Luglio-agosto 2022

Ho letto Stalingrado e Vita e destino di Vassili Grossman. L’epopea della vittoria del popolo e dello spirito russo contro l’invasore nazista sul modello dell’epopea della sua vittoria contro l’invasore francese narrata da Tolstoi in Guerra e pace. Per Grossman lo spirito di quel popolo è altra cosa dal bolscevismo contro il quale rivolge una critica spietata che ben spiega l’ostracismo che egli e i suoi romanzi incontrarono in Russia. Quell’epopea è però solo l’involucro entro il quale si muove una folla di personaggi con le loro fedi, speranze, delusioni e diversi destini. Il fatto che siano personaggi di ambedue gli schieramenti, russi e tedeschi, delinea l’immagine di una comune umanità e del suo dramma; immagine che si eleva ben al di là e ben al di sopra dello scontro tra due potenze fino a produrre un capovolgimento: ciò che sembra universale e preminente, quello scontro, è contingente fino ad apparire irrilevante; ciò che sembra contingente e irrilevante, le vicende di quei personaggi, è universale e preminente. Due grandi romanzi.

Leggo Il processo Deltchev di Eric Ambel, un giallo politico. Povera cosa rispetto ai romanzi di Grossman, ma anche qui il dito è puntato contro il regime bolscevico.

Leggo La diagonale di Alechin, di Arthur Larrue. Di Alechin sapevo solo che era stato campione del mondo di scacchi e ideatore di una nuova apertura di gioco divenuta famosa. Il bel romanzo di Larrue squarcia questa patina e lascia apparire il dramma e la follia che attinsero, come molti altri campioni di scacchi, questo personaggio ebreo sullo sfondo del dramma di un’epoca che ha conosciuto il nazismo, il bolscevismo e l’antisemitismo.

Leggo La via verso la libertà di Schnitzler. La ricerca della libertà come indipendenza dagli affetti e dai doveri al fine di realizzare un ideale nobiliare di autoaffermazione tanto grandioso quanto vago e tale da potersi risolvere in poco: un posto di direttore d’orchestra nel regio teatro di una cittadina di provincia. La disumana povertà di questo ideale sottende come un’ombra un’intensa relazione d’amore, e la condizione della sua realizzazione è il sacrificio di quella relazione, il sacrificio di una donna. Sorprendente complementarietà con La signorina Else dove il sacrificio di una donna è la condizione della realizzazione di un’ideale di autoaffermazione piccolo-borghese. Questo è un primo aspetto del romanzo che é però anche un grande affresco dei problemi, delle ansie, delle nobili intenzioni e delle grettezze dei personaggi che compongono il tessuto della società nel momento della decadenza dell’Impero asburgico e del loro smarrimento. Questo secondo aspetto è senz’altro importante, ma mi chiedo se il focalizzarsi della critica su di esso non significhi una ricerca di libertà dal primo il quale porta il lettore a confrontarsi con se stesso. 

Leggo Leskov Il viaggiatore incantato. Non conoscevo questo autore russo e mi sorprende. Il racconto delle incredibili peripezie talora comiche di un povero diavolo scorre in un linguaggio piano che ricorda quello delle Memorie di un cacciatore di Turgeniev. La sua disarmante ed affascinante semplicità veicola però una cupa sapienza. Le peripezie del protagonista esitano nel suo ingresso in convento e nella realizzazione di una vocazione religiosa alla quale egli era fin dall’inizio destinato rifiutandosi di riconoscersela e sostenendosi, anziché con la fede in Dio, con un’incondizionata ammirazione per la bellezza dei cavalli. Il momento estremo di questo rifiuto si ha quando, nell’incontro con la stupenda figura di una giovane zingara, l’ammirazione per la bellezza di lei e l’amore per lei si sostituiscono all’ammirazione per la bellezza dei cavalli; e la condizione della realizzazione del suo destino con l’ingresso in convento è il suicidio di lei del quale egli è in qualche misura complice. Inattesa e sorprendente assonanza con il romanzo di Schnitzler: ambienti diversi, culture diverse: ma la condizione della realizzazione dell’ideale nobiliare di autoaffermazione del protagonista del romanzo di Schnitzler, al pari della condizione della realizzazione della vocazione religiosa del protagonista del romanzo di Leshov, è il sacrificio di una donna.

Continuo a leggere la Critica del giudizio di Kant. La prima parte tratta del sentimento della bellezza, la seconda della morale. Sembrano disgiunte, ma in realtà stanno insieme nel dire che il sentimento della bellezza è il fondamento della morale. Idea suggestiva, ma non mi è chiaro quale morale Kant intenda e temo possa essere una che soffoca il sentimento della bellezza.

Analisti tra le nuvole. Un’accreditata psicoanalista inglese supervisiona l’analisi del caso di una giovane donna propostole da un collega. L’analisi ha una frequenza trisettimanale e il collega riferisce una seduta di un mercoledì nella quale la paziente esordisce dicendo di avere fatto due sogni. Invitata a raccontare intanto il primo lo riporta così: “si trova in una stanza di un appartamento a due piani con il suo professore di liceo di latino e greco che stima e con il quale ha avuto un buon rapporto. Anche nel sogno si trovano bene insieme, quando improvvisamente da una seconda stanza situata al secondo piano dell’appartamento scendono dei mostri e lei si risveglia come da un incubo”. Analista e supervisore concordano nel ritenere che nel sogno siano rappresentate la “parte buona” e la “parte cattiva” della paziente e che l’analisi debba procedere nel senso di farle acquisire il controllo sulla sua “parte cattiva” Non li sfiora la curiosità di sapere cosa stia a rappresentare la seconda stanza e perché i mostri vengano di lì. Quando suggerisco che forse sarebbe importante appurarlo, mi viene risposto che non si può sapere. Lascio perdere, ma a me sembrava si potesse. Va da sé che il professore di latino e greco con il quale la paziente sentiva di avere un buon rapporto rappresenta l’analista e dunque le due stanze possono stare a rappresentare due momenti del rapporto con lui, specificamente due sedute: la prima stanza la seduta infrasettimanale del mercoledì nella quale viene raccontato il sogno, la seconda stanza – che sta “sopra”, cioè “più in là”, “dopo” – la seduta del venerdì che precede la separazione del week end. I mostri che vengono di lì possono dunque ben essere i vissuti della paziente di fronte all’abisso che è per lei quella separazione. Rispetto al compito dell’analisi che si presenta per questa lettura del sogno, porsi a parlare di “parti buone” e di “parti cattive” a me sembra un perdersi nelle nuvole.

Può darsi, come spesso accade, che un sogno tragga un suo lemma da una situazione della vita cosciente del sognatore, ma non sempre ciò significa che quel sogno dica qualcosa legato a quella situazione. Pur tratto da essa, può venire a dire qualcosa riguardante tutt’altro.

Su “Il Foglio” di sabato 13 agosto leggo di quanto avvenuto nella clinica Tavistock di Londra. Lì, obbedendo alla dittatura dell’ideologia Lgbt, adolescenti e persino bambini sono stati sottoposti a interventi farmacologici e chirurgici intesi a modificare il loro sesso sulla base dell’accoglimento acritico della loro presunta aspirazione a cambiarlo. La cosa è di per sé orripilante e sconvolgente. È resa però ancor più sconvolgente dall’essere la clinica Tavistock stata un tempio della psicoanalisi. Ciò lascia infatti pensare che l’accaduto non sia una deviazione accidentale e degenerativa della psicoanalisi stessa, ma un suo necessario sviluppo, l’estrema conseguenza del suo essersi attenuta alla concezione anatomica della bisessualità. Questa ha costituito per lei un ostacolo anzitutto in termini clinici. Nel suo tardo scritto Analisi terminabile e interminabile, Freud ha riconosciuto che il “desiderio” delle donne di possedere un pene e quello degli uomini di diventare donne, latente nella loro paura di stabilire una relazione passiva con l’analista, é la “roccia di base” contro cui ogni analisi é destinata a infrangersi. Trasformare anatomicamente una donna in un uomo e un uomo in una donna è parso come un modo semplice e l’unico disponibile di superare questo scoglio. 

No-vax, vegani, complottisti, negazionisti in genere: soddisfano così, non trovando altro modo di farlo, l’insopprimibile bisogno di credere.

L’odio contro gli Ebrei si spiega anche con il fatto che sono stati loro ad inventare il Dio onnipotente creatore senza volto e inconoscibile. I gentili imputano infatti loro di averli così privati della possibilità di creare e condannati a produrre una ricchezza per accusarli poi di sottrarre loro non quella possibilità, ma la ricchezza.

Viene da pensare che in fondo a tutto, Hitler odiasse gli Ebrei perché imputava al loro potere di non essere stato ammesso alla Scuola d’arte. Perché dunque imputava loro il proprio fallimento come artista, cioè di avergli impedito di essere creativo.

Cronaca. Un uomo uccide la moglie perché russava. Interrogato dal giudice se non vi fosse stato altro modo risponde: “Che altro potevo fare?”

Politica. Conte toglie la fiducia a Draghi con motivazioni che nascondono piccoli calcoli dietro nobili ragioni: anche Draghi ha inciampato in un imbecille?

Bertinotti e Calenda: narcisismo di sinistra e narcisismo di centro-destra.

Ho sempre votato per la sinistra: prima per il partito socialista di Nenni, poi per il PCI e per le sue successive varianti, ma questa volta ho grande resistenza a farlo nonostante sappia che il mio voto può contribuire a impedire una schiacciante affermazione delle destre. La loro affermazione non mi piace ed anzi mi spaventa, ma poi penso che possa esservi un positivo. Sarebbe il giungere a conclusione di un processo degenerativo e suicida iniziato quando il partito comunista ha abiurato il suo fondamento nella teoria di Marx e, anziché coltivare il problema sociale, si è dato a coltivare il problema morale. Il positivo sarebbe l’eliminazione dalla scena politica italiana della confusione e degli equivoci dovuti a questo processo degenerativo e suicida. E poi prevedibile che l’affermazione delle destre porterà con sé una tempesta perfetta conducendo il nostro paese a una profonda crisi dalla quale potrà esserci un nuovo inizio. La storia procede così fintanto che ci saranno la terra e il nostro mondo, cosa di per sé nulla affatto certa. 

Il nostro passato esiste solo nella nostra mente e fintanto che c’è la nostra mente.

Non riusciamo a credere di dover morire; lo sappiamo, ma saperlo non basta a rendercene convinti. È un sapere strano perché non è seguito da una negazione, ma la incorpora in sé.

Gennaio-giugno 2022

Non esistono sogni premonitori. Però è possibile che in alcuni sogni trovi espressione e forma l’intuizione non cosciente degli sviluppi possibili o meno di una nostra condizione attuale fisiologica, emotiva, intellettuale, relazionale.

Esempio di un sogno “brutto” che ha un significato positivo: una donna sogna una classe  di ragazzi tutti senza le mani. Si chiede come possano scrivere, ma poi vede che lo fanno. Un’interpretazione possibile è questa: la castrazione o la fantasticheria di castrazione non impediscono alla donna di essere creativa. Un freudiano doc avrebbe potuto scorgere nel sogno la negazione onnipotente della castrazione.

L’interprete dei sogni deve essere costantemente irrequieto.

La teoria della rimozione sopprime il rapporto e permette all’analista di non esservi coinvolto.

Gli uomini che sono impotenti ad amare e creare perché hanno soppresso la propria disposizione femminile alla recettività perseguono il potere tanto più assoluto quanto più assoluta è la loro impotenza, e possono esercitarlo su una donna fino a spingerla al suicidio.

La ricerca del potere presuppone l’impotenza e le consegue.

Ci si può stupire di come a un forte trasporto per una donna vissuta come unica ed insostituibile possa seguirne uno altrettanto forte per un’altra vissuta anch’essa come unica ed insostituibile, cioè identica all’altra pur essendo diversa. Ciò che è identico è dunque qualcos’altro, é il sentimento che porta il soggetto verso l’una e verso l’altra.

Nella sua opera scritta poco prima di scomparire, Giorgio Sassanelli (Il femminile tra mancanza e desiderio, Astrolabio 2016) parla di una “mancanza desiderante” come, ad un tempo, dimensione femminile e condizione dell’anziano. Avrebbero in comune il senso della morte come fonte del desiderio e di realizzazioni creative. Fa tristezza che non abbia fatto in tempo a tendersi conto che dalla mancanza, dall’assenza, di per se stesse non può nascere nulla. E’ necessario qualcosa che fecondi e che è diverso nei due casi: nel primo è un presente, nel secondo un passato.

L’unico modo di pacificarsi con una perdita è assumersene la responsabilità e con questa il senso del proprio limite.

Non c’è differenza tra democrazia americana e impero zarista nella misura in cui ambedue affidano alla violenza la dimostrazione di essere nel vero.

La Santa Russia e la Città sulla collina: due integralismi, due religioni allo scontro, ma alleate contro la civiltà europea.

La democrazia, per come intesa in America e agita apertamente aggredendo l’Iraq e poi subdolamente portando la Nato a ridosso del confine con la Russia, può divenire, al contrario di quello che sembra essere, dittatura.

Nel mezzo di una tragedia che si sta consumando in Ucraina e nel mondo sono spuntati qui da noi come funghi i cretini. In termini più “scientifici” una disposizione alla paranoia ampiamente diffusa ha avuto occasione di attivarsi e manifestarsi.

Il pensiero magico alla base del pensiero scientifico di Bacone! La triade pensiero magico, pensiero religioso, pensiero scientifico. Alla base di tutto la ragione pura.

Il genocidio suggerito dal puro esercizio della ragione appare logico, funzionale e necessario alla luce della ragione pura.

Non è vero che la religione protegge dall’onnipotenza della scienza perché predica la rassegnazione: infatti non la predica in quanto promette la vita eterna, l’ingresso in una città celeste che può essere anche un nuovo mondo da realizzare sulla terra.

Dopo quasi trent’anni torno allo stadio a vedere una partita di calcio. Una grande coreografia, tutti gli ingredienti di una cerimonia religiosa, mancava solo l’incenso ma poi sono apparsi i fumogeni.

Incontrarsi e raggrupparsi sono due cose diverse: nel raggrupparsi non c’è riconoscimento come nell’incontrarsi, ma identificazione.

Riconoscere errori commessi in passato senza saperlo ti porta a chiedere quali siano quelli che stai commettendo oggi senza saperlo.

La tua mentalità, per come si è formata nel tempo, può farti fare cose che non vorresti fare e che poi non vorresti avere fatto.

Visto per caso il film di John Baird, Stanlio e Olio. Il dramma dietro la commedia. La realtà di un rapporto dietro la finzione. Per Olio la condizione del successo era il suicidio. Il suo peso, la sua mole, erano un fattore essenziale della sua comicità e lui sapeva che lo avrebbero portato all’infarto.

Cosa fa sì che la cattiva fortuna possa trasformarsi in occasione?

Una brace che ha bisogno solo di un soffio di vento per diventare fiamma. Una materia che ha bisogno solo di una scintilla per infiammarsi.

Pianeti erranti.

Ottobre – Dicembre 2021

Leggo il libro di Maurizio Serra Il caso Mussolini. La vicenda di Mussolini offre all’autore l’occasione di raccontare la storia d’Italia dalla grande guerra  ad oggi. Mi colpisce che veda la continuità di tale storia in una guerra civile iniziata negli anni 1919-1922 ed  esplosa dopo il 1943 con la Repubblica di Salò, e che ne parli come di una ferita non ancora rimarginata.

Dopo avere letto il libro di Serra leggo quello di Federico Rampini Fermare la Cina. Dal passato al futuro; un futuro che fa di quel passato qualcosa che è come non ci fosse mai stato.

Il filosofo cui piace esibirsi in televisione dice con sicumera che i dati non esistono, esiste solo l’interpretazione dei dati. Ma se fosse così esisterebbe il dato che soltanto il potere potrebbe compiere l’arbitrio di trasformare in  un dato l’interpretazione di un dato.

I coloni americani  peggio dei Nazisti perché sono riusciti a fare ciò che i Nazisti non sono riusciti a fare: a trasformare il genocidio da loro compiuto in una loro epopea.

Una scelta non è necessariamente un errore, ma ogni scelta si presta ad essere vissuta come un errore, indipendentemente da che lo sia o meno.

Una visione che si allontana e rischia di scomparire nella nebbia venendone inghiottita come l’ombra di Creusa. Fare di tutto per trattenerla e perché resti ancora con te. Fare di tutto significa non fare niente.

Si dice “cullarsi nel ricordo”, ma meglio dire “essere cullato dal ricordo”.

Post coitum omne animal triste. Non é necessariamente vero: il vissuto successivo all’orgasmo dipende dalla qualità del rapporto.

Etimologia della parola “esistere”. Dal latino exeo: uscire, andare fuori, andare via, partire; ma anche terminare, finire. Da exeo poi exitum:  conclusione, uscita di scena. L’insieme di questi significati descrive i momenti dell’esistere e traccia una parabola che va da un inizio a una fine. Se si esce dal coro bisogna restare in silenzio.

Giugno-Settembre 2021

Ho recensito su Psychiatryonline il film di Marco Bellocchio Marx può aspettare. Si trova a questo link. http://www.psychiatryonline.it/node/9283

Ho visto A single man diretto nel 2009 da Tom Ford e tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood. E’ ambientato a Los Angeles. Racconta di un omosessuale che perde il proprio compagno, con il quale convive da sedici anni, per un incidente di auto capitatogli mentre viaggiava per raggiungerlo. Sconvolto dalla notizia, cerca conforto andando a piangere tra le braccia di una donna con la quale aveva avuto una storia sedici anni prima a Londra, e che aveva lasciato per unirsi al compagno ora perduto. Non trova però tra quelle braccia sufficiente conforto. Pensa dunque che la vita abbia come solo futuro la morte e matura un’intenzione suicida. E’ un professore e comunica quel pensiero agli allievi. Dice loro che  la vita dei singoli è dominata dalla paura di quel futuro che incombe anche sull’umanità minacciata dalla catastrofe nucleare.

Di quale morte parla il protagonista? E’ come se un disturbo del pensiero lo inducesse a parlare, a un tempo e confondendole, della sua morte interiore e della sua morte reale; là dove questa starebbe a significargli  il momento del riscatto dalla sua morte interiore, il portale di accesso a un futuro, a una nuova vita che gli restituisse quella perduta.  

Gli si accosta un giovane allievo. Si dice sedotto dal fatto che nella lezione appena tenuta avesse dismesso le vesti accademiche per parlare di una paura abitualmente taciuta. Ma forse è sedotto anche da altro. Sia dal fatto che il professore gli avesse indicato nella morte reale un momento di riscatto da una morte interiore che l’allievo vedeva riflessa nell’indifferenza della sua bella e sensuale compagna; sia dalla presunzione di poter distrarre il professore dall’intenzione di darsi una morte reale. Tuttavia né la seduzione esercitata su di lui da questo giovane, né quella esercitata su di lui da un altro giovane disposto a prostituirsi, né il tentativo della sua ex compagna di ricondurlo a sé danzando di fronte a lui e trascinandolo a danzare con lei, distraggono il protagonista dalla sua  intenzione suicida. Continua a coltivarla sedotto a sua volta dal potere che gli conferiva di attrarre altri a sé.  Avrebbe continuato a farlo se la morte non lo avesse raggiunto all’improvviso, come a significare che a coltivare quell’intenzione si finiva in un vicolo cieco.

Il film è stato da molti considerato un bel film. In effetti ha una bellezza formale che riflette sia quella del mondo di oggetti entro il quale il protagonista si muove, sia la perfezione del suo vestire. Non è un caso che il regista abbia lavorato con Gucci e con Yves Saint Laurent ed abbia egli stesso ideato una linea di moda.  E’ però una bellezza che mi ricorda quella, definita “grande” senza esserlo, di un recente film di un regista italiano, intitolato appunto Una grande bellezza, che, al  pari di questo, trasmette un messaggio mortifero e confusivo.

Credo sia stato questo messaggio a farmi avvertire un certo malessere dopo avere visto il film. Per liberarmene mi è parso prioritario non dare per scontato che la perdita subita dal protagonista fosse dovuta all’incidente che ha provocato la morte del suo compagno e bisognasse piuttosto chiedersi cosa mai egli avesse in realtà perduto.

Le scene iniziali del film comprendono un dettaglio che ritengo significativo. Nell’apprendere la notizia della morte del compagno, il protagonista, con una mossa che sorprende chi gli sta comunicando la notizia, si preoccupa della sorte toccata a uno dei due cani che stavano nell’auto e che non era stato ritrovato insieme all’altro morto sul luogo dell’incidente. Gli viene risposto che non ve ne è nessuna traccia: dunque non è detto sia morto, è scomparso.

La cosa finisce lì. Nel seguito, il protagonista non compie alcun tentativo di ritrovarlo, né si può dire che lo ritrovi in un cane che incontra per caso e bacia, abbraccia e annusa, perché poteva essere che egli non vi vedesse quello scomparso, ma quello morto accanto al cadavere del compagno.

Era dunque questa la perdita subita dal protagonista? Non era quella del compagno, ma del cane scomparso in quanto scomparso? E’ stato seguendo la traccia di questo interrogativo che mi è affiorato il ricordo di un altro film, L’avventura, che Antonioni realizzò nel 1960. Anche in quel film si tratta di una perdita dovuta a una scomparsa. Non però di un cane, ma di una donna. Certo, neppure un cane è un cane. Potrebbe essere il feticcio di un bambino. Ma se una donna scompare non può più esservi un bambino, il posto che egli occupa in un rapporto resta vuoto e il bisogno di negare che lo sia illudendosi che sia pieno può far sì che venga preso da un cane.

1960-2009, cinquanta anni, un passaggio di secolo. In  questo lasso di tempo è dunque avvenuto che la scomparsa di una donna lasciasse posto alla scomparsa di un cane. Forse, allora, è stato per questo, non per altro, che dopo avere visto il film e partecipato al cineforum ho avvertito un certo malessere.

Il film è ricco di citazioni di altri film, ma tra questi non vi è quello di Antonioni. Non poteva esservi perché era stato dimenticato, era andato perduto. Dunque la perdita che il protagonista subisce e che lo porta a dire che la morte è il futuro  non è la perdita del suo compagno, ma quella di quel film. Del mondo di problemi, pensieri, affetti, desideri, attese, timori, sconfitte che Antonioni poteva ancora rappresentare cinquanta anni fa. Il suo film non si chiude con una morte improvvisa, ma con un pianto del suo ben diverso protagonista. Possiamo intenderlo come il pianto dovuto alla previsione di quanto sarebbe accaduto nei cinquanta anni a venire, e cioè che la scomparsa di una donna divenisse la scomparsa di un cane. E se quel pianto diceva che ella continuava a venire cercata, quella morte inaspettata dice che non vi è più ricerca, che ella non può più essere ritrovata e che non vi è più posto per alcun bambino.

Non poteva essere ritrovata nonostante ricomparisse nel film nell’immagine della donna lasciata dal protagonista sedici anni prima, nonostante ella danzasse di fronte a lui come a volerlo risvegliare da un sonno di morte in cui doveva essere caduto poco prima di lasciarla.

Al mio malessere deve avere contribuito anche il fatto che nessuno dei presenti al cineforum si sia interrogato su cosa fosse accaduto allora. Qualcosa doveva essere accaduto, poco prima che egli la lascasse perché egli potesse fare la scelta dell’omosessualità. Non era infatti nato interiormente morto, cioè con quel disturbo del pensiero che lo portava a ritenere che la morte reale, che è assenza di futuro, gli avrebbe dato un futuro nel quale sarebbe di nuovo stato interiormente vivo.  Né è detto che la sua scelta gli fosse predestinata, o che trovi spiegazione nella biologia, o che consegua liberamente all’inesistenza di un’identità di genere. Prima di concludere in uno di questi sensi bisogna chiedersi se essa non sia conseguita a una dinamica.

Forse era accaduto che la donna abbandonata dal protagonista avesse già danzato di fronte a lui  e l’avesse anche per un solo istante trascinato in una danza che lo aveva turbato e indotto a decidere di non lasciarsene turbare più, tanto meno sedici anni dopo.

Alcuni critici hanno richiamato l’attenzione sul fatto che la morte coglie il protagonista subito dopo che il giovane allievo aveva tentato di sedurlo e ravvivarlo mostrandogli il proprio corpo nudo, e ne hanno tratto che Eros è sempre accompagnato da Thanatos.  Thanatos però doveva essere intervenuto ben prima.  Non ad accompagnare Eros, ma a determinare nel protagonista la scomparsa dell’oggetto per lui attuale di Eros. Con la scomparsa di quell’oggetto doveva essergli  scomparso anche un sentire che quell’oggetto gli evocava e che lo manteneva vivo. Non doveva dunque essergli rimasta altra via di recuperare una parvenza di quel sentire se non la scelta omosessuale.

Il film è ricco di allusioni e rimandi significativi che debbo astenermi dal raccogliere. Avendo presente il suo insieme, mi viene piuttosto da dire che potrebbe essere recepito come se fosse una tragedia greca. Come se rappresentasse un percorso che priva il mondo degli oggetti di Eros e del sentire che essi inducono, per popolarlo di feticci che si susseguono ossessivamente e si accumulano senza poter  restituire quanto scomparso e perduto. Vi manca ed è mancato però il coro che nella tragedia greca induce la catarsi e apre alla nuova vita. Oppure è accaduto che una cultura, della quale il film è partecipe e che si è venuta affermando in questi ultimi cinquanta anni, abbia reso la voce del coro tanto flebile da avvicinarsi a non poter essere più avvertita e ascoltata. Forse, dopo tutto, è stato questo a farmi avvertire un certo malessere.

Leggo il romanzo di Paola Melis L’altra vita. L’Autrice dà prova di un bel coraggio a porre in excerpta al libro il Moloch delle parole di un esistenzialista – nihilista rumeno,  Emil Cioran,  che sentenziano l’inutilità di essere nati.  Al lettore può volerci un po’ per comprendere che si tratta di una dichiarazione di guerra. Lungi dal farle sue, l’Autrice deve averle poste lì per significare il proposito di demolire quel Moloch con la parabola del suo discorso.

Una parabola apparentemente semplice, che un lettore distratto potrebbe assimilare a quella di un romanzo rosa, ma ampia, complessa, nutrita di competenze non solo filosofiche, mediche e psicopatologiche, ma anche dovute alla personale esperienza di rapporti umani.

Nel primo tratto della parabola si viene a sapere in crescendo di una malformazione neonatale della protagonista, della sua infanzia ospedalizzata, di una madre indifferente, di nonni caritatevoli ma banali, di un padre incolore e distratto, di una conseguente multiforme patologia della protagonista stessa, del suo tentativo di vivificarsi adottando comportamenti borderline che la spingono nel nulla di un vuoto interiore. Questo crescendo raggiunge l’apice con la morte del fratellino: con essa viene infatti meno l’unica realtà che, senza che lei lo riconoscesse e che anzi negava, la legava alla vita. Non le resta ora altro che insistere nel tentativo di costruirsi, avvalendosi del “trauma assoluto” indottole dal suo disastroso passato, un’identità fittizia fondata sull’orgoglio di sentirsi unica sfortunata e reietta: un Cristo crocifisso o una Madonna dal cuore trafitto con lo sguardo rivolto al cielo ripetendo ossessivamente il ritornello dell’attesa di “un’altra vita” che non potrà venire mai.

Raggiunto l’apice di questa piena descrizione del Moloch, la parabola volge ora verso la sua demolizione. Cruciale il momento in cui la protagonista, nell’intenzione di avvelenare se stessa, avvelena la madre. Bisogna astrarsi dalla fattualità di questo momento e leggerlo come si leggono i sogni. Nella sua confusione mentale, uccidendo se stessa ella intendeva, senza averne coscienza, poter uccidere la madre che era in lei. Intendeva spurgarsi, per mezzo di un veleno, del veleno dell’indifferenza che aveva assorbito con il latte materno. E’ l’inizio di una salutare separazione interiore cui spontaneamente e necessariamente consegue la comparsa dell’immagine di una nascita possibile.

Quella separazione e quella connessa comparsa costituiscono però la condizione essenziale e prioritaria, ma non sufficiente,  di una risalita della protagonista dall’abisso del nulla in cui era precipitata e della demolizione del Moloch filosofico sotto il cui peso stava sepolta. Accade così che subito dopo entri nel suo mondo un’immagine virile. Mentre ella giace in un letto di ospedale tra la vita e la morte, a un passo dal definitivo nulla ed esibendo tutta la sua bruttezza, entra in scena un medico che si innamora di lei. Non è però un principe azzurro che viene a decretare il lieto fine di un romanzo rosa. Con il suo ingresso la parabola esplode in una ampiezza di significati che non possono essere raccolti e contenuti dall’intelletto, solo accennati.

Se si innamora di lei è perché sa che solo una donna che sa di essere brutta può lasciarsi costringere a diventare bella. Sa anche che soltanto strappando al nulla un altro da sé può liberarsi dal proprio nulla. Deve avere anche compreso che per liberarsene  non gli basta strappare gli altri alla morte grazie alla sua perizia di chirurgo.

Come accade in un rapporto analitico, e come non avrebbe potuto essere altrimenti, la protagonista lo cimenterà all’estremo per fallire e farlo fallire nel tentativo di riportarla a “questa” vita. E invero è difficile dire da dove egli tragga la forza di non crollare; forse dal fatto che la protagonista stessa lo soccorrerà una volta crollato. Insieme potranno accogliere quell’immagine di una nascita possibile diventata reale alla scomparsa dell’indifferenza materna, non a caso accaduta nel momento stesso del loro ritrovarsi.

Il fatto poi che il figlio in cui quell’immagine prende corpo, e del quale si prendono cura, non sia il loro figlio propone un messaggio di alto valore che ha il potere di demolire definitivamente il Moloch che sentenzia l’inutilità di essere nati. Sta infatti a dire che oltre la procreazione c’è la creatività; che su di essa è possibile costruirsi un’identità non più fondata sull’orgoglio di essere sfortunati e reietti per avere subito un trauma, per quanto “assoluto”; e che non c’è bisogno di volgere gli occhi al cielo in cerca di un’altra vita perché l’altra vita è quella che possiamo vivere se non le sfuggiamo e la sveliamo.

Il fatto che un’opera d’arte, un romanzo, un film non raccontino fatti, ma tentino di esporne il significato, li mette sullo stesso piano del sogno e legittima che vengano accostati allo stesso modo in cui si accostano i sogni.

L’altra vita è sempre questa vita, ciò che di essa ci sfugge, o non vediamo, o lasciamo scorrere via.

Un solo modo di recuperare magici momenti nei quali si è ascoltata musica: ascoltare musica, non però quella ascoltata in quei momenti.

Spesso la paura della morte si presenta quando si lascia un luogo abituale e sicuro ed è dovuta al timore di non disporre del tempo necessario  a soddisfare desideri  che non vengono avvertiti fintanto che si sta nel guscio di un luogo abituale e sicuro.

Il riso è un  affetto che sorge nell’improvviso trasformarsi in nulla della tensione di un’aspettativa.

Interpretare i sogni facendo uso delle nozioni apprese significa lasciare solo chi li racconta, rendersi a lui assente.

Ci sono cose che un pazzo non direbbe mai perché avrebbe paura di essere preso per pazzo.

Nell’insistenza della destra  non solo italiana ad ampliare la libertà di movimento ed aggregazione nonostante la pandemia vi è qualcosa di più dell’intenzione di privilegiare l’economia a scapito della salute. Vi è l’intenzione di mantenere costante il terrore indotto da tale presenza. La convinzione che il terrore indotto dalla presenza di un nemico sia lo strumento di potere e di governo dei pochi è sempre appartenuta ai preti e alle destre.  I primi hanno affidato la presenza del terrore alla costante presenza dell’idea della morte; i secondi alla presenza di nemici esterni visibili. Oggi è cambiato solo che non  c’è stato bisogno di creare il nemico perché è venuto da sé e che non è un nemico visibile, ma invisibile e dunque tale da accrescere il terrore.