non parlare di un ricorso al terrore di cui non sospettavo le dimensioni  e la disumana atrocità.

Il cardinal Ruini spezza una lancia in favore della costellazione sovranista. Prepariamoci al peggio.

A proposito di pensiero magico e a proposito del peggio, quest’estate ho scritto un dialogo, mi piace chiamarlo “ghiribizzo”, sulla situazione politica italiana e non solo. Sembra sia piaciuto a molti. Non è pubblicato, però sta su questo sito. Se qualcuno lo leggerà e mi dirà cosa ne pensa mi farà piacere.

Le idee, i progetti che mi vengono in mente sono molti più di quelli che riuscirò a realizzare.

Aprile-Settembre 2019

Visto Cafarnao, un film di Nadine Labaki. Prima di essere un documento drammatico sulla miseria di un momento del nostro tempo, è un poema sull’infanzia. Le immagini dei due bambini, ma più ancora il loro modo di recitare, smentiscono meglio di ogni studio il mito del bambino come essere polimorfo perverso.

Visto il film di Pietro Marcello, Martin Eden tratto dall’omonimo romanzo di Jack London. Non conosco quel romanzo. Stando dunque al film, mi hanno colpito molte cose: la recitazione di Luca Marinelli nella parte di Martin Eden anche se a tratti cade nell’eccesso; la trasposizione dell’ambientazione da San Francisco a Napoli; il continuo richiamo al sogno per rivelare il senso della vicenda reale. Soprattutto però il reciproco innamoramento di Martin Eden e della giovane aristocratica francese. Cioè non propriamente l’innamoramento, ma perché avviene. Certo, lei è una bella donna, lui un bell’uomo. C’è attrazione sessuale, cosa che di sicuro non va disprezzata. Ma questo è un altro discorso, l’attrazione sessuale di per sé non porta all’innamoramento. Perché questo appaia è necessario che l’incontro avvenga in un contesto di speranza e di progetto di vita, come a cercare nell’altro/altra la realizzazione della speranza e del progetto. Nel caso del film quel contesto sta nelle aspirazioni del giovane marinaio, in ciò che significa per lui il suo voler diventare scrittore e in ciò che per la giovane aristocratica francese significa che egli voglia diventarlo.  E sullo sfondo c’è la speranza e il progetto di vita del Socialismo. E’ come se il film cogliesse ed esprimesse una legge generale dell’innamoramento. La legge per cui, affinché esso appaia, è necessario che l’uno rappresenti per l’altro la speranza di una vita possibile futura. E può rappresentarla se si dà il caso che insieme e contemporaneamente abbiano incontrato qualcosa che dice di questa speranza. Nel film il Socialismo. Ma già Paolo e Francesca si innamorarono leggendo un libro che diceva loro della speranza di una vita futura. Vettori si innamora di Costanza, cioè, come dice lui, “la vede co li ochi”, perché e quando, leggendo Il principe del suo amico e compare Machiavelli, aveva incontrato una speranza e un progetto di vita futura. Machiavelli stesso, nello scrivere quel libro che diceva di quella speranza e di quel progetto, si innamora della Barbera. Tra i due protagonisti de La leggerezza dell’essere di Kundera l’innamoramento appare sullo sfondo della Primavera di Praga. E, per venire a qualcosa che mi è vicino, come ho già raccontato altrove, dopo avere letto della speranza e del progetto di vita futura in un  libro, Il trauma dimenticato, un giovane sogna il suo primo amore; e una donna sogna una città fatta di oro etrusco nella quale aveva cercato il suo amore. Se avrò tempo e vita, vorrei capire e dire di più su questa “legge dell’innamoramento”.

Ancora su Martin Eden. La figura di un vecchio saggio disincantato. Mette in guardia Martin Eden dal suo innamoramento. Gli dice che esso presto svanirà. Che la giovane aristocratica lo abbandonerà. Che si rivelerà una “cretina”, cioè cretino lui per essersene innamorato. E che la sua unica salvezza sarà quella di dedicarsi a quel Socialismo senza il quale non si sarebbe innamorato. Non è che avesse torto. Però è anche vero che nel film il vecchio saggio sconta suicidandosi la pena di avere detto che la giovane aristocratica si sarebbe rivelata “cretina”, cioè tale  lui per essersene innamorato.

Leggo il bellissimo romanzo di Irène Némirovsky, Due. Innamoramenti  che finiscono tragicamente o malinconicamente perché apparsi fuori del contesto di una speranza e di un progetto di vita futura, come a colmarne il vuoto e a sostituirvi un’illusione.

Leggo il libro di Eissler, Uomo diventa lupo. In breve sostiene la tesi che l’uomo non nasce lupo, ma può diventarlo. Una tesi antibiblica, antifreudiana, non certo nuova; la sosteneva già, ad esempio, Rousseau. Eissler lo fa appoggiandosi molto a Jung della cui teoria degli archetipi dà un’interpretazione che a me è parsa, ma non so se lo è, originale, comunque interessante: non li intende come dati innati, ma come sedimentazioni nell’inconscio collettivo di esperienze storiche. Il pregio maggiore del libro sta nella sua insolita composizione: una breve conferenza accompagnata da un mare di note. Quel pregio sta appunto nelle note. Un mare di osservazioni e di notizie; vanno lette a salti, scegliendo là dove si ferma l’interesse di ciascuno.

Leggo su “la Repubblica”  un articolo di Vittorio Lingiardi, nuovo astro della psicoanalisi la cui voce quel giornale  pone da un po’ in buona compagnia con quella di Recalcati. E’ intitolato Ecco perché siamo ancora freudiani. Il solito panegirico dell’opera di Freud cui “la Repubblica” ci ha abituati da qualche decennio. L’articolo però una cosa giusta la dice. Sta nel titolo che, come risulta dal testo,  è una parafrasi di quello di un famoso articolo di Benedetto Croce: Perché non possiamo non dirci Cristiani. La cosa giusta che Lingiardi dice con quel suo titolo è dunque che la psicoanalisi è una religione. Però nel dire a quel modo quella cosa giusta è anche violento. Non scrive infatti “Ecco perché sono ancora freudiano”, ma perché “siamo”, cioè perché lo saremmo tutti. Quindi dovrei esserlo anch’io e quanti come me non lo sono.

Ripenso al libro di un amico di anni fa, Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte. Un collega mi aveva mandato un suo scritto in cui ripercorreva gli anni della sua formazione. Un po’ più attempato di me, attraversa nel suo racconto gli anni del Fascismo, della Repubblica di Salò, del dopoguerra. Il suo accenno alla Repubblica di Salò mi riporta alla mente quel libro e il suo autore, nato anche egli un po’ prima di me,  che nei suoi 18 anni aveva avuto anch’egli a che fare con quella Repubblica. Non si era però limitato, come il collega, a guardarla dall’esterno, vi aveva aderito ed aveva combattuto nelle file del suo esercito. Scampato alla sorte toccata poi a tanti suoi “camerati”, dopo molti anni passati all’estero, quando le acque si erano in Italia acquetate vi era tornato vivo. Intendo interiormente vivo grazie anche a una donna stupenda, pittrice di delicati quadri di immagini femminili alcuno dei quali ho in casa; ma anche grazie al suo macerarsi nel tentativo di comprendere un momento della sua vita che non gli apparteneva più e di curarsi dalla ferita che gli aveva lasciato. Per darsi ragione di quel suo momento e per curarsi della ferita che gli aveva lasciato scrisse quel libro. Ma quel libro più di tanto non lo curò. Né io allora seppi aiutarlo.

Forse non seppi aiutarlo perché avevo letto troppo Kirkegaard. Anche Kirkegaard, come il mio amico Carlo, andava a cercare la bella morte. Mi hanno invitato a parlare di religione e così mi sono rimesso a leggerlo. lo avevo molto letto nella mia tarda adolescenza senza averci capito molto, ma venendone comunque in qualche modo catturato. Mi catturavano la sua opposizione ad Hegel in nome del “Singolo” e il suo tentativo di comprendere e dare un senso al sacrificio di Isacco per mano del padre Abramo che cercava anche lui una bella morte,anche se non la propria, ma quella del figlio.

Il tentativo di Kirkegaard di dare un senso a quel sacrificio era disperato perché non poteva riuscirgli. E non poteva riuscirgli perché fondato su un qui pro quo. E  così fondato perché, scrivendo del sacrificio del figlio  che Abramo era disposto a compiere, non era di quel sacrificio che scriveva, ma di quello che egli stesso si era imposto di compiere per mano sua del suo rapporto con una donna, Regina Olsen, che, come Isacco per Abramo, era per lui la cosa più preziosa che avesse e che proprio per questo gli appariva «tremenda».

Un giorno Regina disse a Kirkegaard: «In fondo, io credo che tu sia pazzo». Il concetto di “abbandono” di Kirkegaard può essere accostato a quello di recettività? Forse sì. E se sì, possiamo dire che egli invidiava la capacità di Regina di abbandonarsi, di essere recettiva nei confronti di lui fino a comprendere la sua pazzia e le rispondeva con la propria pazzia, cioè opponendole quella che riteneva essere una maggiore capacità di abbandono e di recettività perché volta a un indefinito-assurdo che chiamava “Dio”.

Žižek, un filosofo da salotto e per di più da salotto francese. Non c’è disperazione in lui. Solo negromanzia. Va  a nozze con il pensiero freudiano sull’istinto di morte.

Non è il sonno della ragione, ma il suo essere troppo e troppo lucidamente desta a generare mostri.

Un amico mi contesta di andare sempre in cerca dell’unità e di non tenere conto dell’infinita complessità dei processi individuali e storici. Insomma, mi dice che tra cielo e terra ci sono più cose di quante io posso raccogliere  nel mio secchiello.  So che ha ragione e per un po’ mi avvilisco. Poi penso che tra cielo e terra ci deve essere anche posto per il mio giocare a raccogliere il mare dentro un secchiello.

Un altro amico critica la  mia presa di distanza dalla teoria freudiana del conflitto sostenendo che il conflitto può risolversi  nel trascendimento delle posizioni  in conflitto ed è la fonte dell’umana creatività. Ho creduto di potergli rispondere che la condizione di quel trascendimento non è compresa nel conflitto stesso e in nessuno dei suoi due termini, ma sta in qualcosa d’altro estraneo al conflitto. Ad esempio, gli ho detto, il conflitto tra me e te può essere risolto solo se entra in gioco qualcosa d’altro,  per esempio una comune volontà di intenderci.

Il conflitto non è tra esseri umani, ma tra il ricordo e l’oblio.

La perversione freudiana: il bambino soffre perché i genitori si amano o perché non si amano?

Le libere associazioni non sono altro che il risultato di una ricerca che il sognatore, quando tenta di comprendere un suo sogno da solo, conduce nel contesto della propria esperienza; quando invece tenta di comprendere il suo sogno in una situazione di analisi, conduce quella ricerca nel contesto dell’esperienza che condivide con l’analista.

Nel tentativo di comprendere alcuni miei sogni, mi rendo conto di cercare di trarre da loro qualcosa che mi aiuti a individuare e risolvere mie difficoltà presenti, cioè li guardo dal vertice di quelle difficoltà. Non è che sia del tutto sbagliato. Però chi sa cosa e quanto d’altro quei sogni invece diranno!

Se ci sarà una seconda edizione de Il trauma dimenticato, dovremo aggiungere qualche parola su un particolare tipo di sogni ingannevoli, quelli che sembrano belli, ma non lo sono.

Il maggior rischio che corre l’interprete che si avvale della visione bioculare, che è cioè disposto a cercare nei sogni non solo il conflitto ma anche il “bello” come condizione del suo superamento, non è quello di non scorgere il “bello” in un sogno che sembra brutto, ma  quello di lasciarsi sedurre da un sogno che sembra bello e mancare di riconoscere che è brutto.

Nei sogni belli si cela la massima insidia per l’interprete che si sia separato dal paradigma freudiano del complesso edipico e cerchi nei sogni il “bello”. Il paziente o la paziente possono saperlo e volerlo sedurre portandogli sogni belli. Egli può farsi ingannare dalla sua voglia di cogliere nei sogni il “bello”. Deve astenersi dal pensare di averlo subito trovato ed aspettare. Ad  esempio, una donna sogna di trovarsi sulla riva di un fiume accanto a un uomo, di accendere un fuoco e di mandare segnali di fumo. Sembra un sogno bello che dice di calore, di rapporto e di richiamo, addirittura di una emancipazione dell’umanità dal divino avvenuta con la scoperta del fuoco acceso dal rapporto uomo-donna. Però può essere anche un sogno fatto per sedurre l’analista. Questi deve aspettare, solo poi potrà sapere se è un sogno bello o se è … solo fumo.

Un altro esempio di sogno ingannevole di fronte al quale l’analista che è andato oltre il paradigma freudiano può soccombere è questo che ho sentito raccontare da un collega in un gruppo. Una donna tentata di rompere il rapporto con un uomo che non le era indifferente, come non lo era per lei il suo analista, sogna in una notte agitata di avere ritrovato un anello che aveva perduto. Sembra un sogno bello, sembra dire di un superamento di quella tentazione. Nella stessa seduta in cui ha raccontato il sogno, ella racconta però poi, con noncuranza e come per inciso, di essersi in quella notte masturbata. Non è dunque un sogno bello; perché se lo ha fatto prima  di quell’atto dice dell’annullamento del rapporto mediante quell’atto, se lo ha fatto dopo  dice della negazione dell’annullamento del rapporto mediante quell’atto.

A quella donna sarebbe stato possibile dire parafrasando Machiavelli: “La principessa che pensa di poter fare ciò che ella vuole, quando lo pensa è pazza”.

A proposito di masturbazione che tanti analisti trattano con superficialità ed allegria, hanno ragione i preti quando dicono che rende ciechi. Non però nel senso che intendono loro secondo cui l’atto stesso renderebbe ciechi, e fisicamente ciechi. Ma nel senso che nelle fantasticherie che accompagnano l’atto un fantasma dell’altro si  sostituisce alla sua realtà  e annulla la realtà mai facile del  rapporto con lui.

Una persona che sta male si rivolge di solito a un’altra con un’inconsapevole ambivalenza. Intende realizzare con l’altra un’uguaglianza, ma per realizzarla può o volere prendere dallo stare bene dell’altra di che stare bene anche lei, o volere che essa stia male come sta male lei. E’ la dinamica di fondo del rapporto analitico, ma anche di tanti rapporti interumani.

Il fatto che un rapporto non abbia un futuro non è un buon motivo perché non abbia, se può averlo, un presente.

Venire sedotti è vedere aprirsi un’apertura in uno spazio chiuso.

Quello che è stato resta senza bisogno di ricordarlo. Non bisogna rimanere abbarbicati al ricordo cosciente per paura che ciò che è stato scompaia nel nulla come l’astronauta di Odissea nello spazio. Se si dimentica forse ritorna.

Un fatto occasionale mi ha imposto di stare senza fumare per un mese e, dopo un mese, quando di nuovo potrei, non ne ho più voglia; e mi dispiace, come se avessi perso qualcosa.

Vivere è un continuo mentire: non possiamo vivere senza dare importanza alle cose che facciamo pur sapendo che non hanno alcuna importanza al di là di quella che attribuiamo loro.

Chi non è disposto a pagare il prezzo di future sofferenze non può accedere a momenti di gioia.

Il bue dice cornuto all’asino che in questo caso asino non è. Alla storica civile sentenza della Corte costituzionale  che, pur in specifici casi, depenalizza l’eutanasia, i preti rispondono che essa incrementa la cultura della morte. Proprio loro che con quella cultura si sono ingrassati.

Gennaio – Marzo 2019

Visto Il corriere di Clint Eastwood. Strano personaggio Clint. Conservatore, fan di Trump, propone però tra le righe pensieri lontani anni luce dall’ideologia dei conservatori americani e ancor più da Trump. Questo suo ultimo film ne dà un esempio. Lancia il messaggio che la cosa più importante nella vita è la famiglia. Il protagonista si rimprovera più volte di averla trascurata per il lavoro ed è prodigo di consigli ad altri di non farlo. In verità non è però che trascurasse la famiglia per il lavoro; ma, poiché il suo lavoro era coltivare fiori, la trascurava per amore dei fiori. Amava farli e vederli nascere.

Tanto ne ho sentito parlare che ho finito per comprare e leggere un romanzo di Steven King, l’ultimo, Outsider. Sarò capitato male, i precedenti forse sono diversi; ma, stando a questo, una grande delusione. Banale e cervellotico. Però comprendo come possa attrarre: ha il fascino delle favole di paese che sentivo raccontare nella casa dei miei nonni al fine di introdurre qualche brivido nel quotidiano. Stupore ingenuo, emozioni forti a buon mercato.

Deludente anche l’ultimo romanzo di Murakami L’assassinio del commendatore. Una trama sapientemente, ma anche forzatamente costruita. Non giunge a farti sognare come i primi suoi romanzi. Sembra quasi che, anziché sentirvisi portato, si senta costretto a scrivere. La sgradevole impressione che sia venuta in parte meno la distanza un tempo assoluta tra lui e Steven King.

Invece una gran bella sorpresa gli ultimi romanzi di Stefano Benni, Margherita dolce vita  e Prendiluna,  che mi sono trovato a leggere perché il 12 marzo egli è venuto a Bologna a presentare Il trauma dimenticato. In quell’occasione  ho detto qualcosa su di essi che dovrebbe essere presto pubblicato su Psicoterapia e Scienze Umane. Qui riporto solo una poesia che sta in Prendiluna e che, oltre  ad essere di per sé bella, dà il senso del mondo di affetti e pensieri in cui essi possono trasportare il lettore: «I ricordi non tornano. Sono stati sempre lì. / Sei passato sotto una finestra, hai ascoltato una musica /così bella da spezzarti il cuore. /Girerai il mondo, ma tornerai sotto quella finestra,/ Il pianista non ha mai smesso di suonare».

Lette alcune pagine del libro dello psicoanalista francese Fethi Benslama, Un furioso desiderio di sacrificio. Il supermussulmano. La pessima traduzione italiana rende ostico un testo già di per sé difficile. Un esempio: verso  la fine compare più volte l’espressione “il padre piegato”. Incomprensibile, ma verosimilmente il testo francese diceva “piegé” maccheronicamente tradotto con “piegato” mentre significa “intrappolato”, il che può avere un senso che è dato da quanto il testo dice su Agar  e Sara: il patriarca intrappolato nell’impossibilità di generare, di essere padre, se Sara non rinunciasse a essere madre e non ci fosse “l’altra donna”, cioè la schiava Agar.

Mi sembra tuttavia di capire che l’autore voglia sostenere che Freud, nel non tener conto dell’Islam, o nel pensarlo come imitazione o appropriazione del monoteismo biblico, si è lasciato sfuggire la possibilità di pensare la genesi, l’origine, la creatività diversamente che come proprietà del padre. A suo avviso nell’Islam questa possibilità è invece presente. L’origine, la genesi, la creatività vi sono pensate come proprietà del femminile. Come dono di una donna, più esattamente di un “altra donna”, Agar, la schiava, che nasce dalla rinuncia della donna, Sara, a pensarsi come madre. L’autore suggerisce che tenere presente questo aspetto dell’Islam, rimasto sconosciuto a Freud, può portare a una riformulazione e sviluppo della psicoanalisi.

E’ una tesi interessante. Forse prossima a quanto io e Marianna Bolko, ne Il trauma dimenticato, abbiamo cercato di dire quando parliamo di “immagine femminile interna”. Difficile però verbalizzare il nesso. Forse si può tentare per vie traverse, cioè portando il discorso sul piano clinico, chiedendosi se le due donne del mito, Sara e Agar, si incontrano in analisi nel conflitto che lacera molte (tutte?) donne, tra il riporre la loro identità nell’essere madre o nell’essere donna, tra procreare e creare. Il mio scritto su  Machiavelli: Sara e Agar, Madonna Possessione di Finocchieto e la Barbera, donna che procrea la prima, donna che crea la possibilità dell’uomo di creare la seconda. Una possibile domanda potrebbe essere  poi questa: se l’Islam dà   tanta importanza al femminile, perché poi lo copre, lo imburka, lo infibula?

Ho riletto Estasi laiche di Fachinelli. Un pensiero di ampio respiro il suo. Chiaro il tentativo di andare oltre Freud. Presenta la teoria freudiana come un’ennesima espressione della tendenza del logos occidentale a contenere  tutto quanto non è razionalizzabile, a sopprimere i momenti in cui l’Io cosciente rischia di perdersi e di soccombere alla meraviglia. Sostiene che bisogna recuperare quei momenti. Perfetto, del tutto condivisibile. Già parlava di sbigottimento, cercava la possibilità di pensare la fondazione dell’Io sullo sbigottimento. Però … c’è di mezzo il mare. Per andare oltre Freud, parte dal mare. Dalla propria esperienza del mare, ma la generalizza in un mito, il mito della vita intrauterina.

C’era simpatia e prossimità di vedute, le poche volte che ci siamo incontrati, tra me e lui. So che mi stimava e fu uno dei pochi a votare contro la mia espulsione dalla SPI nel 1976. C’era anche una distanza; c’era la sensazione, almeno mia, di appartenere a due mondi diversi. Ricordo un pomeriggio a Milano, dopo avere conversato a lungo, lui con il suo gruppo io per conto mio.

Ora hanno intitolato un Istituto di psicoanalisi al suo nome. Hanno fatto di lui un nuovo santo della psicoanalisi. E secondo me gli hanno fatto torto.

Il bel romanzo di Romana Petri, Il mio cane del Klondike, più che un romanzo è una riflessione filosofica, un’indagine psicologica, su quanto può allo stato puro ribollire nel più profondo oscuro indicibile, non di una cane, ma dell’essere umano di fronte all’assenza che può farlo star male come un cane.

Letto Girotondo di Schnitzer. Una deliziosa rappresentazione del valzer dell’assenza.

L’essere assente della donna porta alla sua frigidità; l’essere assente dell’uomo alla sua impotenza.

La percezione dell’assenza, resa possibile dalla “reale” assenza dell’altro, è il farsi presente  del limite dell’esistenza o forse della propria poca virtù.

Infiniti modi di agire l’assenza. L’analista che, con l’intenzione di essergli presente, chiede al paziente di conferire con qualche suo familiare gli si rende assente.

Perché l’assenza seduce più della presenza?

Le estati di San Martino. Le più belle e le più tristi.

Se conservi il rapporto con la realtà rischi di perdere la visione delle cose; se conservi la visione delle cose rischi di perdere il rapporto con la realtà.

Un rapporto che ti ha portato fuori dalla stanza senza finestre in cui stavi chiuso può diventare esso stesso una stanza senza finestre in cui stai chiuso.

La gelosia che prende un uomo quando immagina o sa che una donna con la quale ha un qualche legame sta con un altro sottende un volere quell’uomo stare al posto di quella donna con quell’altro uomo. Sottende sempre una sua latente omosessualità. La quale però sottende a sua volta un vissuto religioso perché quel primo  uomo vorrà stare con quell’altro uomo in quanto scorge in lui una figura salvifica, forse un padre molto amato nella prima infanzia, ma più propriamente un Dio.

Un’altra versione è che il volere quell’uomo stare con quell’altro uomo al posto della donna sottende la sua incapacità o impossibilità di realizzare una propria  immagine femminile interna e dunque il bisogno di materializzarla nella propria identificazione con quella donna. Il presidente Schreber.

Le due versioni si raccordano in quanto il bisogno di avere un Dio procede dall’incapacità o impossibilità di realizzare un’immagine femminile interiore la cui sinergia con una immagine virile comprende una capacità di creare altrimenti alienata e attribuita a un altro che è un Dio.

Chi sta male perché si sente scisso, non sta male perché è scisso, ma si sente così per avere dimenticato qualcosa.

Il colore seppia ha la proprietà di poter virare verso il rosso o verso il nero.

La musica apre uno spazio infinito che l’uomo fantastica possa essere colmato da un corpo di donna.

Le trasformazioni nei sogni di immagini in altre immagini (per esempio la trasformazione dell’immagine di un amico ritrovato in quella di un topolino) non sono in realtà trasformazioni, ma rivelazioni di significato, la seconda immagine rivela il senso della prima.

Sogni che rivelano pensieri, sogni che riflettono pensieri.

Quando sei catturato in una nostalgia è come stessi sognando in un sonno svegliandosi dal quale è come tornare a sognare.

Un dettaglio passato inosservato o comunque sottovalutato. Per evitare che si abusi del reddito di cittadinanza si invita alla delazione chi, non fruendone, sia invidioso di chi ne fruisce. Brutto segno: l‘Inquisizione, il Fascismo, il Nazismo, lo Stalinismo.

Modi di pensare destinati a scomparire. L‘unica cosa che è possibile fare è lasciarne qualche traccia che sarà incomprensibile agli archeologi del futuro come a noi la scrittura degli Etruschi.

Immenso universo di infiniti mondi: l‘umanità è una fiammata che l’attraversa come una cometa e per un istante.

Bollicine Novembre – Dicembre 2018

Le cose cambiano. Per tanti anni mi sono guardato dal comprare “Il Foglio” perché lo ritenevo un giornale di destra e non mi piaceva il suo direttore Ferrara per le sue posizioni politiche e soprattutto per la sua simpatia per Strauss, i neocons statunitensi, papa Ratzinger e l’estremismo israeliano. Ora debbo ammettere che, sarà pure di destra, ma che è il più intelligente  e informato giornale italiano, soprattutto il suo numero del sabato.

Visto “Il verdetto” per la regia di R. Eyre e con una strepitosa recitazione di Emma Thompson. E’ tratto da un romanzo di McEwan. I romanzi di McEwan non mi sono mai piaciuti. Ma, sarà che le cose cambiano, sarà che il regista ha cambiato qualcosa del romanzo, a me il film è piaciuto. Mi ha colpito il suo riproporre quel tema cruciale dello smarrimento improvviso che può cogliere talora l’individuo per l’intuizione di una bellezza possibile che lo porta a spostare il suo cuore più in là di dove era e lo espone al rischio di un troppo grande dolore, o del gelo del cuore, dovuti alla perdita di quella bellezza sotto il peso, difficile dire quanto eludibile, di un principio di realtà. Un tema presente anche in altri film, per esempio in Un affare di famiglia cui ho già dedicato una bollicina. Un tema sul quale mi sono azzardato a dire qualcosa anche io, per esempio in una relazione sulla paura dei sogni che ho tenuto a Firenze o nell’articolo su Freud e Rilke apparso nell’ultimo numero di Psicoterapia e Scienze Umane. Tutte testimonianze della resilienza, nello squallore che ci circonda, dell’esigenza di bellezza.

Il film di Sorrentino La grande bellezza riesce invece a rendere squallida anche la bellezza.

Sigfrido di fronte a Brunilde. Breuer di fronte a Anna O. Lo sconvolgimento di fronte alla bellezza. Lo sconvolgimento di fronte all’isteria. L’isteria è una bellezza senza armonia?

Letto il nuovo libro di Carlo Ginzburg Nondimanco. Machiavelli, Pascal. Tanta intelligenza, tanto studio, tanta competenza, ma …. tanto Ginzburg e poco, pochissimo Machiavelli.

Sapiente ed originale, come egli sa essere, Ginzburg, nel segnalare e documentare la conoscenza e la dipendenza della logica di Machiavelli dalla casistica medioevale. Però, a parte il fatto che quella dipendenza può al più valere per i capitoli de Il principe sulle qualità del principe, sembra lecito sospettare che quella sapienza ed originalità sottendano l’adesione all’intenzione dell’ideologia freudiana di spegnere il nuovo nel passato.

Brillante, come egli  sa essere, Ginzburg nello stabilire un nesso tra Machiavelli e Pascal. Ma ho avuto la sensazione vi si celi qualcosa di losco. Avrei voluto approfondire, ma poi me ne è passata la voglia. Forse lo farò.

Letto qualche tempo fa un romanzo di Stef Penney, La tenerezza dei lupi. A lettura finita stabilisco che non è gran che come romanzo se non in quanto permette di toccare con mano una confusione di idee oggi piuttosto comune. Mi sorprende però il titolo. Nel libro non compaiono, se non del tutto occasionalmente, lupi; né tantomeno vi si parla di una loro tenerezza. Allora il titolo vuole dire che la tenerezza dei lupi non esiste? Che i lupi non hanno tenerezza? Che, se mostrano di averla, è solo per ingannare e meglio azzannare? Così come la tenerezza del ragazzo omosessuale protagonista del romanzo nei confronti del suo partner sta lì a nascondere la pulsione, che poi si realizzerà, ad ucciderlo.

Il bambino che aspetta con curiosità e desiderio il nuovo della nascita di una sorellina, e che può, una volta questa nata, fantasticare di volerla eliminare perché turba i suoi equilibri e intacca i suoi privilegi, non è che non continui ad essere il bambino che attende con curiosità e desiderio la nascita di una sorellina; non è che non continui a portare con se nella vita quella curiosità e quel desiderio. Forse li ha soltanto dimenticati. Deve solo stare attento a non ripetere che, una volta che la vita gli riproponga un nuovo che glieli faccia ricordare, non ripeta quella fantasticheria; ed ancor più, essendo ormai cresciuto e potendo, non la agisca senza saperlo.

Odi et amo. Quam id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Forse è perché ogni amore, se si intende per tale il sorgere in occasione di un incontro di un sentire che ti impone di renderti diverso da quello che sei, può di per se stesso, comprendere l’odio o trasformarsi in esso.

Gli uomini bianchi dalla lingua biforcuta esistono e le donne Indiane sono da sempre tentate di vendicarsi di loro travolgendoli con il prostituirsi al loro potere.

Dopo una separazione può accadere che tu voglia che il senso di perdita perduri per la paura che, perdendo quel senso di perdita, quanto è stato e non è più si perda del tutto nel nulla, diventi nulla, svanisca nell’immenso infinto come lo sfortunato astronauta di Odissea nello spazio.

Difficile sognare senza qualcuno che ti faccia sognare.

I mistici come Santa Teresa pretendono di sognare senza qualcuno che li faccia sognare, ovvero con qualcuno che si inventano loro soddisfacendo così la propria onnipotenza.

Difficile distinguere il sogno da chi ti fa sognare.

Non distinguere tra il sogno  da chi ti fa sognare può portare alla pazzia come nel caso di Aby Warburg e del protagonista de La migliore offerta.

Anche il sogno va trasformato in sogno.

Un sogno che lega un banale momento attuale in cui ho dato prova di sentimentalismo a un altrettanto banale momento passato in cui ho dato prova di moralismo mi fa capire che sentimentalismo e moralismo sono due volti di una stessa medaglia. Forse la cosa è ovvia. Meno ovvio che me la abbia detta un sogno.

Un episodio banale cui però corrispondono altri che non lo sono. E’ sabato 8 dicembre. Come d’abitudine al mattino vado al bar. Avviandomi avevo visto chiuso il giornalaio; e così accade che  mi sembri chiuso anche il bar e subito si affacci l’ansia. Però poi comprendo che questo spostamento è sostenuto dall’essersi affacciato, alla vista del giornalaio chiuso, un vuoto. E’ quel vuoto, non che il bar sia chiuso, a darmi ansia.

Che differenza c’è tra il vuoto e il nulla? Sembrerebbe che parlare di nulla significhi negare il vuoto perché il nulla è qualcosa, mentre il vuoto è nulla.

Esistono il tempo del sogno e il tempo degli orologi; ma il tempo del sogno è fatto di istanti di quell’altro tempo.

Ogni vita è un incompiuto.

Quel poco che si può fare. Una iniziativa per candidare il comune di Riace al Nobel 2019 per la pace. Io aderisco. Chi voglia, troverà il modo di farlo a questo indirizzo.