Presentazione Il trauma dimenticato – Milano 24 maggio 2019

Venerdì 24 maggio 2019
Centro SIPRe di Milano
Via Carlo Botta, 25 – Milano
(Metro Gialla Porta Romana)
h 20.30-22.45
Roberta Resega e Secondo Giacobbi dialogheranno con gli autori del libro “Il trauma dimenticato” Luigi Antonello Armando e Marianna Bolko e con il pubblico

Locandina

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Presentazione Il trauma dimenticato – Firenze 27 aprile 2019

Sabato 27 aprile 2019
Istituto Sullivan
Via delle Belle Donne 13, Firenze
Ore 16.30 presentazione del libro “Il trauma dimenticato” Dr. Roberto Cutajar
Ore 17 presentazione del libro da parte degli autori Antonello Armando e Marianna Bolko
Ore 18 discussione con la sala

Locandina

Gennaio – Marzo 2019

Visto Il corriere di Clint Eastwood. Strano personaggio Clint. Conservatore, fan di Trump, propone però tra le righe pensieri lontani anni luce dall’ideologia dei conservatori americani e ancor più da Trump. Questo suo ultimo film ne dà un esempio. Lancia il messaggio che la cosa più importante nella vita è la famiglia. Il protagonista si rimprovera più volte di averla trascurata per il lavoro ed è prodigo di consigli ad altri di non farlo. In verità non è però che trascurasse la famiglia per il lavoro; ma, poiché il suo lavoro era coltivare fiori, la trascurava per amore dei fiori. Amava farli e vederli nascere.

Tanto ne ho sentito parlare che ho finito per comprare e leggere un romanzo di Steven King, l’ultimo, Outsider. Sarò capitato male, i precedenti forse sono diversi; ma, stando a questo, una grande delusione. Banale e cervellotico. Però comprendo come possa attrarre: ha il fascino delle favole di paese che sentivo raccontare nella casa dei miei nonni al fine di introdurre qualche brivido nel quotidiano. Stupore ingenuo, emozioni forti a buon mercato.

Deludente anche l’ultimo romanzo di Murakami L’assassinio del commendatore. Una trama sapientemente, ma anche forzatamente costruita. Non giunge a farti sognare come i primi suoi romanzi. Sembra quasi che, anziché sentirvisi portato, si senta costretto a scrivere. La sgradevole impressione che sia venuta in parte meno la distanza un tempo assoluta tra lui e Steven King.

Invece una gran bella sorpresa gli ultimi romanzi di Stefano Benni, Margherita dolce vita  e Prendiluna,  che mi sono trovato a leggere perché il 12 marzo egli è venuto a Bologna a presentare Il trauma dimenticato. In quell’occasione  ho detto qualcosa su di essi che dovrebbe essere presto pubblicato su Psicoterapia e Scienze Umane. Qui riporto solo una poesia che sta in Prendiluna e che, oltre  ad essere di per sé bella, dà il senso del mondo di affetti e pensieri in cui essi possono trasportare il lettore: «I ricordi non tornano. Sono stati sempre lì. / Sei passato sotto una finestra, hai ascoltato una musica /così bella da spezzarti il cuore. /Girerai il mondo, ma tornerai sotto quella finestra,/ Il pianista non ha mai smesso di suonare».

Lette alcune pagine del libro dello psicoanalista francese Fethi Benslama, Un furioso desiderio di sacrificio. Il supermussulmano. La pessima traduzione italiana rende ostico un testo già di per sé difficile. Un esempio: verso  la fine compare più volte l’espressione “il padre piegato”. Incomprensibile, ma verosimilmente il testo francese diceva “piegé” maccheronicamente tradotto con “piegato” mentre significa “intrappolato”, il che può avere un senso che è dato da quanto il testo dice su Agar  e Sara: il patriarca intrappolato nell’impossibilità di generare, di essere padre, se Sara non rinunciasse a essere madre e non ci fosse “l’altra donna”, cioè la schiava Agar.

Mi sembra tuttavia di capire che l’autore voglia sostenere che Freud, nel non tener conto dell’Islam, o nel pensarlo come imitazione o appropriazione del monoteismo biblico, si è lasciato sfuggire la possibilità di pensare la genesi, l’origine, la creatività diversamente che come proprietà del padre. A suo avviso nell’Islam questa possibilità è invece presente. L’origine, la genesi, la creatività vi sono pensate come proprietà del femminile. Come dono di una donna, più esattamente di un “altra donna”, Agar, la schiava, che nasce dalla rinuncia della donna, Sara, a pensarsi come madre. L’autore suggerisce che tenere presente questo aspetto dell’Islam, rimasto sconosciuto a Freud, può portare a una riformulazione e sviluppo della psicoanalisi.

E’ una tesi interessante. Forse prossima a quanto io e Marianna Bolko, ne Il trauma dimenticato, abbiamo cercato di dire quando parliamo di “immagine femminile interna”. Difficile però verbalizzare il nesso. Forse si può tentare per vie traverse, cioè portando il discorso sul piano clinico, chiedendosi se le due donne del mito, Sara e Agar, si incontrano in analisi nel conflitto che lacera molte (tutte?) donne, tra il riporre la loro identità nell’essere madre o nell’essere donna, tra procreare e creare. Il mio scritto su  Machiavelli: Sara e Agar, Madonna Possessione di Finocchieto e la Barbera, donna che procrea la prima, donna che crea la possibilità dell’uomo di creare la seconda. Una possibile domanda potrebbe essere  poi questa: se l’Islam dà   tanta importanza al femminile, perché poi lo copre, lo imburka, lo infibula?

Ho riletto Estasi laiche di Fachinelli. Un pensiero di ampio respiro il suo. Chiaro il tentativo di andare oltre Freud. Presenta la teoria freudiana come un’ennesima espressione della tendenza del logos occidentale a contenere  tutto quanto non è razionalizzabile, a sopprimere i momenti in cui l’Io cosciente rischia di perdersi e di soccombere alla meraviglia. Sostiene che bisogna recuperare quei momenti. Perfetto, del tutto condivisibile. Già parlava di sbigottimento, cercava la possibilità di pensare la fondazione dell’Io sullo sbigottimento. Però … c’è di mezzo il mare. Per andare oltre Freud, parte dal mare. Dalla propria esperienza del mare, ma la generalizza in un mito, il mito della vita intrauterina.

C’era simpatia e prossimità di vedute, le poche volte che ci siamo incontrati, tra me e lui. So che mi stimava e fu uno dei pochi a votare contro la mia espulsione dalla SPI nel 1976. C’era anche una distanza; c’era la sensazione, almeno mia, di appartenere a due mondi diversi. Ricordo un pomeriggio a Milano, dopo avere conversato a lungo, lui con il suo gruppo io per conto mio.

Ora hanno intitolato un Istituto di psicoanalisi al suo nome. Hanno fatto di lui un nuovo santo della psicoanalisi. E secondo me gli hanno fatto torto.

Il bel romanzo di Romana Petri, Il mio cane del Klondike, più che un romanzo è una riflessione filosofica, un’indagine psicologica, su quanto può allo stato puro ribollire nel più profondo oscuro indicibile, non di una cane, ma dell’essere umano di fronte all’assenza che può farlo star male come un cane.

Letto Girotondo di Schnitzer. Una deliziosa rappresentazione del valzer dell’assenza.

L’essere assente della donna porta alla sua frigidità; l’essere assente dell’uomo alla sua impotenza.

La percezione dell’assenza, resa possibile dalla “reale” assenza dell’altro, è il farsi presente  del limite dell’esistenza o forse della propria poca virtù.

Infiniti modi di agire l’assenza. L’analista che, con l’intenzione di essergli presente, chiede al paziente di conferire con qualche suo familiare gli si rende assente.

Perché l’assenza seduce più della presenza?

Le estati di San Martino. Le più belle e le più tristi.

Se conservi il rapporto con la realtà rischi di perdere la visione delle cose; se conservi la visione delle cose rischi di perdere il rapporto con la realtà.

Un rapporto che ti ha portato fuori dalla stanza senza finestre in cui stavi chiuso può diventare esso stesso una stanza senza finestre in cui stai chiuso.

La gelosia che prende un uomo quando immagina o sa che una donna con la quale ha un qualche legame sta con un altro sottende un volere quell’uomo stare al posto di quella donna con quell’altro uomo. Sottende sempre una sua latente omosessualità. La quale però sottende a sua volta un vissuto religioso perché quel primo  uomo vorrà stare con quell’altro uomo in quanto scorge in lui una figura salvifica, forse un padre molto amato nella prima infanzia, ma più propriamente un Dio.

Un’altra versione è che il volere quell’uomo stare con quell’altro uomo al posto della donna sottende la sua incapacità o impossibilità di realizzare una propria  immagine femminile interna e dunque il bisogno di materializzarla nella propria identificazione con quella donna. Il presidente Schreber.

Le due versioni si raccordano in quanto il bisogno di avere un Dio procede dall’incapacità o impossibilità di realizzare un’immagine femminile interiore la cui sinergia con una immagine virile comprende una capacità di creare altrimenti alienata e attribuita a un altro che è un Dio.

Chi sta male perché si sente scisso, non sta male perché è scisso, ma si sente così per avere dimenticato qualcosa.

Il colore seppia ha la proprietà di poter virare verso il rosso o verso il nero.

La musica apre uno spazio infinito che l’uomo fantastica possa essere colmato da un corpo di donna.

Le trasformazioni nei sogni di immagini in altre immagini (per esempio la trasformazione dell’immagine di un amico ritrovato in quella di un topolino) non sono in realtà trasformazioni, ma rivelazioni di significato, la seconda immagine rivela il senso della prima.

Sogni che rivelano pensieri, sogni che riflettono pensieri.

Quando sei catturato in una nostalgia è come stessi sognando in un sonno svegliandosi dal quale è come tornare a sognare.

Un dettaglio passato inosservato o comunque sottovalutato. Per evitare che si abusi del reddito di cittadinanza si invita alla delazione chi, non fruendone, sia invidioso di chi ne fruisce. Brutto segno: l‘Inquisizione, il Fascismo, il Nazismo, lo Stalinismo.

Modi di pensare destinati a scomparire. L‘unica cosa che è possibile fare è lasciarne qualche traccia che sarà incomprensibile agli archeologi del futuro come a noi la scrittura degli Etruschi.

Immenso universo di infiniti mondi: l‘umanità è una fiammata che l’attraversa come una cometa e per un istante.

Storicizzare Freud

Luigi Antonello Armando, Storicizzare Freud, FrancoAngeli, Milano, 2019.

Gli scritti che compongono questo libro vanno accolti come trasformazioni pittoriche di concetti nodali della psicoanalisi: trauma, spaesamento, sogno, bellezza, desiderio, cura. Svolgono un discorso reso unitario dal tendere nel loro insieme a riconoscere la “realtà storica” della psicoanalisi.
La psicoanalisi è legata alla storiografia soprattutto dal fatto che la definizione della sua identità dipende dal racconto storico delle sue origini. Tale racconto ha assunto nel tempo forme divergenti: dal validarla al presentarla come compimento dell’opera di molti dovuto a uno solo, al sostenere che questi avrebbe soltanto registrato quanto era già nella società in cui viveva, allo svalutarla insistendo su aspetti oscuri della personalità del suo ideatore.
Queste forme hanno in comune il fatto di volere tutte stabilire la validità/non validità, la scientificità/non scientificità della psicoanalisi di Freud ed hanno nel loro insieme prodotto un falso movimento simile a quello del dubbio ossessivo.
L’autore propone invece una forma di racconto che vuole stabilire la “realtà storica” di quella psicoanalisi; cioè riconoscere la funzione da essa svolta nel contesto del periodo della storia della nostra cultura compreso tra l’inizio dell’età moderna e oggi. Egli individua tale funzione nell’avere essa radicalizzato la reazione che ha investito la comparsa, in quell’inizio, di una visione del mondo interno più ampia di quella di origine biblica centrata sul conflitto. Non intende con ciò svalutare un pensiero che esercita un’influenza determinante sulla mentalità occidentale.
Intende piuttosto contribuire sia a renderne a pieno l’importanza, stabilendo con esso un rapporto critico nuovo che risponda alla necessità, dichiarata da Freud stesso, di guardare al di là di quella che egli chiamava “la mia creazione”, sia a sciogliere il dubbio ossessivo in cui la psicoanalisi è imprigionata.

Bollicine Novembre – Dicembre 2018

Le cose cambiano. Per tanti anni mi sono guardato dal comprare “Il Foglio” perché lo ritenevo un giornale di destra e non mi piaceva il suo direttore Ferrara per le sue posizioni politiche e soprattutto per la sua simpatia per Strauss, i neocons statunitensi, papa Ratzinger e l’estremismo israeliano. Ora debbo ammettere che, sarà pure di destra, ma che è il più intelligente  e informato giornale italiano, soprattutto il suo numero del sabato.

Visto “Il verdetto” per la regia di R. Eyre e con una strepitosa recitazione di Emma Thompson. E’ tratto da un romanzo di McEwan. I romanzi di McEwan non mi sono mai piaciuti. Ma, sarà che le cose cambiano, sarà che il regista ha cambiato qualcosa del romanzo, a me il film è piaciuto. Mi ha colpito il suo riproporre quel tema cruciale dello smarrimento improvviso che può cogliere talora l’individuo per l’intuizione di una bellezza possibile che lo porta a spostare il suo cuore più in là di dove era e lo espone al rischio di un troppo grande dolore, o del gelo del cuore, dovuti alla perdita di quella bellezza sotto il peso, difficile dire quanto eludibile, di un principio di realtà. Un tema presente anche in altri film, per esempio in Un affare di famiglia cui ho già dedicato una bollicina. Un tema sul quale mi sono azzardato a dire qualcosa anche io, per esempio in una relazione sulla paura dei sogni che ho tenuto a Firenze o nell’articolo su Freud e Rilke apparso nell’ultimo numero di Psicoterapia e Scienze Umane. Tutte testimonianze della resilienza, nello squallore che ci circonda, dell’esigenza di bellezza.

Il film di Sorrentino La grande bellezza riesce invece a rendere squallida anche la bellezza.

Sigfrido di fronte a Brunilde. Breuer di fronte a Anna O. Lo sconvolgimento di fronte alla bellezza. Lo sconvolgimento di fronte all’isteria. L’isteria è una bellezza senza armonia?

Letto il nuovo libro di Carlo Ginzburg Nondimanco. Machiavelli, Pascal. Tanta intelligenza, tanto studio, tanta competenza, ma …. tanto Ginzburg e poco, pochissimo Machiavelli.

Sapiente ed originale, come egli sa essere, Ginzburg, nel segnalare e documentare la conoscenza e la dipendenza della logica di Machiavelli dalla casistica medioevale. Però, a parte il fatto che quella dipendenza può al più valere per i capitoli de Il principe sulle qualità del principe, sembra lecito sospettare che quella sapienza ed originalità sottendano l’adesione all’intenzione dell’ideologia freudiana di spegnere il nuovo nel passato.

Brillante, come egli  sa essere, Ginzburg nello stabilire un nesso tra Machiavelli e Pascal. Ma ho avuto la sensazione vi si celi qualcosa di losco. Avrei voluto approfondire, ma poi me ne è passata la voglia. Forse lo farò.

Letto qualche tempo fa un romanzo di Stef Penney, La tenerezza dei lupi. A lettura finita stabilisco che non è gran che come romanzo se non in quanto permette di toccare con mano una confusione di idee oggi piuttosto comune. Mi sorprende però il titolo. Nel libro non compaiono, se non del tutto occasionalmente, lupi; né tantomeno vi si parla di una loro tenerezza. Allora il titolo vuole dire che la tenerezza dei lupi non esiste? Che i lupi non hanno tenerezza? Che, se mostrano di averla, è solo per ingannare e meglio azzannare? Così come la tenerezza del ragazzo omosessuale protagonista del romanzo nei confronti del suo partner sta lì a nascondere la pulsione, che poi si realizzerà, ad ucciderlo.

Il bambino che aspetta con curiosità e desiderio il nuovo della nascita di una sorellina, e che può, una volta questa nata, fantasticare di volerla eliminare perché turba i suoi equilibri e intacca i suoi privilegi, non è che non continui ad essere il bambino che attende con curiosità e desiderio la nascita di una sorellina; non è che non continui a portare con se nella vita quella curiosità e quel desiderio. Forse li ha soltanto dimenticati. Deve solo stare attento a non ripetere che, una volta che la vita gli riproponga un nuovo che glieli faccia ricordare, non ripeta quella fantasticheria; ed ancor più, essendo ormai cresciuto e potendo, non la agisca senza saperlo.

Odi et amo. Quam id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Forse è perché ogni amore, se si intende per tale il sorgere in occasione di un incontro di un sentire che ti impone di renderti diverso da quello che sei, può di per se stesso, comprendere l’odio o trasformarsi in esso.

Gli uomini bianchi dalla lingua biforcuta esistono e le donne Indiane sono da sempre tentate di vendicarsi di loro travolgendoli con il prostituirsi al loro potere.

Dopo una separazione può accadere che tu voglia che il senso di perdita perduri per la paura che, perdendo quel senso di perdita, quanto è stato e non è più si perda del tutto nel nulla, diventi nulla, svanisca nell’immenso infinto come lo sfortunato astronauta di Odissea nello spazio.

Difficile sognare senza qualcuno che ti faccia sognare.

I mistici come Santa Teresa pretendono di sognare senza qualcuno che li faccia sognare, ovvero con qualcuno che si inventano loro soddisfacendo così la propria onnipotenza.

Difficile distinguere il sogno da chi ti fa sognare.

Non distinguere tra il sogno  da chi ti fa sognare può portare alla pazzia come nel caso di Aby Warburg e del protagonista de La migliore offerta.

Anche il sogno va trasformato in sogno.

Un sogno che lega un banale momento attuale in cui ho dato prova di sentimentalismo a un altrettanto banale momento passato in cui ho dato prova di moralismo mi fa capire che sentimentalismo e moralismo sono due volti di una stessa medaglia. Forse la cosa è ovvia. Meno ovvio che me la abbia detta un sogno.

Un episodio banale cui però corrispondono altri che non lo sono. E’ sabato 8 dicembre. Come d’abitudine al mattino vado al bar. Avviandomi avevo visto chiuso il giornalaio; e così accade che  mi sembri chiuso anche il bar e subito si affacci l’ansia. Però poi comprendo che questo spostamento è sostenuto dall’essersi affacciato, alla vista del giornalaio chiuso, un vuoto. E’ quel vuoto, non che il bar sia chiuso, a darmi ansia.

Che differenza c’è tra il vuoto e il nulla? Sembrerebbe che parlare di nulla significhi negare il vuoto perché il nulla è qualcosa, mentre il vuoto è nulla.

Esistono il tempo del sogno e il tempo degli orologi; ma il tempo del sogno è fatto di istanti di quell’altro tempo.

Ogni vita è un incompiuto.

Quel poco che si può fare. Una iniziativa per candidare il comune di Riace al Nobel 2019 per la pace. Io aderisco. Chi voglia, troverà il modo di farlo a questo indirizzo.

Bollicine Aprile – Ottobre 2018

Letto l’ultimo libro di Irvin Yalom, Diventare se stessi. Letta anche la succinta, ma chiara ed esauriente recensione che ne fa Silvia Marchesini su Psicoterapia e Scienze Umane (2018, 3 pp. 486-487). La Marchesini riconosce all’Autore il merito di proporre, in uno stile di scrittura informale che cattura l’attenzione, una profonda riflessione sul proprio passato di psicoterapeuta e sulla propria storia intellettuale; e di fare così incontrare il lettore, nel corso di tale riflessione, con figure e problematiche significative della recente storia della psicoterapia. Ella coglie poi l’aspetto più originale del libro nel suo essere un’applicazione, al di fuori della stanza dell’analisi, del metodo oggi in voga della self-disclosure. La Marchesini non manca però di mettere in luce alcune perplessità che il libro suscita. In particolare, un’insufficiente riflessione sulle implicazioni teoriche di tale metodo e una adesione fideistica al credo esistenzialista cui l’Autore era stato introdotto da Rollo May. Forse andrebbe aggiunto solo che per tutto il libro si respira un’aria buonista un po’ dolciastra; che passa il messaggio per cui in psicoterapia tutto può andare bene anche l’uso delle droghe; e soprattutto che l’accento posto, in conformità al suddetto credo esistenzialista, sul tema della paura della morte reale non si accompagna per nulla con una riflessione sul tema della paura della morte psichica, del gelo del cuore.

Le ragioni del cuore e le ragioni di una legge senza cuore.

Un tema presente nel film Un affare di famiglia del regista giapponese Kore’eda Hirozaku. Il contrasto tra il sogno e la realtà, tra l’invenzione, fondata sulla affettività, di una forma di vita e i guardiani di una forma di vita robotizzata. Significativo, l’episodio della psicologa che non capisce nulla, o meglio agisce come un robot per riportare tutto entro le forme codificate di una legge senza cuore: intende la ricchezza del vissuto della protagonista nell’adottare la bambina che viveva in un rapporto senza affetti come reazione malata di una donna che non ha avuto figli e che, invidiosa di chi li ha, li rapisce loro. Struggente l’immagine finale della bambina che, riportata da quei guardiani in quel rapporto senza affetti, dal quale era per un momento uscita, attende, con poca o nessuna speranza, che giunga qualcuno a trarla nuovamente via.

Un tema presente nel film Corpo e anima del regista ungherese Ildikò Enyedi. Anche lì una psicologa che può dirsi fisicamente bella, ma senza cuore, non riesce neppure a concepire che il rapporto tra i due protagonisti si fondi sull’incontrarsi dei loro sogni. In ciò che anima un rapporto, sa scorgere solo la patologia. Il suo compito è quello di riportarlo alla patologia.

Un tema presente nelle opere dello scrittore americano John Williams che ho scoperto e letto in questi giorni. Nulla, solo la notte, Stoner, Augustus, Butcher cross. Il nulla del primo romanzo si anima via via in Stoner nella descrizione del dramma di un uomo che riesce per un momento a vivere nel tempo del sogno uscendo da un rapporto matrimoniale e istituzionale senza sogni, rapporto che poi gli sottrarrà il tempo del sogno; si anima nel racconto della vita di Augusto e nella sua amara consapevolezza di quanto aveva perduto nell’essere stato obbligato dalle circostanze della vita e della storia alla inutile difesa di una legge senza cuore. Stupende per la loro intensità le ultime pagine del libro nelle quali Augusto, poco prima di morire, fa il bilancio della sua vita.

Un tema presente nel passato. Anche Anna Karenina e le donne dei romanzi di Stehdhal volevano uscire a vedere il sole. Finirono male. Però eravamo nell’Ottocento. Non esisteva la legge sul divorzio che i nuovi barbari cercano ora di abolire cominciando da Verona.

Un tema presente nell’attualità politica italiana. Ho pensato che nella vicenda del sindaco di Riace si riproponga il dramma che, nell’ Antigone di Sofocle, oppone le ragioni del cuore a quelle di una legge senza cuore. Dopo che avevo pensato questo, sono capitato su un elzeviro di Mattia Feltri su La Stampa di Giovedì 4 ottobre intitolato “L’errore di Antigone”. L’errore di Antigone sarebbe lo stesso del sindaco di Riace: quello di rovesciare la legge in nome di un obbligo morale e di decretare la morte dello Stato come garante dell’esistenza e durata di una collettività. Le stesse motivazioni del proprio operare che, nella tragedia sofoclea, Creonte opponeva ad Antigone. Impropria e fuorviante l’analogia che l’articolista propone tra il rovesciamento della legge da parte di Antigone e quello da parte di Salvini perché questi non agisce in nome delle ragioni del cuore.

Un tema presente nell’attualità di vite. Una donna sogna di vivere chiusa e senza speranza nella sua attuale realtà come in una stanza senza finestre e di uscirne un istante per parlare in sogno con qualcuno che le rappresenta la sua speranza. Ma il sogno non dice se ella rientrerà, come reinfetandovisi, in quella stanza, o se seguirà non necessariamente quel qualcuno, ma la sua speranza. Lo dirà la sua vita.

Riscoperto e riletto in questi giorni Bion, in particolare Attenzione e interpretazione che io stesso cinquanta anni fa avevo tradotto senza capirci nulla, ma, mi sembra, bene – come abbia potuto, se non ci avevo capito nulla, è un mistero. La ricchezza e la profondità di un pensiero che ha il solo limite di rendersi talora incomprensibile perché confina nella trascendenza l’oggetto del desiderio e il fondamento dell’essere che lui, non a caso prendendo a prestito da Kant, chiama “cosa in sé”. Ma di questo forse un’altra volta. Quello che voglio dire ora è che gran parte di quanto sta in queste ultime bollicine può rientrare nella sua riflessione sul rapporto tra il mistico e il gruppo e trovarvi una formulazione in termini teorici. Ma anche di questo forse un’altra volta.

Per poter vivere un breve momento nel tempo del sogno bisogna sapere correre il rischio di vivere poi un lungo momento di dolore. Uno psicanalista francese (Benoit Verdon, “Tuer le temp long”, nella Revue française de psychoanalyse 2017/4, p. 1018) dice la stessa cosa, ma in una sequenza contraria:  «(…) senza solitudine, senza affrontare la prova del tempo, senza patire nel silenzio, senza avvertire tutta l’eccitazione del corpo e contenerla per un tempo, senza vacillare nella paura, senza attraversare errando una zona d’ombra e di invisibile, senza il ricordo della propria istintualità, senza malinconia, senza abbandonarsi alla malinconia, non c’è gioia».

Chi rende di pietra il proprio cuore può trovare un alibi nel sentimentalismo.

L’oggetto ultimo e costante del desiderio è la nascita intesa come ogni momento in cui si esce da una forma di vita non più attuale. Un pensiero che ho svolto nello scritto “Ancora su desiderio e cultura”, in Psichiatria e psicoterapia culturale 2017/1 (accessibile in questo sito alla voce “articoli”)

La paura della castrazione riguarda al pari uomo e donna. Non è altro, per modo di dire, che il terrore di non riuscire mai a vedere il sole, di essere sepolti vivi.

La donna deve essere apparsa prima dell’uomo, altrimenti come potrebbe l’uomo riconoscere la donna?