Giugno-Settembre 2021

Ho recensito su Psychiatryonline il film di Marco Bellocchio Marx può aspettare. Si trova a questo link. http://www.psychiatryonline.it/node/9283

Ho visto A single man diretto nel 2009 da Tom Ford e tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood. E’ ambientato a Los Angeles. Racconta di un omosessuale che perde il proprio compagno, con il quale convive da sedici anni, per un incidente di auto capitatogli mentre viaggiava per raggiungerlo. Sconvolto dalla notizia, cerca conforto andando a piangere tra le braccia di una donna con la quale aveva avuto una storia sedici anni prima a Londra, e che aveva lasciato per unirsi al compagno ora perduto. Non trova però tra quelle braccia sufficiente conforto. Pensa dunque che la vita abbia come solo futuro la morte e matura un’intenzione suicida. E’ un professore e comunica quel pensiero agli allievi. Dice loro che  la vita dei singoli è dominata dalla paura di quel futuro che incombe anche sull’umanità minacciata dalla catastrofe nucleare.

Di quale morte parla il protagonista? E’ come se un disturbo del pensiero lo inducesse a parlare, a un tempo e confondendole, della sua morte interiore e della sua morte reale; là dove questa starebbe a significargli  il momento del riscatto dalla sua morte interiore, il portale di accesso a un futuro, a una nuova vita che gli restituisse quella perduta.  

Gli si accosta un giovane allievo. Si dice sedotto dal fatto che nella lezione appena tenuta avesse dismesso le vesti accademiche per parlare di una paura abitualmente taciuta. Ma forse è sedotto anche da altro. Sia dal fatto che il professore gli avesse indicato nella morte reale un momento di riscatto da una morte interiore che l’allievo vedeva riflessa nell’indifferenza della sua bella e sensuale compagna; sia dalla presunzione di poter distrarre il professore dall’intenzione di darsi una morte reale. Tuttavia né la seduzione esercitata su di lui da questo giovane, né quella esercitata su di lui da un altro giovane disposto a prostituirsi, né il tentativo della sua ex compagna di ricondurlo a sé danzando di fronte a lui e trascinandolo a danzare con lei, distraggono il protagonista dalla sua  intenzione suicida. Continua a coltivarla sedotto a sua volta dal potere che gli conferiva di attrarre altri a sé.  Avrebbe continuato a farlo se la morte non lo avesse raggiunto all’improvviso, come a significare che a coltivare quell’intenzione si finiva in un vicolo cieco.

Il film è stato da molti considerato un bel film. In effetti ha una bellezza formale che riflette sia quella del mondo di oggetti entro il quale il protagonista si muove, sia la perfezione del suo vestire. Non è un caso che il regista abbia lavorato con Gucci e con Yves Saint Laurent ed abbia egli stesso ideato una linea di moda.  E’ però una bellezza che mi ricorda quella, definita “grande” senza esserlo, di un recente film di un regista italiano, intitolato appunto Una grande bellezza, che, al  pari di questo, trasmette un messaggio mortifero e confusivo.

Credo sia stato questo messaggio a farmi avvertire un certo malessere dopo avere visto il film. Per liberarmene mi è parso prioritario non dare per scontato che la perdita subita dal protagonista fosse dovuta all’incidente che ha provocato la morte del suo compagno e bisognasse piuttosto chiedersi cosa mai egli avesse in realtà perduto.

Le scene iniziali del film comprendono un dettaglio che ritengo significativo. Nell’apprendere la notizia della morte del compagno, il protagonista, con una mossa che sorprende chi gli sta comunicando la notizia, si preoccupa della sorte toccata a uno dei due cani che stavano nell’auto e che non era stato ritrovato insieme all’altro morto sul luogo dell’incidente. Gli viene risposto che non ve ne è nessuna traccia: dunque non è detto sia morto, è scomparso.

La cosa finisce lì. Nel seguito, il protagonista non compie alcun tentativo di ritrovarlo, né si può dire che lo ritrovi in un cane che incontra per caso e bacia, abbraccia e annusa, perché poteva essere che egli non vi vedesse quello scomparso, ma quello morto accanto al cadavere del compagno.

Era dunque questa la perdita subita dal protagonista? Non era quella del compagno, ma del cane scomparso in quanto scomparso? E’ stato seguendo la traccia di questo interrogativo che mi è affiorato il ricordo di un altro film, L’avventura, che Antonioni realizzò nel 1960. Anche in quel film si tratta di una perdita dovuta a una scomparsa. Non però di un cane, ma di una donna. Certo, neppure un cane è un cane. Potrebbe essere il feticcio di un bambino. Ma se una donna scompare non può più esservi un bambino, il posto che egli occupa in un rapporto resta vuoto e il bisogno di negare che lo sia illudendosi che sia pieno può far sì che venga preso da un cane.

1960-2009, cinquanta anni, un passaggio di secolo. In  questo lasso di tempo è dunque avvenuto che la scomparsa di una donna lasciasse posto alla scomparsa di un cane. Forse, allora, è stato per questo, non per altro, che dopo avere visto il film e partecipato al cineforum ho avvertito un certo malessere.

Il film è ricco di citazioni di altri film, ma tra questi non vi è quello di Antonioni. Non poteva esservi perché era stato dimenticato, era andato perduto. Dunque la perdita che il protagonista subisce e che lo porta a dire che la morte è il futuro  non è la perdita del suo compagno, ma quella di quel film. Del mondo di problemi, pensieri, affetti, desideri, attese, timori, sconfitte che Antonioni poteva ancora rappresentare cinquanta anni fa. Il suo film non si chiude con una morte improvvisa, ma con un pianto del suo ben diverso protagonista. Possiamo intenderlo come il pianto dovuto alla previsione di quanto sarebbe accaduto nei cinquanta anni a venire, e cioè che la scomparsa di una donna divenisse la scomparsa di un cane. E se quel pianto diceva che ella continuava a venire cercata, quella morte inaspettata dice che non vi è più ricerca, che ella non può più essere ritrovata e che non vi è più posto per alcun bambino.

Non poteva essere ritrovata nonostante ricomparisse nel film nell’immagine della donna lasciata dal protagonista sedici anni prima, nonostante ella danzasse di fronte a lui come a volerlo risvegliare da un sonno di morte in cui doveva essere caduto poco prima di lasciarla.

Al mio malessere deve avere contribuito anche il fatto che nessuno dei presenti al cineforum si sia interrogato su cosa fosse accaduto allora. Qualcosa doveva essere accaduto, poco prima che egli la lascasse perché egli potesse fare la scelta dell’omosessualità. Non era infatti nato interiormente morto, cioè con quel disturbo del pensiero che lo portava a ritenere che la morte reale, che è assenza di futuro, gli avrebbe dato un futuro nel quale sarebbe di nuovo stato interiormente vivo.  Né è detto che la sua scelta gli fosse predestinata, o che trovi spiegazione nella biologia, o che consegua liberamente all’inesistenza di un’identità di genere. Prima di concludere in uno di questi sensi bisogna chiedersi se essa non sia conseguita a una dinamica.

Forse era accaduto che la donna abbandonata dal protagonista avesse già danzato di fronte a lui  e l’avesse anche per un solo istante trascinato in una danza che lo aveva turbato e indotto a decidere di non lasciarsene turbare più, tanto meno sedici anni dopo.

Alcuni critici hanno richiamato l’attenzione sul fatto che la morte coglie il protagonista subito dopo che il giovane allievo aveva tentato di sedurlo e ravvivarlo mostrandogli il proprio corpo nudo, e ne hanno tratto che Eros è sempre accompagnato da Thanatos.  Thanatos però doveva essere intervenuto ben prima.  Non ad accompagnare Eros, ma a determinare nel protagonista la scomparsa dell’oggetto per lui attuale di Eros. Con la scomparsa di quell’oggetto doveva essergli  scomparso anche un sentire che quell’oggetto gli evocava e che lo manteneva vivo. Non doveva dunque essergli rimasta altra via di recuperare una parvenza di quel sentire se non la scelta omosessuale.

Il film è ricco di allusioni e rimandi significativi che debbo astenermi dal raccogliere. Avendo presente il suo insieme, mi viene piuttosto da dire che potrebbe essere recepito come se fosse una tragedia greca. Come se rappresentasse un percorso che priva il mondo degli oggetti di Eros e del sentire che essi inducono, per popolarlo di feticci che si susseguono ossessivamente e si accumulano senza poter  restituire quanto scomparso e perduto. Vi manca ed è mancato però il coro che nella tragedia greca induce la catarsi e apre alla nuova vita. Oppure è accaduto che una cultura, della quale il film è partecipe e che si è venuta affermando in questi ultimi cinquanta anni, abbia reso la voce del coro tanto flebile da avvicinarsi a non poter essere più avvertita e ascoltata. Forse, dopo tutto, è stato questo a farmi avvertire un certo malessere.

Leggo il romanzo di Paola Melis L’altra vita. L’Autrice dà prova di un bel coraggio a porre in excerpta al libro il Moloch delle parole di un esistenzialista – nihilista rumeno,  Emil Cioran,  che sentenziano l’inutilità di essere nati.  Al lettore può volerci un po’ per comprendere che si tratta di una dichiarazione di guerra. Lungi dal farle sue, l’Autrice deve averle poste lì per significare il proposito di demolire quel Moloch con la parabola del suo discorso.

Una parabola apparentemente semplice, che un lettore distratto potrebbe assimilare a quella di un romanzo rosa, ma ampia, complessa, nutrita di competenze non solo filosofiche, mediche e psicopatologiche, ma anche dovute alla personale esperienza di rapporti umani.

Nel primo tratto della parabola si viene a sapere in crescendo di una malformazione neonatale della protagonista, della sua infanzia ospedalizzata, di una madre indifferente, di nonni caritatevoli ma banali, di un padre incolore e distratto, di una conseguente multiforme patologia della protagonista stessa, del suo tentativo di vivificarsi adottando comportamenti borderline che la spingono nel nulla di un vuoto interiore. Questo crescendo raggiunge l’apice con la morte del fratellino: con essa viene infatti meno l’unica realtà che, senza che lei lo riconoscesse e che anzi negava, la legava alla vita. Non le resta ora altro che insistere nel tentativo di costruirsi, avvalendosi del “trauma assoluto” indottole dal suo disastroso passato, un’identità fittizia fondata sull’orgoglio di sentirsi unica sfortunata e reietta: un Cristo crocifisso o una Madonna dal cuore trafitto con lo sguardo rivolto al cielo ripetendo ossessivamente il ritornello dell’attesa di “un’altra vita” che non potrà venire mai.

Raggiunto l’apice di questa piena descrizione del Moloch, la parabola volge ora verso la sua demolizione. Cruciale il momento in cui la protagonista, nell’intenzione di avvelenare se stessa, avvelena la madre. Bisogna astrarsi dalla fattualità di questo momento e leggerlo come si leggono i sogni. Nella sua confusione mentale, uccidendo se stessa ella intendeva, senza averne coscienza, poter uccidere la madre che era in lei. Intendeva spurgarsi, per mezzo di un veleno, del veleno dell’indifferenza che aveva assorbito con il latte materno. E’ l’inizio di una salutare separazione interiore cui spontaneamente e necessariamente consegue la comparsa dell’immagine di una nascita possibile.

Quella separazione e quella connessa comparsa costituiscono però la condizione essenziale e prioritaria, ma non sufficiente,  di una risalita della protagonista dall’abisso del nulla in cui era precipitata e della demolizione del Moloch filosofico sotto il cui peso stava sepolta. Accade così che subito dopo entri nel suo mondo un’immagine virile. Mentre ella giace in un letto di ospedale tra la vita e la morte, a un passo dal definitivo nulla ed esibendo tutta la sua bruttezza, entra in scena un medico che si innamora di lei. Non è però un principe azzurro che viene a decretare il lieto fine di un romanzo rosa. Con il suo ingresso la parabola esplode in una ampiezza di significati che non possono essere raccolti e contenuti dall’intelletto, solo accennati.

Se si innamora di lei è perché sa che solo una donna che sa di essere brutta può lasciarsi costringere a diventare bella. Sa anche che soltanto strappando al nulla un altro da sé può liberarsi dal proprio nulla. Deve avere anche compreso che per liberarsene  non gli basta strappare gli altri alla morte grazie alla sua perizia di chirurgo.

Come accade in un rapporto analitico, e come non avrebbe potuto essere altrimenti, la protagonista lo cimenterà all’estremo per fallire e farlo fallire nel tentativo di riportarla a “questa” vita. E invero è difficile dire da dove egli tragga la forza di non crollare; forse dal fatto che la protagonista stessa lo soccorrerà una volta crollato. Insieme potranno accogliere quell’immagine di una nascita possibile diventata reale alla scomparsa dell’indifferenza materna, non a caso accaduta nel momento stesso del loro ritrovarsi.

Il fatto poi che il figlio in cui quell’immagine prende corpo, e del quale si prendono cura, non sia il loro figlio propone un messaggio di alto valore che ha il potere di demolire definitivamente il Moloch che sentenzia l’inutilità di essere nati. Sta infatti a dire che oltre la procreazione c’è la creatività; che su di essa è possibile costruirsi un’identità non più fondata sull’orgoglio di essere sfortunati e reietti per avere subito un trauma, per quanto “assoluto”; e che non c’è bisogno di volgere gli occhi al cielo in cerca di un’altra vita perché l’altra vita è quella che possiamo vivere se non le sfuggiamo e la sveliamo.

Il fatto che un’opera d’arte, un romanzo, un film non raccontino fatti, ma tentino di esporne il significato, li mette sullo stesso piano del sogno e legittima che vengano accostati allo stesso modo in cui si accostano i sogni.

L’altra vita è sempre questa vita, ciò che di essa ci sfugge, o non vediamo, o lasciamo scorrere via.

Un solo modo di recuperare magici momenti nei quali si è ascoltata musica: ascoltare musica, non però quella ascoltata in quei momenti.

Spesso la paura della morte si presenta quando si lascia un luogo abituale e sicuro ed è dovuta al timore di non disporre del tempo necessario  a soddisfare desideri  che non vengono avvertiti fintanto che si sta nel guscio di un luogo abituale e sicuro.

Il riso è un  affetto che sorge nell’improvviso trasformarsi in nulla della tensione di un’aspettativa.

Interpretare i sogni facendo uso delle nozioni apprese significa lasciare solo chi li racconta, rendersi a lui assente.

Ci sono cose che un pazzo non direbbe mai perché avrebbe paura di essere preso per pazzo.

Nell’insistenza della destra  non solo italiana ad ampliare la libertà di movimento ed aggregazione nonostante la pandemia vi è qualcosa di più dell’intenzione di privilegiare l’economia a scapito della salute. Vi è l’intenzione di mantenere costante il terrore indotto da tale presenza. La convinzione che il terrore indotto dalla presenza di un nemico sia lo strumento di potere e di governo dei pochi è sempre appartenuta ai preti e alle destre.  I primi hanno affidato la presenza del terrore alla costante presenza dell’idea della morte; i secondi alla presenza di nemici esterni visibili. Oggi è cambiato solo che non  c’è stato bisogno di creare il nemico perché è venuto da sé e che non è un nemico visibile, ma invisibile e dunque tale da accrescere il terrore.

Relazione al Seminario teorico-clinico “La donna cucita: Implicazioni teoriche dell’analisi di un caso”, 29 maggio 2021

Relazione al Seminario teorico-clinico “La donna cucita: Implicazioni teoriche dell’analisi di un caso”

SCUOLA DI PSICOTERAPIA PSICOANALITICA INDIVIDUALE DELL’ADULTO MILANO, 29 Maggio 2021 – 14.00 / 17.00

Locandina

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(Passcode di accesso: ckJcm.s0 )

Gennaio Maggio 2021

Elido Fazi, nel romanzo  Potenza e bellezza, mette in contrapposizione le vicende del regno di Napoli e quelle di Leopardi, la potenza e la bellezza, Waterloo e L’infinito.

Mko Kawakami, Seni e uova. Due sorelle: una vuole un figlio per via di inseminazione artificiale, l’altra vuole rifarsi il seno. Due tentativi disperati e maldestri di essere creative. Per fortuna c’è la figlia adolescente della seconda che le contrasta opponendo loro il suo mutismo.

Murakami, in Prima persona singolare, nel capitolo che intitola con il titolo di un pezzo per piano di Schumann, “Carnaval”, scrive che  la donna bella per sciogliere le catene della propria bellezza deve passare attraverso il trovare in sé qualcosa di brutto e che la donna brutta è favorita rispetto a lei perché, essendo brutta, può trovare in sé qualcosa di bello senza dover passare attraverso il trovare qualcosa di brutto.

Visto il film di Faenza, La verità sta in cielo, sul caso di Emanuela Orlandi. Emanuela come l’Ifigenia di Euripide. Ifigenia sacrificata affinché un padre, il suo, potesse conquistare Troia. Emanuela sacrificata affinchè  un papa, il suo, potesse conquistare Varsavia.

Bruno usa la geometria, la matematica e la mitologia come strumenti per scoprire ciò che, di quanto non si vede, può essere visto.

«L’uniformità procura nausea  a tutti i sensi» (Bruno, Arte della memoria, 95)

Bruno, De monade, numero et figura: “Il cerchio è la radice di tutte le figure, principio di formazione e punto di riferimento, in sé tutte le riassume, abbraccia, inscrive, è in loro inscritto, le empie, le commisura, le uguaglia. Da questa fonte e da questo primo progenitore fluiscono le figure che, per essere chiarite, ricercano il suo foro ed il suo giusto tribunale ed in esso tutte si risolvono quando aumentano e diminuiscono: così l’orizzonte si allarga secondo l’immagine del cerchio, quando si allontana sempre più dai nostri sensi; così i corpi sembrano assumere la sua forma alla vista, mentre si vede che gli angoli si smussano ed il volto delle cose perde le differenze dei lati, assorbite nelle specie dei principi per cui dissolvendosi scompaiono dagli occhi.” 

Bruno: dalla teoria del conflitto alla teoria dei contrari, dalla ricerca dell’unità alla ricerca delle relazioni.

Bruno: il molteplice che appare se viene meno la tirannia dell’uno non porta all’anarchia perché obbedisce alla regola dell’armonia che risulta dalle relazioni. Lo stesso pensiero di Eraclito.

La ricerca dell’unità produce il molteplice delle opinioni perché frantuma l’idea della verità nel senso che porta a dire il falso su quanto la ostacola, fino a negarne l’esistenza.

Nel giro di pochi anni (1513-1591) la necessità di superare gli ostacoli posti nel frattempo alla volontà, dichiarata da Machiavelli, di inoltrarsi per «vie non trite» ha fatto sì che esse dovessero darsi più ampi spazi aprendosi all’incommensurabile e all’infinito fino a correre il rischio che ne scomparisse traccia tra le fiamme di un rogo.

Il principe di Machiavelli diventa il furioso di Bruno.

Il Rinascimento è per me ciò che l’antico Egitto era per Bruno, il tempo di un bene dimenticato.

Keplero. Misterioso nesso tra gli astri e l’arte: l’astronomo e l’artista  sono guidati dalla stessa ricerca dell’armonia.

L’armonia, in quanto manifestazione della bellezza, non ha forma.

Kant aveva capito quello che Freud nella sua risposta a Rilke dà prova di non avere capito: che il bello non è una qualità di un oggetto, ma di un sentimento puramente soggettivo nel senso che quel sentimento non viene detto bello in base a criteri di giudizio esterni ad esso; e che, in quanto tale, appartiene a tutti i soggetti, è universale perché soggettivo. Aveva però distinto il bello dal sublime e gli era sfuggito che esiste un’esperienza del bello che nasce dall’esperienza del sublime..

Che cosa è il brutto se non la perdita del bello?

La parola “bello” distrae da ciò che con essa si intende significare perché spesso il bello viene confuso con il gradevole.

Le unghie colorate delle donne sono belle perché hanno un effetto ipnotico.

Le donne non hanno forma, per questo sono belle.

Ogni sogno è una monade, dotata però di finestre.

Ciascuno nel corso della sua vita fa miliardi di pensieri, crea miliardi di immagini, vive miliardi di emozioni, compie miliardi di movimenti. Stelle fisse, pianeti, soli, comete. L’infinito del quale egli è l’irriducibile che lo misura, come il resto diurno dà la misura del sogno.

Gli Aborigeni cercano il resto diurno non nelle storie individuali, ma nella storia della collettività.

La notte abbiamo la possibilità di contemplare due celi: quello fuori di noi mentre siamo svegli e quello dentro di noi mentre dormiamo.

Se non ci fossero gli orologi non avremmo nozione del tempo, solo del divenire.

Non c’è bevanda più avvelenata di quel punch al Lete che Freud racconta il 9 settembre del 1897 di avere sorbito.

Chi ha sorbito un punch al Lete difficilmente potrà poi parlare di armonia.

Al collega che espone la teoria di Bowlby sull’importanza del caregiver nella formazione dell’Io chiedo di dirmi che differenza c’è tra il caregiver e Dio. Mi risponde sottolineando le buone intenzioni del caregiver e il suo disporsi nel rapporto su un principio di uguaglianza. Cioè non mi dice della differenza tra il caregiver e Dio, ma della differenza tra un caregiver Dio cattivo e uno Dio buono.

L’idea di un nucleo valido originario è presente nello stesso mito dell’Eden almeno nella lettura che ne fa Bacone (Hillary Gatti, Le origini della scienza nel Rinascimento, p. 269). La permanenza nel paradiso viene prima della caduta.

Ogni soggiorno in paradiso è seguito da una caduta che provoca un tale dolore da spingere ad evitare quel soggiorno o a dichiararlo inesistente o esistente nel passato o nel futuro, e tutt’altro da quello che è.

La famiglia può non essere una culla, ma una prigione.

Ad ogni abbandono si riapre un buco nero, si sveglia un mostro che giace negli abissi.

Dopo il giorno torna la notte, inevitabilmente torna la notte e tutto ciò che puoi fare è trarre dalla luce del giorno di ieri la forza di sopravvivere alla notte  e di andare incontro ad altri giorni.

La saggezza degli anziani non consiste essenzialmente nel loro sapere cose che altri non sanno e che può essere utile dire, ma nella libertà di dire cose che altri sanno e non sono in grado di dire. Consiste cioè nel fatto che compete loro la responsabilità di dire il vero.

La forza dei social: dare l’illusione di rendersi visibili agli altri e di rendersi visibili a se stessi illudendosi così di essere nati.

Cannibalismo: quello che nell’attuale pandemia ha spinto singoli e gruppi a scavalcare altri singoli e gruppi nell’accesso al vaccino e a fondare la propria salvezza  sulla morte altrui è una forma light di cannibalismo.

L’epidemia del politicamente corretto: la difesa dei diritti di alcuni comporta la negazione di diritti che dovrebbero essere di tutti.

Nella tendenza della destra non solo italiana ad ampliare la libertà di movimento in tempo di pandemia vi è qualcosa di più  dell’intenzione di privilegiare l’economia sulla salute. Vi è l’intenzione di mantenere costante la presenza di un nemico e il conseguente stato di terrore. La convinzione che il terrore indotto dalla presenza di un nemico sia lo strumento di potere e di governo di pochi è sempre appartenuta ai preti e alla destra. I primi si sono serviti e si servono dell’idea della morte per rendere costante la presenza del terrore. La seconda non ha oggi bisogno di creare il nemico perché è venuto da solo e per di più non è un nemico visibile, ma invisibile, e dunque tale da accrescere il terrore.

 Ascolto in Tv un’intervista al personaggio dichiaratamente omosessuale che ha curato le pubbliche relazioni di Giuseppe Conte. Il problema con alcuni omosessuali non è che siano tali, ma che in quanto tali alcuni di loro si sentano in diritto di dire qualsiasi sciocchezza e di accusare di omofobia che gliela faccia notare.

Ricompare Santoro in uno degli ultimi “di Martedì” di maggio: arrogante, presuntuoso, insopportabile, sciocco: confonde la democrazia con l’anarchia.

La stupidità rende onnipotenti e ben poco si può  contro il  muro della stupidità. Oggi come al tempo di Bruno: Asini asinos fricant.

Presentazione “Il trauma dimenticato” – 27 marzo 2021

Trascrizione interventi:

V. Del Bianco
G. Landoni
M. Bolko
L.A. Armando

Locandina

Presentazione del libro

IL TRAUMA DIMENTICATO

l’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie:

storia, teoria, tecnica

FrancoAngeli Editore

di Luigi Antonello Armando e Marianna Bolko

Sabato 27 marzo 2021

Online, su piattaforma TeamLink

Introduce e coordina

Antonio Maiolino – Napoli – Psicoanalista, Direttore scientifico Scuola Esculapio

Discutono con gli autori:

Vilma Del Bianco – Roma – Psicoanalista, Docente Scuola Esculapio

Giorgio Landoni – Milano – Psicoanalista, Docente Scuola Esculapio

PER PARTECIPARE INVIARE E-MAIL A: info@scuolaesculapio.com

Presentazione online di Storicizzare Freud – 30 gennaio 2021

Presentazione online del libro di Luigi Antonello Armando “Storicizzare Freud”

SABATO 30 GENNAIO 2021 h. 17:00-19:00

Alida Cresti ne parla con l’autore

Evento gratuito su piattaforma Zoom

Per iscriversi inviare una mail a sipi.segreteria@gmail.com

I partecipanti riceveranno una mail con il link per la connessione qualche giorno prima dell’evento.

S.I.P.I. Società Italiana di Psicoanalisi Interpersonale

Via delle Belle Donne, 13 – 50123 Firenze

Settembre – Dicembre 2020

Visto Blue Jasmine di Woody Allen. Visto per caso, perché da un po’ i suoi film mi avevano stancato. In questo però ho apprezzato il modo disincantato di raccontare con qualche ironia come inseguire il successo in una società che obbedisce all’etica del successo porti alla costruzione di un falso Sé ed alla follia.

Mi regalano, e prendo a leggerlo  I leoni di Sicilia. La saga dei Florio di Stefania Auci. Stucchevole, scipito. Non riesco ad arrivare fino in fondo.

 Bellissimo invece il romanzo di Enzo Striano Il resto di niente sulla tragica vita di Eleonora de Fonseca Pimentel. Il resto di niente è niente?

Bellissimo anche Le nostre anime di notte di Kent Haruf. Un uomo e una donna, pur molto avanti nel cammino delle loro vite, si incontrano in un modo tutto loro, semplice come la scrittura del libro, ma struggente perché sull’orlo della fine. L’incontro è un bene sia per loro che per il nipote di lei oppresso da un padre assente figlio di lei. Questo bene è devastato dal perbenismo di costui e dalla sua preoccupazione che i beni della madre vadano, una volta morta, al suo anziano attuale compagno. La figura del figlio sembra rappresentare il male assoluto; assoluto perché viene dalla totale assenza della pur minima comprensione del senso di quell’incontro e di quanto di bene esso introduceva nel mondo. Nella storia di quel figlio c’era però la perdita nell’infanzia di una sorellina amata. Ed allora il male che egli rappresenta non è assoluto perché procede dal non voler mai più sapere di un bene possibile che egli ha perduto e del quale forse, proprio per non volerne sapere qualcosa, in fondo ancora sa.

I bambini sono esseri assolutamente indifesi che hanno da opporre alla cattiveria del mondo soltanto la bellezza della loro esistenza.

Il latente non è il male, ma il bene, da non confondere con l’espiazione, la riparazione, il perbenismo.

Il fango non ci sarebbe se non ci fosse stata la poggia.

Bruno, ne Lo spaccio della bestia trionfante, p. 279 dell’edizione di G. Gentile: «Nulla è assolutamente male».

Ripercorro la Critica del giudizio di Kant.  Mi colpisce quando scrive che il senso del bello è un dato puramente soggettivo e al tempo stesso universale, Universale in quanto soggettivo, soggettivo in quanto universale.

Letta la colossale (ed è solo il primo volume) autobiografia di Obama Una terra promessa.  Letta con piacere perché scritta in modo semplice e chiaro e si sente in ogni pagina la presenza del personaggio, e con interesse perché permette di comprendere la complessità di certi processi decisionali e di certi episodi dei quali sapevo solo che erano avvenuti ma non come. Tuttavia sono rimasto perplesso, in verità già lo ero per le altre cose sue che avevo letto, rispetto al suo rapporto con la religione, come quando, in visita a Rio de Janeiro, porta la moglie e le figlie a visitare il Cristo redentore sulla montagna del Corcovado e vi si ferma a pregare in silenzio con loro. Forse ci crede davvero. Allora mi sono chiesto se il rapporto con la religione non sia il filo segreto che, correndo nelle profondità della cultura americana. lega tra loro, pur nelle differenze, Obama e i suoi oppositori, Trump compreso.     

Leggo il denso e profondo piccolo libro di Carlo Levi Paura della libertà. La religione come sostituzione del significante al significato. L’ampliamento del concetto di religione. Dovrei riscrivere il capitoletto di Passaggi ponti pontefici sulle religioni che non sembrano religioni.

Dio non esiste perché, essendo eterno, non è mai nato.

La creatività di Dio non viene dal rapporto, non presuppone la recettività. Dio è dunque omosessuale. Se ne può dedurre il rischio per gli omosessuali di sentirsi Dio?

La consapevolezza delle propria impotenza può cercare il riscatto nella credenza nell’onnipotenza di Dio.

Il papa si schiera a favore non delle unioni civili delle coppie omosessuali, ma del loro costituire famiglia il che, è lecito pensare, comporta imporre loro il matrimonio religioso, come a riportare altre pecorelle nell’ovile. Inoltre, parlando di famiglia sembra parlare a favore dell’omogenitorialità.

Machiavelli critica gli Umanisti perché si affidano all’immaginazione nutrendosi di parole vuote anziché essere attenti alla realtà della cosa. Bruno dà del pedante a Lutero perché si affida a parole vuote anziché alle opere. Le parole vuote degli Umanisti e di Lutero sono il precedente delle fake news? Per comprendere il senso ultimo delle fake news bisogna rifarsi a quei loro antecedenti? La prima parola vuota è  “Dio”?  La prima fake new è l’esistenza di Dio?

Nulla sappiamo della durata del mondo umano. Sappiamo però che non è eterno. Lo vediamo esaurirsi lentamente sotto i nostri occhi. Vediamo una cultura della bellezza che lo ha costruito essere progressivamente vanificata da una cultura del falso.

Sapienza del Crstianesimo: che la madre di Gesù fosse vergine vuole dire  che non era nessuna donna viva perché nessuna donna viva può essere vergine madre. Ma anche perfidia: si è voluto indurre nelle donne il delirio di potere essere madri vergini.

La madre, che soffre per la propria volontà non cosciente di mantenere il figlio in una condizione di non essere nato perché pensa che è il solo modo di non perderlo, soffre per volerlo mantenere in quella condizione o per non essere riuscita a farlo?

Donne che ti aiutano a vivere, donne che ti fanno sognare. L’unica soluzione sarebbe la poligamia. Ma forse nella poligamia non ci sarebbero né donne che ti aiutano a vivere né donne che ti fanno sognare.

La soddisfazione del desiderio non consiste nel suo esaurimento, ma nel suo accrescimento. E’ proprio vero che una ciliegia tira l’altra.

Non esiste solo l’opposizione salute del corpo/profitto, ma anche salute della mente/profitto

V’è una differenza sostanziale tra l’esposizione di un caso clinico e l’esposizione dell’analisi di un caso clinico.

Assisto via screaming a una conferenza di Boas, uno psicoanalista americano, tenuta presso una scuola di formazione all’esercizio della psicoterapia. Parla di immaginazione e non fa distinzione tra l’immaginazione dell’analista e quella del paziente. Quando glielo faccio notare e gli chiedo se porre quell’eguaglianza non comporti una abdicazione dell’analista al ruolo, si stizzisce. Era poi in programma che supervisionasse i casi portati da due allievi. Con mia sorpresa ne interrompe a più riprese l’esposizione per chiedere ai presenti di stare venti secondi in silenzio e di dire che cosa hanno immaginato a proposito di quanto esposto dall’allievo. Per fortuna non lo ha chiesto a me. Perché se lo avesse fatto non gli avrei detto cosa avessi immaginato sul caso, ma della sua supervisione: avevo immaginato una messa perché a proposito dei  venti secondi di silenzio  mi era venuto in mente il momento della messa in cui il sacerdote pronuncia la frase “orate fratres” e invita i fedeli al silenzio.

Sostenere che l’immaginazione dell’analista e del paziente sono uguali equivale a sopprimere la prima sotto la seconda, quella che dovrebbe essere innovativa sotto quella che è ripetitiva, la musica sotto la preghiera.

E’ incredibile che la psicoanalisi sia stata considerata innovativa e rivoluzionaria anche da menti non sprovvedute e non ci si sia resi conto che è una religione in veste scientifica. Come spiegare questo enorme abbaglio? E’ l’effetto di una magia?  Della magia della forma della religione che la ha preceduta e che ha condizionato le menti per mezzo dell’educazione?

Il paziente sogna che si sta togliendo un dente. L’analista interpreta che, poiché nel togliesi il dente deve atteggiare la bocca a un ghigno, il sogno dice di un atteggiamento irridente e malevole del paziente nei suoi confronti. Ci può pure stare. Ma gli sfugge che il dente che il paziente si leva può essere lui.

Formulando il complesso edipico e portando numerosi esempi tratti dalla interpretazione dei propri sogni, Freud ritenne di avere fornito la chiave e la tecnica necessarie a percorrere una via regia verso il non cosciente. La chiave è risultata però fasulla: girava a vuoto nella toppa, sembrava  ridare valore ai sogni  come via di accesso al’ignoto, ma in realtà li rinchiudeva nella gabbia del noto definito dall’uso paradigmatico di quel complesso ed asserviva la tecnica all’intenzione di nasconderne il significato anziché svelarlo. I numerosi tentativi di liberare i sogni da quella gabbia succedutisi nel seguito della storia della psicoanalisi sono falliti nella misura in cui non ci si è separati dal paradigma senza restare per questo privi di orientamento e costretti nell’alternativa tra inventare altre chiavi anch’esse fasulle o dichiarare impossibile l’interpretazione dei sogni ed impraticabile la via regia al non cosciente.

I concetti di Sé femminile, Sé virile, Sé creativo e di sinergia sono estranei alla psicoanalisi. La teoria che le presiede è stata infatti costruita sulla base, ed anzi in funzione, della dimenticanza del Sé femminile. Inoltre Freud, e quanti hanno condiviso la sua teoria, hanno cercato di tacitare le voci della cultura che la rendevano presente trascurandole o appiattendole sugli  assunti di quella teoria anziché lasciarsene fecondare. La dimenticanza di quel Sé e l’appiattimento di quelle voci hanno generato un vuoto che chiedeva di essere riempito. Lo si è fatto sostituendo al Sé virile della donna il dato anatomico del clitoride, al suo Sé femminile il dato anatomico della vagina e al Sé virile dell’uomo il dato anatomico del pene. Non hanno dunque avuto nozione né della sinergia di quei due Sé, né di un Sé creativo reso da essa possibile. L’esito di queste sostituzioni e di queste assenze è stato la patologia della stessa psicoanalisi riconosciuta da Freud in Analisi terminabile e interminabile quando lamentòl’infrangersi della cura nello scontro con la «roccia biologica».Eglisuggerì che, per uscire vincenti da questo scontro, gli psicoanalisti avrebbero dovuto tornare ogni cinque anni in analisi. Ma rinnovare un percorso orientato da una teoria che conduce a quello scontro non può fare altro che riproporlo. Tuttavia nel suggerimento di Freud era accennata la consapevolezza della necessità di modificare l’iter formativo dello psicoanalista, cosa però possibile solo se la psicoanalisi si lascia fecondare dalle voci della cultura che ha cercato di appiattire sui propri assunti.

Fagioli aveva intuito l’importanza della sinergia di Sé femminile e Sé virile quando, agli inizi, aveva parlato della coppia terapèutica come fattore di cura. Poi però aveva inteso quei due Sé come costituti dalla coppia composta da lui e dalla sua partner del momento. L’intuizione era diventata una polpetta avvelenata per le sue partner e per i suoi fans.

Winnicott giunge a riconoscere che l’stinto di morte ripropone il pensiero biblico del peccato originale, ma non riconosce che lo ripropone anche il concetto di conflitto originario.

La storia del movimento psicoanalitico fornisce  l’immagine di un corpo astrale esploso in innumerevoli frammenti vaganti in uno spazio vuoto.

Il kleinismo è una teoria paranoica e l’oggetto della sua paranoia è il bambino.

La parola a Bruno. Ne Lo spaccio della bestia trionfante auspica si dia fine a «quella poltronesca setta di pedanti che senza ben fare secondo la legge divina e naturale si stimano e vogliono essere stimati religiosi grati a’ dei, e dicono che il fare bene è bene e il fare male è male; ma non per ben che si faccia o mal che non si faccia si viene ad esser degno e grato a’dei; ma per sperare e credere secondo il catechismo loro».

E’ giunto il momento di restringere l’uso della parola psicoanalisi a significare la teoria di Freud  e della sua scuola, e per il resto parlare di “ricerca sul non cosciente”

Di giorno vedo un film, leggo un libro, ascolto un discorso e li comprendo in un modo. Poi viene un sogno a farmeli comprendere in un altro modo. Ciò che non era cosciente nella veglia diventa cosciente nel sogno.

Paradosso: vorrei che le cose che scrivo fossero apprezzate, ma temo che se lo fossero vorrebbe dire che non valgono quanto io presumo, Il fantasma dell’abbandono, dell’interruzione, del poter precipitare nel’abisso del nulla, accompagna in ogni momento la scrittura, si cela in ogni tratto della penna che lascia posto a un altro, tutte le volte che il dito si toglie da un tasto del computer per passare a un altro.

Aprile – Agosto 2020

Leggo Sommersi e salvati di Primo Levi. Primo Levi si è scontrato, e ne è stato travolto, con l’impossibilità di comunicare un orrore che non è possibile comunicare.

Leggo Il seminario perpetuo. Il tardo e ultimo Lacan, di Gioele Cima. Un lavoro di grande impegno, sapientemente strutturato, pacatamente critico. Non è che abbia capito tutto, ma quanto ho capito mi ha confermato nella mia idiosincrasia nei confronti del pensiero di Lacan. Il procedere sincopato della sua prosa, e della sua prassi, mi ha fatto pensare, forse a sproposito, agli scatti isterici con cui Hitler accompagnava i suoi discorsi.

Somiglianza e diversità tra l’oratoria di Hitler e quella di Mussolini. Ambedue inseriscono nei loro discorsi momenti che non appartengono al discorso in quanto sono puramente scenografici e possono essere definiti isterici nel loro essere fatti di scatti improvvisi. Gli scatti improvvisi dei discorsi di Mussolini sono preceduti da pause che in quelli di Hitler mancano.

Ho pensato che il personaggio di Trump potesse avere un precedente in Bob Cheeney, l’onnipotente vice di Bush jr. Così ho ripensato a un film su di lui intitolato, appunto, Vice. Il regista ne fa un personaggio shakespeariano e introduce nel film un dialogo tra lui e la moglie che riproduce quasi alla lettera il dialogo del Macbeth in cui Lady Macbeth seduce il marito a compiere il crimine che consegnerà nelle sue mani il regno di Scozia. Allora mi sono andato a rileggere, dopo tanto tempo, sia il Macbeth che il Riccardo III di Shakespeare nella bella e ormai introvabile edizione sansoniana del suo teatro. La ricerca del potere per risolvere una loro deformità, caratteriale in Macbeth, apparentemente fisica in Riccardo, è sostenuta dall’odio nei confronti di ciò che ne dà la misura: della virtù di un re nel caso di Macbeth, di un rapporto uomo-donna felice nel caso di Riccardo. Su queste cose di più in un dialogo, Una tempesta più che perfetta, che si può trovare in internet: http://www.journal-psychoanalysis.eu/una-tempesta-piu-che-perfetta/

Si può prevedere che, se vincerà Trump alle prossime elezioni americane, l’Europa finirà con il frantumarsi in una quantità di piccoli stati schiacciata sotto il peso dell’America first, che si aggiungerà un altro episodio alla storia della sequenza degli imperi descritta dagli autori antichi.

Intermezzo “poetico”: In Italia ci sono tanti trumpini/uno di loro si chiama salvini.

Ho visto un film di fantascienza, Waterworld, con K. Costner. Là per là sembrava la solita cazzata, ma poi no. Raccontava che i ghiacci dei poli si erano sciolti e il mondo era stato invaso dai mari. Un diluvio universale, soltanto una terra era rimata emersa. La via per raggiungerla era però tracciata solo su una mappa tatuata sulla schiena di una bambina. Uomini violenti la cercano: vogliono strapparle la pelle dalla schiena per disporre della mappa. Il protagonista, Costner, è un uomo-pesce che inizialmente non vuole saperne, ma poi è conquistato, umanizzato da lei. La salva dagli uomini violenti e insieme, con altri, raggiungono la terra rimasta emersa. Ancora una rappresentazione di quanto possa la sinergia di femminile e virile.

Paradosso: la castrazione è non riuscire a vivere una dimensione femminile. Il castrato, uomo o donna che sia, è chi non riesce ad essere donna. Questo perché la donna è nata prima dell’uomo: nel senso che, mentre Adamo dorme, ella fuoriesce da lui come se fosse un sogno e lui, quando si sveglia, se la trova davanti già sveglia. Su questo, di più nel penultimo capitolo, intitolato “Desiderio e cultura”, di Storicizzare Freud.

Nel saggio sulla femminilità Freud compie lo stesso percorso che nel caso di Dora: come restando chiuso in una forma di solipsismo, in quel saggio non gli interessa la femminilità così come in quel caso non gli interessa Dora, ma la conferma della sua teoria.

Freud ne L’Io e l’Es completa il discorso sull’Edipo parlando di un Edipo capovolto, quello per cui il bambino amerebbe il padre ed odierebbe la madre. Ma il fatto che il bambino ami il padre non ha in sé nulla di negativo, anzi lo porta ad esprimere la propria disposizione femminile, e non è affatto detto che l’amore per il padre comporti l’odio per la madre. Che sia così dipende dal comportamento della madre, dall’eventualità che lei non sia abbastanza donna da amare che il bambino ami il padre.

Visto uno spezzone, non di più, di una performance di Recalcati su Rai tre. Importanza della scenografia: le parole dello psicoanalista non sono rese credibili dai loro contenuti, ma dalla scenografia che fa loro da sfondo. Essa induce una regressione a una sorta di stato ipnotico che rende disponibili a bersi come buono di tutto. Quella scenografia equivale alla piazza vuota che fa da sfondo alla recita del pontefice nei giorni del lockdown.

La Chiesa romana ha usato la peste come metafora del dissenso protestante che nel 1500 ha infranto l’unità dell’Europa cristiana. Si può usare la peste come metafora del silenzio da essa imposto nel 1500 ad altre forme di dissenso che investivano anche il dissenso protestante.

L’eretico può venire accusato di essere orgoglioso del suo essere eretico e corre il pericolo di essere orgoglioso di essere considerato eretico.

Leggo La salute circolare di Ilaria Capua, e mi viene di aggiungervi questo pensiero. L’origine del Coronavirus va datata al momento in cui Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre affinché non cogliessero i frutti dell’albero della vita impedendo loro di creare e condannandoli a un produrre che, sotto l’impulso della ricerca di una soddisfazione che il produrre non poteva dare, sarebbe travalicato in uno sfruttamento delle sue stesse fonti che avrebbe rotto gli equilibri nei quali il virus restava catturato e viveva tranquillo e trattenuto dal compiere lo spillover.

L’insistenza con la cui si parla del virus come nemico invisibile può servire a nascondere l’esistenza di altri nemici invisibili, alcuni dei quali responsabili del libero scorrazzare del virus.

La movida, cui i giovani si sono dati non appena il coronavirus è parso acquietarsi un poco, ricorda le danze macabre che si tenevano del Medioevo in tempo di peste, ma non ha l’eleganza che esse hanno nei dipinti di Hieronymus Bosch.

Ho conosciuto molto tempo fa, e poi occasionalmente rincontrato, un uomo nei confronti del quale ho fatto l’esperienza dell’incomunicabilità, cioè ho avvertito che egli esprimeva qualcosa che impediva la comunicazione, come fosse avvolto da una nube che lo rendeva inaccessibile. Poi ho scoperto che la sua unica figlia si era suicidata. Che con lui mi fosse impossibile comunicare non mi ha scalfito, lo ho solo avvertito, perché non è che lo amassi. Ma la figlia lo amava.

Storie interrotte. Tempi ormai spesi. Storie che non c’è modo di farle andare diversamente da come sono andate. Storie che sono come tanti ponti Morandi, ma per le quali non c’è ricostruzione. Storie che finiscono sul vuoto.

La distanza che si stabilisce tra due partner di un rapporto una volta questo finito è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza che avevano vissuto quando era vivo.

Pensare, scrivere, scavare per approfondire e chiarire: è come avviarsi lungo una strada senza fine. Ars longa, vita brevis.

Lo scorso agosto, cioè un anno fa, ho incontrato per caso al baretto che spesso frequento una giovane donna. Lei ha poi scritto del nostro incontro, di come è avvenuto e di cosa ci siamo detto. Di lei so che si chiama Irene, Irene Barcarolo, che vive da qualche parte nell’Italia del Nord, che le piace viaggiare ed evidentemente anche scrivere. Di più di lei non so, né la ho più vista. Ha intitolato quanto ha scritto “Della meraviglia e degli Dei”. Quanto ha scritto di quell’incontro e di me mi è piaciuto e mi ha fatto bene. Lo pubblico così come è, con il suo permesso, tra le bollicine perché vale assai più di una bollicina, e per gratitudine.

Incontro con Antonello Armando alla Gelateria Giolitti il primo agosto duemiladiciannove

Nella Gelateria Giolitti fanno lo zabaione come non lo fa nessuno mi hanno detto ma io c’ho caldo e allora ho preso la granita al caffè e non ce la volevo la panna che con vent’otto gradi fuori fa ricotta invece il signor Claudio la panna ce l’ha voluta mettere lo stesso e c’aveva ragione perché é la fine del mondo.

Pago al santino di Totti autografato scolorito, inchiodato alla parete di legno vicino alla cassa e mi siedo fuori, sola.

Fuori ci sono sei tavoli rotondi scrostati, con le sedie di quelle con il filo di plastica arancione intrecciato, con lo sporco nero incrostato nelle giunture che ormai fa parte della struttura portante, come le gambe e lo schienale. È lo sporco che le tiene su.

Mi siedo, vicino a me signore intente a mangiare il gelato senza mordere la cialda del biscotto a forma di cannuccia per paura che cada la dentiera, posata sul piattino della coppa cola appiccicoso sul tavolo. Si ripetono a vicenda cinque o sei volte quanto buono sia il gelato prendendo una salvietta per pulirsi la bocca e le dita nodose e curve ad ogni assaggio.

Antonello stava in piedi guardando i sei tavolini tutti occupati e io, turista di passaggio, da sola, mai avrei potuto privare un cliente affezionato della sua poltrona alla gelateria Giolitti.

Così lo invito a sedersi con me e parlammo della Meraviglia e degli Dei.

La nostra conversazione non é quella di due persone con la stessa conoscenza del mondo né la stessa dialettica.

Antonello non parlava come me, con i pensieri che affiorano a pelo d’acqua qua e là come pesci in un fiumiciattolo quando butti qualche briciola. Guizzi e spruzzi di un discorso che non so fare sul mondo sulle cose sulla vita e sul suo senso, il mio é un sentire molto difficile da dire e lucido a momenti. Antonello invece parla come una persona che ci ha speso la vita sopra e parla come una persona che ci ha scritto e riscritto e quando scrivi, i pensieri diventano chiari non solo a te ma anche agli altri, allora é proprio vero che qualcosa hai capito.

-La meraviglia degli uomini é ciò che sta al principio della vita. Sapersi meravigliare, accorgersi e predisporsi ad accogliere la meraviglia può essere particolarmente raro per chi non ha occhi. E tale rarità non deriva dalla rarità nel trovare buone meraviglie, ogni attimo contiene in sé buone meraviglie ma la gente, dicevo, ha perso gli occhi.

Più spesso la gente si meraviglia per le cose sbagliate.

-Cosa intende per cose sbagliate?

Ti piace Salvini? Stupisce la gente quello che dice, quest’idea del chiudere i porti trova molto seguito. Quando le idee deliranti personali diventano le idee deliranti condivise da una comunità che si meraviglia per la loro forza e attribuisce loro una valenza magica, salvifica, è meraviglia per le cose sbagliate. Quando un’azione, una parola, un’idea assume una connotazione magica sotto la quale l’immaginazione di un concetto si incrementa, questa è una meraviglia per le cose sbagliate.

-Come il Nazismo?

-Sì, anche! La storia ci dà molti esempi.

Dici, senza saperlo, quello che dicevano gli antichi. Gli Dei stanno in ogni cosa. Sorrido sapendo di aver detto una cosa bella e interessante.

E cosa fai quando vedi gli Dei?

Niente, mi meraviglio. Rispondo

Ma per vederli bisogna imparare ad aspettare. A volte arrivano all’improvviso mentre stai facendo altro. Se invece li stai cercando devi aspettare. E anche ad aspettare mi alleno viaggiando da sola.

-Le persone si scocciano tanto ad aspettare. O si annoiano e si scocciano o si annoiano e cercano un diversivo.

Esatto!

E se poi le persone devono aspettare da sole si scocciano il doppio perché si annoiano di loro stesse. Non sanno stare in loro compagnia, non sanno cosa dirsi.

Ecco perché annegano gli occhi nello schermo del cellulare, per trovare qualcosa di interessante fuori di sé. Ogni volta che si apre il discorso sul rapporto tra i giovani e il cellulare temo sfoci in qualche frase pesante trita e ritrita che inizia con “ai miei tempi” e non so come vada a finire perché non l’ascolto.

Ma Antonello parla di filosofia, non di cellulari, di oggi non di ieri.

-Anche a me piacciono molto le attese, quando vado a trovare mio figlio a Ginevra ci vado in treno. Mi piacciono le stazioni.

-Anche a me piacciono le stazioni. E il viaggio in sé, a volte mi è piaciuto più della vacanza. Vedere il panorama cambiare dietro al finestrino, rendermi conto delle distanze che intercorrono tra i luoghi e lo spazio che si trasforma quanto più velocemente il treno scorre sulle rotaie, le ruote sull’asfalto, le gambe che calpestano le calli di Venezia.

Traduco quello che mi succede in spazio. Capita spesso, un po’ mi alleno fino a che mi viene anche naturale ora.

-Ricordo con affetto il viaggio fatto a Venezia quando avevo una ventina d’anni da solo. Stavo in un ostello vicino a Rialto. È una città che predispone a pensare e ad accorgersi, a meravigliarsi e a trovare l’inatteso.

-Una delle cose che mi piace di più di Venezia è il suo potere livellante. Intendo dire che è una città alla quale non interessa che tu abbia la macchina più comoda e potente la moto più fiammeggiante salta coda, che tu sia abituato a chiamare il taxi perché così non ti devi preoccupare di come muoverti. Venezia ti fa camminare! E così più ricco è chi ha le gambe buone, scarpe comode, fiato e orientamento.

-Ognuno lo fa in modo diverso però. Anche io quando lei è arrivato stavo guardando il telefono ma stavo scrivendo appunti perché non ho nulla su cui scrivere.

-cerco di salvarmi. Passo molto tempo anche io annegata nel telefono

-Te la do io carta penna.

Come ti chiami?

-Irene. Lei?

-Te la do io carta e penna, Irene.

La gente crede di informarsi leggendo notizie inutili e senza critica, crede di essere partecipe vedendo cosa fanno e dicono gli altri. Crede di scoprire cose nuove, si meraviglia della magia della tecnologia che tutto può e potrà sempre di più senza che nessuno sappia come.

-Ho avuto un professore all’università che ci parlava della folle supremazia della tecnica. Una religione che ci allontana dal senso dandoci in pasto significati della realtà senza più trovarne un Senso, che ci dà nuovi oggetti da idolatrare.

Non mi ricordo più cosa ci siamo detti Antonello ed io, abbiamo parlato per ore seduti come vecchi amici sul plateatico mentre il sole iniziava a tramontare e i pensieri diventavano parole che zampillavano come acqua fresca sotto la calura di una Roma ad agosto, trascinata con le vesciche ai piedi e la pelle appiccicosa sotto l’abito bianco.

-Mi permetta di offrirle la granita Irene, ma gliel’ha messa la panna Claudio vero?

-L’ho già pagata Antonello, manca il te al limone ma non si disturbi

-Pago tutto Claudio e per favore dammi anche una bottiglia di vino da portare via.

Roma torna intorno a me rumorosa e veloce mentre esco dalla bolla di un momento, mentre metto in tasca un sassolino rotondo che faccio giocare tra le dita.

-La accompagno a prendere l’autobus così questo momento dura ancora un po’, mi permette?