Bollicine Novembre – Dicembre 2018

Le cose cambiano. Per tanti anni mi sono guardato dal comprare “Il Foglio” perché lo ritenevo un giornale di destra e non mi piaceva il suo direttore Ferrara per le sue posizioni politiche e soprattutto per la sua simpatia per Strauss, i neocons statunitensi, papa Ratzinger e l’estremismo israeliano. Ora debbo ammettere che, sarà pure di destra, ma che è il più intelligente  e informato giornale italiano, soprattutto il suo numero del sabato.

Visto “Il verdetto” per la regia di R. Eyre e con una strepitosa recitazione di Emma Thompson. E’ tratto da un romanzo di McEwan. I romanzi di McEwan non mi sono mai piaciuti. Ma, sarà che le cose cambiano, sarà che il regista ha cambiato qualcosa del romanzo, a me il film è piaciuto. Mi ha colpito il suo riproporre quel tema cruciale dello smarrimento improvviso che può cogliere talora l’individuo per l’intuizione di una bellezza possibile che lo porta a spostare il suo cuore più in là di dove era e lo espone al rischio di un troppo grande dolore, o del gelo del cuore, dovuti alla perdita di quella bellezza sotto il peso, difficile dire quanto eludibile, di un principio di realtà. Un tema presente anche in altri film, per esempio in Un affare di famiglia cui ho già dedicato una bollicina. Un tema sul quale mi sono azzardato a dire qualcosa anche io, per esempio in una relazione sulla paura dei sogni che ho tenuto a Firenze o nell’articolo su Freud e Rilke apparso nell’ultimo numero di Psicoterapia e Scienze Umane. Tutte testimonianze della resilienza, nello squallore che ci circonda, dell’esigenza di bellezza.

Il film di Sorrentino La grande bellezza riesce invece a rendere squallida anche la bellezza.

Sigfrido di fronte a Brunilde. Breuer di fronte a Anna O. Lo sconvolgimento di fronte alla bellezza. Lo sconvolgimento di fronte all’isteria. L’isteria è una bellezza senza armonia?

Letto il nuovo libro di Carlo Ginzburg Nondimanco. Machiavelli, Pascal. Tanta intelligenza, tanto studio, tanta competenza, ma …. tanto Ginzburg e poco, pochissimo Machiavelli.

Sapiente ed originale, come egli sa essere, Ginzburg, nel segnalare e documentare la conoscenza e la dipendenza della logica di Machiavelli dalla casistica medioevale. Però, a parte il fatto che quella dipendenza può al più valere per i capitoli de Il principe sulle qualità del principe, sembra lecito sospettare che quella sapienza ed originalità sottendano l’adesione all’intenzione dell’ideologia freudiana di spegnere il nuovo nel passato.

Brillante, come egli  sa essere, Ginzburg nello stabilire un nesso tra Machiavelli e Pascal. Ma ho avuto la sensazione vi si celi qualcosa di losco. Avrei voluto approfondire, ma poi me ne è passata la voglia. Forse lo farò.

Letto qualche tempo fa un romanzo di Stef Penney, La tenerezza dei lupi. A lettura finita stabilisco che non è gran che come romanzo se non in quanto permette di toccare con mano una confusione di idee oggi piuttosto comune. Mi sorprende però il titolo. Nel libro non compaiono, se non del tutto occasionalmente, lupi; né tantomeno vi si parla di una loro tenerezza. Allora il titolo vuole dire che la tenerezza dei lupi non esiste? Che i lupi non hanno tenerezza? Che, se mostrano di averla, è solo per ingannare e meglio azzannare? Così come la tenerezza del ragazzo omosessuale protagonista del romanzo nei confronti del suo partner sta lì a nascondere la pulsione, che poi si realizzerà, ad ucciderlo.

Il bambino che aspetta con curiosità e desiderio il nuovo della nascita di una sorellina, e che può, una volta questa nata, fantasticare di volerla eliminare perché turba i suoi equilibri e intacca i suoi privilegi, non è che non continui ad essere il bambino che attende con curiosità e desiderio la nascita di una sorellina; non è che non continui a portare con se nella vita quella curiosità e quel desiderio. Forse li ha soltanto dimenticati. Deve solo stare attento a non ripetere che, una volta che la vita gli riproponga un nuovo che glieli faccia ricordare, non ripeta quella fantasticheria; ed ancor più, essendo ormai cresciuto e potendo, non la agisca senza saperlo.

Odi et amo. Quam id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Forse è perché ogni amore, se si intende per tale il sorgere in occasione di un incontro di un sentire che ti impone di renderti diverso da quello che sei, può di per se stesso, comprendere l’odio o trasformarsi in esso.

Gli uomini bianchi dalla lingua biforcuta esistono e le donne Indiane sono da sempre tentate di vendicarsi di loro travolgendoli con il prostituirsi al loro potere.

Dopo una separazione può accadere che tu voglia che il senso di perdita perduri per la paura che, perdendo quel senso di perdita, quanto è stato e non è più si perda del tutto nel nulla, diventi nulla, svanisca nell’immenso infinto come lo sfortunato astronauta di Odissea nello spazio.

Difficile sognare senza qualcuno che ti faccia sognare.

I mistici come Santa Teresa pretendono di sognare senza qualcuno che li faccia sognare, ovvero con qualcuno che si inventano loro soddisfacendo così la propria onnipotenza.

Difficile distinguere il sogno da chi ti fa sognare.

Non distinguere tra il sogno  da chi ti fa sognare può portare alla pazzia come nel caso di Aby Warburg e del protagonista de La migliore offerta.

Anche il sogno va trasformato in sogno.

Un sogno che lega un banale momento attuale in cui ho dato prova di sentimentalismo a un altrettanto banale momento passato in cui ho dato prova di moralismo mi fa capire che sentimentalismo e moralismo sono due volti di una stessa medaglia. Forse la cosa è ovvia. Meno ovvio che me la abbia detta un sogno.

Un episodio banale cui però corrispondono altri che non lo sono. E’ sabato 8 dicembre. Come d’abitudine al mattino vado al bar. Avviandomi avevo visto chiuso il giornalaio; e così accade che  mi sembri chiuso anche il bar e subito si affacci l’ansia. Però poi comprendo che questo spostamento è sostenuto dall’essersi affacciato, alla vista del giornalaio chiuso, un vuoto. E’ quel vuoto, non che il bar sia chiuso, a darmi ansia.

Che differenza c’è tra il vuoto e il nulla? Sembrerebbe che parlare di nulla significhi negare il vuoto perché il nulla è qualcosa, mentre il vuoto è nulla.

Esistono il tempo del sogno e il tempo degli orologi; ma il tempo del sogno è fatto di istanti di quell’altro tempo.

Ogni vita è un incompiuto.

Quel poco che si può fare. Una iniziativa per candidare il comune di Riace al Nobel 2019 per la pace. Io aderisco. Chi voglia, troverà il modo di farlo a questo indirizzo.

Annunci

Bollicine Aprile – Ottobre 2018

Letto l’ultimo libro di Irvin Yalom, Diventare se stessi. Letta anche la succinta, ma chiara ed esauriente recensione che ne fa Silvia Marchesini su Psicoterapia e Scienze Umane (2018, 3 pp. 486-487). La Marchesini riconosce all’Autore il merito di proporre, in uno stile di scrittura informale che cattura l’attenzione, una profonda riflessione sul proprio passato di psicoterapeuta e sulla propria storia intellettuale; e di fare così incontrare il lettore, nel corso di tale riflessione, con figure e problematiche significative della recente storia della psicoterapia. Ella coglie poi l’aspetto più originale del libro nel suo essere un’applicazione, al di fuori della stanza dell’analisi, del metodo oggi in voga della self-disclosure. La Marchesini non manca però di mettere in luce alcune perplessità che il libro suscita. In particolare, un’insufficiente riflessione sulle implicazioni teoriche di tale metodo e una adesione fideistica al credo esistenzialista cui l’Autore era stato introdotto da Rollo May. Forse andrebbe aggiunto solo che per tutto il libro si respira un’aria buonista un po’ dolciastra; che passa il messaggio per cui in psicoterapia tutto può andare bene anche l’uso delle droghe; e soprattutto che l’accento posto, in conformità al suddetto credo esistenzialista, sul tema della paura della morte reale non si accompagna per nulla con una riflessione sul tema della paura della morte psichica, del gelo del cuore.

Le ragioni del cuore e le ragioni di una legge senza cuore.

Un tema presente nel film Un affare di famiglia del regista giapponese Kore’eda Hirozaku. Il contrasto tra il sogno e la realtà, tra l’invenzione, fondata sulla affettività, di una forma di vita e i guardiani di una forma di vita robotizzata. Significativo, l’episodio della psicologa che non capisce nulla, o meglio agisce come un robot per riportare tutto entro le forme codificate di una legge senza cuore: intende la ricchezza del vissuto della protagonista nell’adottare la bambina che viveva in un rapporto senza affetti come reazione malata di una donna che non ha avuto figli e che, invidiosa di chi li ha, li rapisce loro. Struggente l’immagine finale della bambina che, riportata da quei guardiani in quel rapporto senza affetti, dal quale era per un momento uscita, attende, con poca o nessuna speranza, che giunga qualcuno a trarla nuovamente via.

Un tema presente nel film Corpo e anima del regista ungherese Ildikò Enyedi. Anche lì una psicologa che può dirsi fisicamente bella, ma senza cuore, non riesce neppure a concepire che il rapporto tra i due protagonisti si fondi sull’incontrarsi dei loro sogni. In ciò che anima un rapporto, sa scorgere solo la patologia. Il suo compito è quello di riportarlo alla patologia.

Un tema presente nelle opere dello scrittore americano John Williams che ho scoperto e letto in questi giorni. Nulla, solo la notte, Stoner, Augustus, Butcher cross. Il nulla del primo romanzo si anima via via in Stoner nella descrizione del dramma di un uomo che riesce per un momento a vivere nel tempo del sogno uscendo da un rapporto matrimoniale e istituzionale senza sogni, rapporto che poi gli sottrarrà il tempo del sogno; si anima nel racconto della vita di Augusto e nella sua amara consapevolezza di quanto aveva perduto nell’essere stato obbligato dalle circostanze della vita e della storia alla inutile difesa di una legge senza cuore. Stupende per la loro intensità le ultime pagine del libro nelle quali Augusto, poco prima di morire, fa il bilancio della sua vita.

Un tema presente nel passato. Anche Anna Karenina e le donne dei romanzi di Stehdhal volevano uscire a vedere il sole. Finirono male. Però eravamo nell’Ottocento. Non esisteva la legge sul divorzio che i nuovi barbari cercano ora di abolire cominciando da Verona.

Un tema presente nell’attualità politica italiana. Ho pensato che nella vicenda del sindaco di Riace si riproponga il dramma che, nell’ Antigone di Sofocle, oppone le ragioni del cuore a quelle di una legge senza cuore. Dopo che avevo pensato questo, sono capitato su un elzeviro di Mattia Feltri su La Stampa di Giovedì 4 ottobre intitolato “L’errore di Antigone”. L’errore di Antigone sarebbe lo stesso del sindaco di Riace: quello di rovesciare la legge in nome di un obbligo morale e di decretare la morte dello Stato come garante dell’esistenza e durata di una collettività. Le stesse motivazioni del proprio operare che, nella tragedia sofoclea, Creonte opponeva ad Antigone. Impropria e fuorviante l’analogia che l’articolista propone tra il rovesciamento della legge da parte di Antigone e quello da parte di Salvini perché questi non agisce in nome delle ragioni del cuore.

Un tema presente nell’attualità di vite. Una donna sogna di vivere chiusa e senza speranza nella sua attuale realtà come in una stanza senza finestre e di uscirne un istante per parlare in sogno con qualcuno che le rappresenta la sua speranza. Ma il sogno non dice se ella rientrerà, come reinfetandovisi, in quella stanza, o se seguirà non necessariamente quel qualcuno, ma la sua speranza. Lo dirà la sua vita.

Riscoperto e riletto in questi giorni Bion, in particolare Attenzione e interpretazione che io stesso cinquanta anni fa avevo tradotto senza capirci nulla, ma, mi sembra, bene – come abbia potuto, se non ci avevo capito nulla, è un mistero. La ricchezza e la profondità di un pensiero che ha il solo limite di rendersi talora incomprensibile perché confina nella trascendenza l’oggetto del desiderio e il fondamento dell’essere che lui, non a caso prendendo a prestito da Kant, chiama “cosa in sé”. Ma di questo forse un’altra volta. Quello che voglio dire ora è che gran parte di quanto sta in queste ultime bollicine può rientrare nella sua riflessione sul rapporto tra il mistico e il gruppo e trovarvi una formulazione in termini teorici. Ma anche di questo forse un’altra volta.

Per poter vivere un breve momento nel tempo del sogno bisogna sapere correre il rischio di vivere poi un lungo momento di dolore. Uno psicanalista francese (Benoit Verdon, “Tuer le temp long”, nella Revue française de psychoanalyse 2017/4, p. 1018) dice la stessa cosa, ma in una sequenza contraria:  «(…) senza solitudine, senza affrontare la prova del tempo, senza patire nel silenzio, senza avvertire tutta l’eccitazione del corpo e contenerla per un tempo, senza vacillare nella paura, senza attraversare errando una zona d’ombra e di invisibile, senza il ricordo della propria istintualità, senza malinconia, senza abbandonarsi alla malinconia, non c’è gioia».

Chi rende di pietra il proprio cuore può trovare un alibi nel sentimentalismo.

L’oggetto ultimo e costante del desiderio è la nascita intesa come ogni momento in cui si esce da una forma di vita non più attuale. Un pensiero che ho svolto nello scritto “Ancora su desiderio e cultura”, in Psichiatria e psicoterapia culturale 2017/1 (accessibile in questo sito alla voce “articoli”)

La paura della castrazione riguarda al pari uomo e donna. Non è altro, per modo di dire, che il terrore di non riuscire mai a vedere il sole, di essere sepolti vivi.

La donna deve essere apparsa prima dell’uomo, altrimenti come potrebbe l’uomo riconoscere la donna?

11 maggio 2018 – Libreria Feltrinelli di Parma. Presentazione del libro “Il trauma dimenticato. L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica”

Come può essere ripensato oggi il sogno e la sua interpretazione dopo quasi 120 anni dalla scoperta freudiana? Marianna Bolko ed Antonello Armando dialogheranno con Silvia Marchesini e Fabio Vanni nell’ambito del Festival della Complessità 2018.

Resoconto della presentazione dell’11 maggio 2018

Resoconto della presentazione de “Il trauma dimenticato” del 2 febbraio 2018

Resoconto della presentazione – tenutasi il 2 febbraio 2018 presso l’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – del libro di L. A. Armando e M. Bolko, Il trauma dimenticato. L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica, Franco Angeli, Milano 2017

Il 2 febbraio v’è stata, presso l’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali, una presentazione [1] de Il trauma dimenticato. Oltre ai due autori, hanno presentato il libro Rodolfo Bracalenti, Arturo Casoni e Edmund Gillieron. Il pubblico era composto da una cinquantina di persone, in gran parte giovani psicoterapeuti. L’incontro è durato circa due ore.

Lo ha aperto il presidente dell’Istituto, Rodolfo Bracalenti. Egli ha anzitutto rilevato l’importanza che il libro conferisce a due date, il 1969 e il 1897. Al 1969, perché allora si ebbero due eventi che segnarono l’inizio della crisi della psicoanalisi: il XXVI Congresso della Società internazionale di psicoanalisi e il congiunto Controcongresso. Al 1897, perché il libro sostiene che, per risolvere quella crisi, è necessario rivisitare la formulazione del complesso edipico cui Freud giunse al ritorno dal viaggio in Italia compiuto in quell’anno ponendola a base della sua teoria del sogno.

Bracalenti ha altresì rilevato che il libro rivisita tale formulazione fino a riconoscere l’esistenza di un trauma diverso sia da quello reale che da quello da essa teorizzato; mostra come tale riconoscimento permetta di rivolgersi al sogno con una visione denominata “bioculare” in quanto disposta a scorgervi non solo i significati previsti dal complesso, ma anche i segni di quel diverso trauma; e delinea, nella seconda parte, una tecnica funzionale al concreto esercizio di tale visione.

Edmund Gillieron ha poi letto un testo nel quale ha ripercorso e riproposto la teoria freudiana del trauma.

Arturo Casoni, cui si deve l’attenta organizzazione dell’evento, ha ampliato e circostanziato l’intervento di Bracalenti.

Lo ha ampliato perché ha chiarito che il libro non rivisita solo la formulazione del complesso, ma anche l’intera storia della psicoanalisi per giungere a un discorso tecnico-clinico che ravvivi l’interesse dei giovani psicoterapeuti per i sogni e consenta di pensare un loro percorso formativo che non rischi di pietrificare le loro menti.

Lo ha circostanziato perché ha chiarito cosa intendere per un trauma diverso sia da quello reale che da quello riconducibile al complesso; cosa ha fatto sì che esso sia stato dimenticato; e cosa attendersi dal suo ritrovamento. Ha infatti accennato a quanto il libro dice a proposito di una cultura che, apparsa nel passaggio dal XV al XVI secolo, aveva proposto una visione del modo interno come non inclusivo della sola conflittualità; a proposito della reazione seguita alla comparsa di quella cultura; e a proposito della parte avuta in tale reazione dalla teoria di Freud, in particolare dalla sua teoria del sogno. Casoni ha altresì condiviso il pensiero del libro che la riappropriazione di quel trauma possa aprire la strada a una psicoanalisi che si dia una finalità terapeutica diversa da quella dell’approdo alla posizione depressiva. Ha infine riconosciuto al libro il merito di aprire un orizzonte ampio sul quale lavorare, cambiando ciò che c’è da cambiare nella psicoanalisi di Freud e nel suo modo di rapportarsi al sogno.

Per la difficoltà di riassumerli, riporto in calce gli interventi di Marianna Bolko e mio, e passo a proporre un quadro complessivo dell’evento.

Quanto detto da coloro che hanno presentato il libro e dagli interventi che sono poi seguiti ha messo in luce alcuni contenuti del libro; è stato però caratterizzato soprattutto dall’avere reso riconoscibili le difficoltà che la loro recezione presenta e le reazioni che suscitano.

Una è stata di totale rigetto, come dando il libro per non esistente. Essa si è espressa nel non parlare del libro evitando di entrare nel merito dei suoi contenuti, per riproporre invece la teoria di Freud sul trauma e sul sogno. Oppure, oltre che nel non entrare in tale merito, nel negare al libro un’identità propria intendendolo come nulla più che uno dei tanti discorsi sul sogno tutti ugualmente plausibili; e nel sottrarre ogni credito alla sua esposizione di una tecnica dell’interpretazione che permetta di riconoscere l’effettivo significato di un sogno asserendo che ogni sogno può avere infiniti significati nessuno dei quali certo.

Un’altra reazione è consistita nel fraintenderne alcuni contenuti. Si è mostrato difficile comprendere cosa il libro intendesse per rivisitazione della formulazione del complesso. La reazione rispetto a ciò è stata quella di intendere la parola “storicizzazione”, usata nel libro per indicare il metodo di tale rivisitazione, come se volesse dire della ricerca dei precedenti di quella formulazione nel passato oppure nell’ambiente culturale nel quale era apparsa, e non della ricerca su quanto era accaduto a Freud nel corso del viaggio in Italia compiuto in quel 1897 e su quale funzione quanto accadutogli allora avesse svolto nella storia della cultura dell’Occidente.

Si è mostrato difficile anche recepire il senso dell’espressione “trauma dimenticato”. La reazione in questo caso è stata di intendere che significasse il trauma rimosso, quello indotto dalla visione della scena primaria o compreso nel concetto di un perturbante che suscita terrore e spavento.

Infine, anche quando è stato riconosciuto che quell’espressione si riferiva alla comparsa in un dato momento storico di una cultura che, incontrata da Freud in quel 1897, proponeva una visione del mondo interno come comprensivo non solo del conflitto, ma anche di qualcosa indicato allora con la parola “bellezza”, è risultato poi difficile riconoscerlo fino in fondo. La reazione si è espressa qui in un tentativo di assimilazione. Cioè si è intesa quella parola, che indicava un aspetto della realtà psichica resosi accessibile nella separazione dalla cultura classica, come se invece indicasse un aspetto di tale realtà già presente nell’antica Grecia.

 

Intervento di Marianna Bolko

Oggi è la seconda presentazione del nostro libro a Roma. Ringrazio gli organizzatori e i presenti. Un saluto particolare a professore Edmund Gilleron con il quale senza saperlo ci siamo già incontrati. La sede allude a piccoli contesti nel quali a discussione approfondita, l’abitudine a sviscerare i concetti e a coglierne le implicazioni, è d’obbligo. Ora è invece merce rara, ma ritengo che molti piccoli gruppi siano in grado di raccogliere ancora la spinta vitale del discorso psicoanalitico.

Quattro anni di lavoro hanno prodotto le 263 pagine del nostro libro, bibliografia compresa: sessantasei pagine all’anno, poco più di cinque al mese. Non è stato facile trovare un editore, per cui il nostro grazie sentito va a Ilaria Angeli, attenta lettrice, prima della decisione coraggiosa di pubblicare. C’è chi scrive un libro al mese con successo e si dedica a quella vulgata che offre al lettore la fantasia di avere capito. Quella che Galli ha chiamato “cultura del pellicano”, nel senso dell’uccello che predigerisce il cibo nella borsa sotto il becco per dare da mangiare ai piccoli rendendo loro facile la digestione. Noi proponiamo ipotesi e problemi di difficile digestione fornendo a chi ci leggerà i passaggi compiuti per superare le difficoltà che possa incontrare nella lettura. Saremo grati a chi ci vorrà criticare, collaborando in tal modo al percorso complessivo di ricerca che, come accennato prima, coinvolge molti piccoli gruppi in Italia e all’estero. Antonello ed io apparteniamo alla cultura dei piccoli gruppi per generazione e per formazione intellettuale, vorrei dire, per restare nel solco di Gramsci, come lavoratori intellettuali. Si è trattato di una cultura che ha contraddistinto l’impianto anti-idealistico del secondo dopoguerra apportando innovazione. Basti ricordare, in letteratura, il “Gruppo ‘63” o, nel nostro campo, la nascita nel 1961 del Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia nell’ambito del quale venne fondata nel 1967 la rivista Psicoterapia e Scienze Umane che ora dirigo insieme a Pier Francesco Galli e a Paolo Migone. Siamo abituati alla ricerca e alla discussione in gruppo. Questo è anche il contesto, ripeto, in cui ritengo di essere questa sera.

Tra i miei compiti come condirettrice della rivista Psicoterapia e Scienze Umane vi è la lettura degli articoli che ci spediscono vari autori per la pubblicazione. Nel 2008 mi arriva un articolo dal titolo: “Un estremo mio desiderio: il tema del riconoscimento nelle lettere, nell’opera e nella vita di Machiavelli”. L’articolo mi attrae, è originale, mi piace. Decisi di farlo pubblicare in accordo con Pier Francesco Galli e Paolo Migone.  L’autore dell’articolo è Antonello Armando che allora non conoscevo. Nel 2009 lo invitiamo a fare una relazione al seminario internazionale di Bologna (titolo: “Dalla Nuova Atene a Tebe. Il trauma di Freud e secondo Freud”). Ci conosciamo. Entrambi siamo attratti dai sogni: cominciamo un epistolario prevalentemente onirico (nostri sogni e sogni dei nostri pazienti). Il nostro modo di interpretare i sogni era in contrasto con quello de “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Quattro o cinque anni fa Antonello mi chiese di scrivere con lui un libro sui sogni. Dopo molte resistenze accettai (lui di Roma, io di Bologna, lui laureato in filosofia, io in medicina, lui di origini italiane, io slave e di cultura mitteleuropea, lui mente linguistica verbale, lui destrimane io tendenzialmente mancina e non verbale. Ci incontriamo a Bologna, ciascuno con il proprio bagaglio di conoscenze. Cerchiamo di trovare i punti convergenti. Antonello, tornato a Roma, scrive le prime 20 pagine e me le spedisce. Il mio compito è di leggere, correggere, segnalare le incongruenze, aggiungere e togliere. Più o meno dopo 40 giorni ci rincontriamo e ci confrontiamo sullo scritto: nuove aggiunte, alcuni tagli e la riscrittura di Antonello. Il testo cresce: ciò più o meno per quattro anni faticosamente, ma anche allegramente. Instancabilmente abbiamo lavorato, ossia suonato a due pianoforti tra convergenze, armonie e stonature. Oltre a Bologna i nostri incontri si svolgevano d’estate a Torre San Severo, sulle colline orvietane. Era il lavoro più produttivo e entusiasmante: avevamo tempo, mente libera da impegni e uno splendido ambiente. Inoltre ci facevano compagnia e aiutavano gatti e cani che vivevano nei dintorni. Noi due nelle pause ci raccontavamo storie delle nostre vite. In uno di questi incontri estivi scoprimmo che nel luglio del 1969 eravamo tutti e due a Roma per il congresso internazionale di psicoanalisi: Antonello all’Hilton, io mi muovevo tra Hilton e la trattoria “Al Carlino” dove si svolgeva il Controcongresso del quale ero tra gli organizzatori. Mentre stavo dando i volantini d’invito per il Controcongresso per scuotere le “menti pietrificate” degli psicoanalisti di tutte le società psicoanalitiche afferenti alla Società internazionale di psicoanalisi, vidi un giovane partecipante (aveva circa 30 anni, io 28, mentre gran parte degli psicoanalisti era d’età avanzata). Gli chiesi se sarebbe venuto al Carlino. Lui mi rispose molto gentilmente che “non lo interessava” Pensai: È già ingabbiato”. Successivamente seppi che quel giovane (Antonello Armando) era stato espulso alcuni anni dopo dalla Società italiana di psicoanalisi. Questo ricordo in cui scoprimmo di esserci già incontrati diede spinta a nuovi pensieri e idee che si incontravano, scontravano, amalgamavano, frammentavano, sbriciolavano, riunivano creando nuove forme e contenuti. In un altro incontro abbiamo fantasticato che forse in un’altra vita precedente ci eravamo già conosciuti: questo incontro sarebbe avvenuto nel passaggio tra 1400 e 1500 a Firenze nel tempo di Leonardo e di Machiavelli.  Sempre durante questi incontri estivi, compresi cosa era la dissoluzione delle forme descritte da Leonardo nel suo “Trattato della pittura”. Dopo essere stata colpita dalla bellezza di un paesaggio mozzafiato, mi sembrò che le nuvole, il lago, gli alberi i fiori … tutto l’ambiente circostante subisse una decostruzione e trasformazione. Questa visione mi provocò un senso di spaesamento. Nei nostri discorsi passavamo dal Dreamtime alla logica più rigorosa e a scontri che producevano innovazioni e cambiamenti nel nostro testo che si arricchiva e allungava da giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno.  Nella primavera del 2017 decidemmo di finire.

Il libro è uscito in Settembre, ormai fa parte del patrimonio pubblico. Sia Antonello che io abbiamo letto con ascoltato le varie opinioni e letto le varie recensioni con interesse. Il fatto singolare è che esse danno l’impressione di riguardare più libri diversi. In una recensione è infatti scritto che, «tra i molti pregi, il libro ha quello di offrire la possibilità di una lettura a più livelli e sta al lettore la scelta di quello che gli è più congeniale». Oltre a ciò abbiamo notato qualche travisamento e incomprensione. Opinione comune è che si tratti di un libro difficile che non va letto, ma studiato, oppure scomodo e impegnativo.

Non so cosa posso aggiungere, salvo che avverto la mancanza del nostro lavoro a quattro mani.

Intervento di Antonello Armando

Tre storie svoltesi negli ultimi cinquanta anni, a partire dal XXVI Congresso della International Psychoanalytic Society tenutosi a Roma nel 1969 e dal congiunto Controcongresso, confluiscono oggi in questa stanza: la storia del vostro Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali; quella della scoperta da parte di Freud del Complesso edipico da lui posto a base della sua teoria del sogno; e quella mia e di Marianna.

Quindici giorni fa, invitato da Arturo, mi sonno trovato qui ad assistere alla presentazione di un libro (Un singolare gatto selvatico. J.-J. Abrahams, “l’uomo col magnetofono”) le condizioni della cui ideazione risalgono più o meno a quel 1969. Arturo mi aveva accennato, o almeno io così avevo capito, che un pubblico di giovani allievi psicoterapeuti era abitualmente presente a questi incontri. Fui dunque sorpreso nel trovarmi invece tra un pubblico di persone per lo più anziane quasi quanto me. Poi ciò che venne detto mi propose un possibile significato della cosa. Parlare di quel libro – comparso in un momento i cui fermenti erano ancora vivi quando sono state poste le premesse della nascita di questo Istituto che ne è una filiazione indiretta – forniva ai presenti un’occasione: quella di riportarsi con nostalgia agli inizi della loro storia e di interrogarsi su cosa per loro la scoperta di Freud fosse stata e su quale immagine fossero giunti ad averne oggi.

La seconda storia è quella percorsa in questi cinquanta anni dalla scoperta di Freud. Essa è confluita in questa stanza grazie a Marianna per due vie.

In primo luogo, perché ci ha ricordato, essendone stata promotrice e protagonista, l’evento del Congresso e del Controcongresso sopra detti verificatosi in quello stesso 1969 nel quale ha avuto inizio sia la storia poi proseguita in questo Istituto, sia quella della scoperta di Freud, svoltesi negli ultimi cinquanta anni.

In secondo luogo, perché ella è corresponsabile, essendone condirettrice, del fatto che la rivista Psicoterapia e Scienze Umane, nel 2016, in occasione del suo cinquantesimo anno, abbia rivolto a un significativo numero di psicoanalisti una serie di domande intese ad appurare cosa ne sia oggi di quella scoperta e della psicoanalisi fondata su di essa.

La terza storia è quella mia e di Marianna. Iniziata anche essa, come ella vi ha detto, in quel 1969, è scorsa in sordina e parallela alla vostra e a quella della scoperta di Freud, per i cinquanta anni che sono stati necessari a comporre il libro presentato oggi.

Tra gli esiti delle prime due storie, quelle di questo Istituto e della teoria di Freud, e l’esito della terza, la mia e di Marianna, esiste un rapporto. Esso non è dato solo dal loro essere scorse parallele ed essere compresenti qui oggi. Lo è anche da una distanza che ne costituisce la condizione.

Quanto ho ascoltato dall’insieme degli interventi  di due settimane fa, in particolare da quello di Arturo per come poi ripreso e svolto da Sergio Benvenuto,  mi porta a dire che il vostro Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali è giunto in questi ultimi cinquanta anni a comprendere cosa per voi la scoperta di Freud era inizialmente  stata e quale immagine siate giunti ad averne oggi: vi era parsa essere una fonte di cambiamento delle coscienze individuali e collettive e vi è risultata essere una realtà strutturalmente ambivalente, chiusa, come in un dubbio ossessivo, in una continua oscillazione tra istanze di cambiamento e di conservazione che rende in linea di principio impossibile la convivenza delle due parole “psicoanalisi” e “società”.

Quanto risulta dalle risposte al questionario proposto da Psicoterapia e Scienze Umane mostra che la storia percorsa dalla scoperta di Freud nello stesso lasso di tempo è esitata nel fornire l’immagine della teoria costruita su quella scoperta come realtà frammentata e priva di una definita identità.

Quanto risulta dal libro oggi presentato dice invece che la storia mia e di Marianna è esitata nell’intenzione di proporre, attraverso il libro, l’immagine di una psicoanalisi che scardini il dubbio ossessivo connaturato nella scoperta di Freud e risolva l’attuale frammentazione e perdita di identità della teoria fondata su di essa.

Alcuni hanno definito “ardita” quest’intenzione. Essa si fonda però su un’ipotesi che non lo è meno: l’ipotesi che il dubbio ossessivo in cui la psicoanalisi è catturata e la frammentazione e la perdita di identità nelle quali la sua storia è esitata abbiano origine nella scoperta di Freud e ne siano una conseguenza necessaria.

Nel libro, questa ipotesi cerca conferma in un’altra: quella secondo cui è necessario procedere alla storicizzazione della scoperta al fine, da un lato, di riconoscere cosa genera quel dubbio e produce quella frammentazione e perdita di identità; e, dall’altro, di scardinare quel dubbio e risolvere quella frammentazione conferendo alla psicoanalisi una nuova identità. Là dove, per “storicizzazione”, non si intende quanto è stato già autorevolmente fatto da molti autori, e cioè ricercare i precedenti della scoperta, o gli aspetti della cultura del tempo e del luogo in cui Freud visse dai quali la sua formulazione sarebbe germinata. Si intende piuttosto riconoscere la funzione che la formulazione della scoperta ha svolto nella storia personale di Freud vista nel contesto della storia della ricerca della cultura dell’Occidente sulla realtà psichica. Non si intende neppure esprimere un giudizio sulla verità o meno della scoperta e tanto meno svalutare l’importanza sua e dell’insieme dell’opera di Freud; ma, al contrario, riconoscere a pieno l’enorme influenza che esse hanno esercitato ed esercitano sulla cultura dell’Occidente, per potervisi rapportare costruttivamente.

Il libro affida la realizzazione dell’intenzione di storicizzare la scoperta di Freud e di riconoscerne la funzione storica all’impiego di un metodo. Questo metodo porta a un risultato che ha una conseguenza.

Il metodo consiste nel focalizzare l’attenzione sul momento della formulazione della scoperta, e cioè sul circoscritto periodo compreso tra il 18 agosto e il 21 settembre 1897; e nel cercare di comprendere tale formulazione, avvenuta in quel 21 settembre, ponendola in rapporto con quanto avvenuto dal 18 agosto ad allora.

Il risultato del metodo non può essere ora esposto che attraverso due succinte proposizioni.

La prima è che quel risultato consiste nel comprendere la scoperta come la risposta difensiva di Freud nei confronti del trauma provocatogli, nel corso del viaggio in Italia che fece tra quelle due date, dall’incontro con quanto egli stesso chiamò la «bellezza assoluta» dell’arte italiana del periodo del Rinascimento costituto dal passaggio dal XV al XVI secolo.

La seconda proposizione è che quel risultato consiste nel comprendere poi tale reazione non come un fatto idiosincratico, ma come un momento della storia della reazione subito seguita al tentativo, comparso in tale passaggio, di dare vita a una cultura di un mondo interno inclusivo di quella bellezza; un momento, per di più, reso specifico dal fatto che, con esso, quella reazione giunge a rivolgersi contro il sogno in quanto porta di accesso a quel mondo interno rimasta aperta.

La conseguenza consiste nella necessità di sdoppiare il concetto di trauma. Non v’è solo il trauma previsto dalla scoperta del complesso; v’è anche quello che essa ha avuto la funzione di risolvere relegandolo nella dimenticanza.

Vista in questi termini, la scoperta del complesso non è stata solo una costruzione difensiva, ma anche un aborto rispetto alla possibilità di rivolgersi al sogno manifesto per riconoscervi anche un latente posto “al di là” di quello reso prevedibile da tale costruzione.

Come mostra il capitolo V del libro dedicato ai sogni telepatici, Freud stesso ha avuto coscienza di tale aborto ed ha tentato di riattivare la suddetta possibilità invitando gli psicoanalisti a volgere lo sguardo in quell’”al di là”, sostenendo che ciò avrebbe consentito loro di compiere un «passo enorme» nella comprensione del sogno.

È però accaduto che l’aborto di Freud rispetto alla possibilità di rapportarsi a quanto stava “al di là” della sua scoperta sia stato seguito dall’aborto degli psicoanalisti rispetto a quel suo invito. I loro tentativi di liberarsi dalle strettoie del complesso sono stati sterili perché sono stati compiuti senza procedere alla sua storicizzazione e senza perciò giungere ad acquisire la premessa necessaria a compiere quel «passo enorme»; senza cioè riconoscere l’esistenza di un trauma dimenticato “al di là” del trauma teorizzato da Freud.

Nell’addentrarsi in questo “al di là” una volta acquista tale premessa, si ripropone l’antico pericolo che Freud aveva voluto evitare restando aggrappato a quella sua disposizione razionalistica che gli aveva suggerito la formulazione del complesso. Un antico pericolo che per l’analista diventa quello di abbandonarsi alla sregolatezza ermeneutica; di fornire interpretazioni arbitrarie di stampo spiritualistico attinte a fantasticherie più o meno idiosincratiche. Un pericolo, invero, dal quale oggi i teorici della reverie non sembrano essere sufficientemente avvertiti. E tanto meno lo sono coloro che legittimano l’incapacità di comprendere i sogni asserendo che di ogni sogno è possibile dare mille interpretazioni.

La seconda parte del libro espone ancora un metodo inteso, questa volta, a porre l’analista al riparo da questo pericolo. In breve, essa mostra all’interprete come legare strettamente le sue enunciazioni ai dati attingibili dal contesto spazio-temporale costituito dall’esperienza che condivide con il suo partner; come scartare le enunciazioni suggeritegli dalla sua teoria di riferimento o dalle sue fantasticherie e nel fornire solo le enunciazioni che trovano saldo fondamento nei dati presenti in quel contesto. In termini kantiani, quella seconda parte guida l’interprete a rifiutare sistematicamente il trascendente e ad attenersi altrettanto sistematicamente al trascendentale. In termini più attuali, lo guida a procedere senza desideri e senza ricordi, ma non senza quei dati.

Marianna, nel dare notizia delle reazioni alla lettura del libro che sono state fin qui raccolte, ci ha detto che molti ne hanno lamentato la difficoltà.

In effetti, il libro può porre al lettore più difficoltà, e può averle poste a voi il riassunto che ho cercato di farvene. Ve ne segnalo quattro.

Una prima difficoltà sta già nell’accogliere l’intenzione del libro, qui dichiarata all’inizio, di risolvere la frammentazione e la perdita di identità cui il movimento fondato sulla scoperta di Freud è approdato in questi ultimi cinquanta anni: è difficile accoglierla per valutarla attentamente, ed é facile invece scorgervi, più che un’intenzione, una presuntuosa pretesa.

Una seconda e maggiore difficoltà sta nell’accogliere l’ipotesi, cui tale intenzione si appoggia, che quella frammentazione e perdita d’identità siano una conseguenza necessaria della scoperta di Freud. È una difficoltà ben grande. Essa non è dovuta solo all’essere tale ipotesi, almeno in campo psicoanalitico, inedita: nessuna delle risposte fornite al questionario di Psicoterapia e scienze umane l’ha infatti avanzata. È dovuta anche al suo essere ai limiti dell’impronunciabile: per fare un esempio, forse eccessivo, ma che può permettervi di misurarla, accogliere tale ipotesi presenta la stessa difficoltà che presenterebbe quella secondo cui la pedofilia che affligge oggi la Chiesa sarebbe una conseguenza necessaria della dottrina cristiana.

Una terza difficoltà sta nell’accogliere il metodo della storicizzazione. Si tratta invero di un metodo familiare agli psicoterapeuti perché corrisponde a quanto essi fanno abitualmente rispetto alle “teorie” dei loro pazienti; diventa però loro difficile perché non è stato mai fatto operare rispetto alla teoria di Freud e viene fatto per la prima volta dal libro.

Infine una quarta difficoltà sta nell’accogliere lo sdoppiamento del concetto di trauma. Si tratta di una difficoltà tanto sorprendente quanto significativa. Sorprendente perché l’esistenza di due traumi è un dato la cui ovvietà risulta non solo dall’esperienza di Freud, ma dalla comune esperienza di ognuno. Deve poi essere quanto mai significativa, perché la psicoanalisi, nei suoi ormai più di cento anni di storia, non ha mai preso atto dell’esistenza non di uno, ma di due traumi.

A questo riguardo permettetemi, nel concludere, di riferirvi qualcosa la cui costatazione mi ha grandemente sorpreso e di rivolgervi poi una domanda.

Qualche giorno fa, l’attuale pontefice ha voluto smentire quella che egli stesso ha definito una fake news. Ha cioè asserito che la prima fake news è quella che fu utilizzata dal serpente astuto per convincere Eva a cogliere il frutto dell’albero della conoscenza e a commettere il peccato che avrebbe portato alla cacciata di lei e di Adamo dal paradiso terrestre. Ciò asserendo, il pontefice non si è però reso conto di star diffondendo egli stesso una fake news: dava prova di non sapere che nel paradiso terrestre sorgevano non uno, ma due alberi, quello della conoscenza e quello della vita, e che Adamo e Eva non furono cacciati dal paradiso terrestre per avere colto il frutto del primo albero, ma affinché non cogliessero quello del secondo.

Il pontefice non è solo in questo non sapere: sono certo che, se vi chiedessi quanti alberi c’erano nel paradiso terrestre e perché Adamo ed Eva ne furono cacciati, la gran parte di voi risponderebbe che c’era un solo albero, quello della conoscenza, e che i nostri progenitori furono cacciati per avere colto il suo frutto.  Eppure, nella Genesi è detto in tutta chiarezza che gli alberi erano due e che la cacciata fu perché non cogliessero i frutti dell’albero della vita strappando al creatore il segreto della creatività.

Due alberi, due traumi. La difficoltà a riconoscere l’esistenza dei due alberi è durata duemila anni e dura tutt’ora; quella della psicoanalisi a riconoscere l’esistenza di due traumi è durata solo cento e più anni e dura anch’essa tutt’ora.

E, dunque, la domanda: cosa sarebbe stata la storia della cultura dell’Occidente se questa non si fosse fermata di fronte a quella prima difficoltà? E cosa potrebbe essere la storia futura della psicoanalisi se questa giungesse a riconoscere il fatto, di una disarmante ovvietà, che i traumi sono due?

[1] In precedenza ve ne era stata una il 10 novembre scorso presso la “Libreria dei ragazzi” in P.zza Santa Cecilia a Roma. Se ne può leggere il resoconto in Internet:

https://antonelloarmando.wordpress.com/2017/11/30/resoconto-di-antonello-armando-della-presentazione-roma-10-novembre-2017-del-libro-il-trauma-dimenticato-linterpretazione-dei-sogni-nelle-psicoterapie-storia-teoria-tecnica/