Resoconto della presentazione de “Il trauma dimenticato” del 2 febbraio 2018

Resoconto della presentazione – tenutasi il 2 febbraio 2018 presso l’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – del libro di L. A. Armando e M. Bolko, Il trauma dimenticato. L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica, Franco Angeli, Milano 2017

Il 2 febbraio v’è stata, presso l’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali, una presentazione [1] de Il trauma dimenticato. Oltre ai due autori, hanno presentato il libro Rodolfo Bracalenti, Arturo Casoni e Edmund Gillieron. Il pubblico era composto da una cinquantina di persone, in gran parte giovani psicoterapeuti. L’incontro è durato circa due ore.

Lo ha aperto il presidente dell’Istituto, Rodolfo Bracalenti. Egli ha anzitutto rilevato l’importanza che il libro conferisce a due date, il 1969 e il 1897. Al 1969, perché allora si ebbero due eventi che segnarono l’inizio della crisi della psicoanalisi: il XXVI Congresso della Società internazionale di psicoanalisi e il congiunto Controcongresso. Al 1897, perché il libro sostiene che, per risolvere quella crisi, è necessario rivisitare la formulazione del complesso edipico cui Freud giunse al ritorno dal viaggio in Italia compiuto in quell’anno ponendola a base della sua teoria del sogno.

Bracalenti ha altresì rilevato che il libro rivisita tale formulazione fino a riconoscere l’esistenza di un trauma diverso sia da quello reale che da quello da essa teorizzato; mostra come tale riconoscimento permetta di rivolgersi al sogno con una visione denominata “bioculare” in quanto disposta a scorgervi non solo i significati previsti dal complesso, ma anche i segni di quel diverso trauma; e delinea, nella seconda parte, una tecnica funzionale al concreto esercizio di tale visione.

Edmund Gillieron ha poi letto un testo nel quale ha ripercorso e riproposto la teoria freudiana del trauma.

Arturo Casoni, cui si deve l’attenta organizzazione dell’evento, ha ampliato e circostanziato l’intervento di Bracalenti.

Lo ha ampliato perché ha chiarito che il libro non rivisita solo la formulazione del complesso, ma anche l’intera storia della psicoanalisi per giungere a un discorso tecnico-clinico che ravvivi l’interesse dei giovani psicoterapeuti per i sogni e consenta di pensare un loro percorso formativo che non rischi di pietrificare le loro menti.

Lo ha circostanziato perché ha chiarito cosa intendere per un trauma diverso sia da quello reale che da quello riconducibile al complesso; cosa ha fatto sì che esso sia stato dimenticato; e cosa attendersi dal suo ritrovamento. Ha infatti accennato a quanto il libro dice a proposito di una cultura che, apparsa nel passaggio dal XV al XVI secolo, aveva proposto una visione del modo interno come non inclusivo della sola conflittualità; a proposito della reazione seguita alla comparsa di quella cultura; e a proposito della parte avuta in tale reazione dalla teoria di Freud, in particolare dalla sua teoria del sogno. Casoni ha altresì condiviso il pensiero del libro che la riappropriazione di quel trauma possa aprire la strada a una psicoanalisi che si dia una finalità terapeutica diversa da quella dell’approdo alla posizione depressiva. Ha infine riconosciuto al libro il merito di aprire un orizzonte ampio sul quale lavorare, cambiando ciò che c’è da cambiare nella psicoanalisi di Freud e nel suo modo di rapportarsi al sogno.

Per la difficoltà di riassumerli, riporto in calce gli interventi di Marianna Bolko e mio, e passo a proporre un quadro complessivo dell’evento.

Quanto detto da coloro che hanno presentato il libro e dagli interventi che sono poi seguiti ha messo in luce alcuni contenuti del libro; è stato però caratterizzato soprattutto dall’avere reso riconoscibili le difficoltà che la loro recezione presenta e le reazioni che suscitano.

Una è stata di totale rigetto, come dando il libro per non esistente. Essa si è espressa nel non parlare del libro evitando di entrare nel merito dei suoi contenuti, per riproporre invece la teoria di Freud sul trauma e sul sogno. Oppure, oltre che nel non entrare in tale merito, nel negare al libro un’identità propria intendendolo come nulla più che uno dei tanti discorsi sul sogno tutti ugualmente plausibili; e nel sottrarre ogni credito alla sua esposizione di una tecnica dell’interpretazione che permetta di riconoscere l’effettivo significato di un sogno asserendo che ogni sogno può avere infiniti significati nessuno dei quali certo.

Un’altra reazione è consistita nel fraintenderne alcuni contenuti. Si è mostrato difficile comprendere cosa il libro intendesse per rivisitazione della formulazione del complesso. La reazione rispetto a ciò è stata quella di intendere la parola “storicizzazione”, usata nel libro per indicare il metodo di tale rivisitazione, come se volesse dire della ricerca dei precedenti di quella formulazione nel passato oppure nell’ambiente culturale nel quale era apparsa, e non della ricerca su quanto era accaduto a Freud nel corso del viaggio in Italia compiuto in quel 1897 e su quale funzione quanto accadutogli allora avesse svolto nella storia della cultura dell’Occidente.

Si è mostrato difficile anche recepire il senso dell’espressione “trauma dimenticato”. La reazione in questo caso è stata di intendere che significasse il trauma rimosso, quello indotto dalla visione della scena primaria o compreso nel concetto di un perturbante che suscita terrore e spavento.

Infine, anche quando è stato riconosciuto che quell’espressione si riferiva alla comparsa in un dato momento storico di una cultura che, incontrata da Freud in quel 1897, proponeva una visione del mondo interno come comprensivo non solo del conflitto, ma anche di qualcosa indicato allora con la parola “bellezza”, è risultato poi difficile riconoscerlo fino in fondo. La reazione si è espressa qui in un tentativo di assimilazione. Cioè si è intesa quella parola, che indicava un aspetto della realtà psichica resosi accessibile nella separazione dalla cultura classica, come se invece indicasse un aspetto di tale realtà già presente nell’antica Grecia.

 

Intervento di Marianna Bolko

Oggi è la seconda presentazione del nostro libro a Roma. Ringrazio gli organizzatori e i presenti. Un saluto particolare a professore Edmund Gilleron con il quale senza saperlo ci siamo già incontrati. La sede allude a piccoli contesti nel quali a discussione approfondita, l’abitudine a sviscerare i concetti e a coglierne le implicazioni, è d’obbligo. Ora è invece merce rara, ma ritengo che molti piccoli gruppi siano in grado di raccogliere ancora la spinta vitale del discorso psicoanalitico.

Quattro anni di lavoro hanno prodotto le 263 pagine del nostro libro, bibliografia compresa: sessantasei pagine all’anno, poco più di cinque al mese. Non è stato facile trovare un editore, per cui il nostro grazie sentito va a Ilaria Angeli, attenta lettrice, prima della decisione coraggiosa di pubblicare. C’è chi scrive un libro al mese con successo e si dedica a quella vulgata che offre al lettore la fantasia di avere capito. Quella che Galli ha chiamato “cultura del pellicano”, nel senso dell’uccello che predigerisce il cibo nella borsa sotto il becco per dare da mangiare ai piccoli rendendo loro facile la digestione. Noi proponiamo ipotesi e problemi di difficile digestione fornendo a chi ci leggerà i passaggi compiuti per superare le difficoltà che possa incontrare nella lettura. Saremo grati a chi ci vorrà criticare, collaborando in tal modo al percorso complessivo di ricerca che, come accennato prima, coinvolge molti piccoli gruppi in Italia e all’estero. Antonello ed io apparteniamo alla cultura dei piccoli gruppi per generazione e per formazione intellettuale, vorrei dire, per restare nel solco di Gramsci, come lavoratori intellettuali. Si è trattato di una cultura che ha contraddistinto l’impianto anti-idealistico del secondo dopoguerra apportando innovazione. Basti ricordare, in letteratura, il “Gruppo ‘63” o, nel nostro campo, la nascita nel 1961 del Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia nell’ambito del quale venne fondata nel 1967 la rivista Psicoterapia e Scienze Umane che ora dirigo insieme a Pier Francesco Galli e a Paolo Migone. Siamo abituati alla ricerca e alla discussione in gruppo. Questo è anche il contesto, ripeto, in cui ritengo di essere questa sera.

Tra i miei compiti come condirettrice della rivista Psicoterapia e Scienze Umane vi è la lettura degli articoli che ci spediscono vari autori per la pubblicazione. Nel 2008 mi arriva un articolo dal titolo: “Un estremo mio desiderio: il tema del riconoscimento nelle lettere, nell’opera e nella vita di Machiavelli”. L’articolo mi attrae, è originale, mi piace. Decisi di farlo pubblicare in accordo con Pier Francesco Galli e Paolo Migone.  L’autore dell’articolo è Antonello Armando che allora non conoscevo. Nel 2009 lo invitiamo a fare una relazione al seminario internazionale di Bologna (titolo: “Dalla Nuova Atene a Tebe. Il trauma di Freud e secondo Freud”). Ci conosciamo. Entrambi siamo attratti dai sogni: cominciamo un epistolario prevalentemente onirico (nostri sogni e sogni dei nostri pazienti). Il nostro modo di interpretare i sogni era in contrasto con quello de “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Quattro o cinque anni fa Antonello mi chiese di scrivere con lui un libro sui sogni. Dopo molte resistenze accettai (lui di Roma, io di Bologna, lui laureato in filosofia, io in medicina, lui di origini italiane, io slave e di cultura mitteleuropea, lui mente linguistica verbale, lui destrimane io tendenzialmente mancina e non verbale. Ci incontriamo a Bologna, ciascuno con il proprio bagaglio di conoscenze. Cerchiamo di trovare i punti convergenti. Antonello, tornato a Roma, scrive le prime 20 pagine e me le spedisce. Il mio compito è di leggere, correggere, segnalare le incongruenze, aggiungere e togliere. Più o meno dopo 40 giorni ci rincontriamo e ci confrontiamo sullo scritto: nuove aggiunte, alcuni tagli e la riscrittura di Antonello. Il testo cresce: ciò più o meno per quattro anni faticosamente, ma anche allegramente. Instancabilmente abbiamo lavorato, ossia suonato a due pianoforti tra convergenze, armonie e stonature. Oltre a Bologna i nostri incontri si svolgevano d’estate a Torre San Severo, sulle colline orvietane. Era il lavoro più produttivo e entusiasmante: avevamo tempo, mente libera da impegni e uno splendido ambiente. Inoltre ci facevano compagnia e aiutavano gatti e cani che vivevano nei dintorni. Noi due nelle pause ci raccontavamo storie delle nostre vite. In uno di questi incontri estivi scoprimmo che nel luglio del 1969 eravamo tutti e due a Roma per il congresso internazionale di psicoanalisi: Antonello all’Hilton, io mi muovevo tra Hilton e la trattoria “Al Carlino” dove si svolgeva il Controcongresso del quale ero tra gli organizzatori. Mentre stavo dando i volantini d’invito per il Controcongresso per scuotere le “menti pietrificate” degli psicoanalisti di tutte le società psicoanalitiche afferenti alla Società internazionale di psicoanalisi, vidi un giovane partecipante (aveva circa 30 anni, io 28, mentre gran parte degli psicoanalisti era d’età avanzata). Gli chiesi se sarebbe venuto al Carlino. Lui mi rispose molto gentilmente che “non lo interessava” Pensai: È già ingabbiato”. Successivamente seppi che quel giovane (Antonello Armando) era stato espulso alcuni anni dopo dalla Società italiana di psicoanalisi. Questo ricordo in cui scoprimmo di esserci già incontrati diede spinta a nuovi pensieri e idee che si incontravano, scontravano, amalgamavano, frammentavano, sbriciolavano, riunivano creando nuove forme e contenuti. In un altro incontro abbiamo fantasticato che forse in un’altra vita precedente ci eravamo già conosciuti: questo incontro sarebbe avvenuto nel passaggio tra 1400 e 1500 a Firenze nel tempo di Leonardo e di Machiavelli.  Sempre durante questi incontri estivi, compresi cosa era la dissoluzione delle forme descritte da Leonardo nel suo “Trattato della pittura”. Dopo essere stata colpita dalla bellezza di un paesaggio mozzafiato, mi sembrò che le nuvole, il lago, gli alberi i fiori … tutto l’ambiente circostante subisse una decostruzione e trasformazione. Questa visione mi provocò un senso di spaesamento. Nei nostri discorsi passavamo dal Dreamtime alla logica più rigorosa e a scontri che producevano innovazioni e cambiamenti nel nostro testo che si arricchiva e allungava da giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno.  Nella primavera del 2017 decidemmo di finire.

Il libro è uscito in Settembre, ormai fa parte del patrimonio pubblico. Sia Antonello che io abbiamo letto con ascoltato le varie opinioni e letto le varie recensioni con interesse. Il fatto singolare è che esse danno l’impressione di riguardare più libri diversi. In una recensione è infatti scritto che, «tra i molti pregi, il libro ha quello di offrire la possibilità di una lettura a più livelli e sta al lettore la scelta di quello che gli è più congeniale». Oltre a ciò abbiamo notato qualche travisamento e incomprensione. Opinione comune è che si tratti di un libro difficile che non va letto, ma studiato, oppure scomodo e impegnativo.

Non so cosa posso aggiungere, salvo che avverto la mancanza del nostro lavoro a quattro mani.

Intervento di Antonello Armando

Tre storie svoltesi negli ultimi cinquanta anni, a partire dal XXVI Congresso della International Psychoanalytic Society tenutosi a Roma nel 1969 e dal congiunto Controcongresso, confluiscono oggi in questa stanza: la storia del vostro Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali; quella della scoperta da parte di Freud del Complesso edipico da lui posto a base della sua teoria del sogno; e quella mia e di Marianna.

Quindici giorni fa, invitato da Arturo, mi sonno trovato qui ad assistere alla presentazione di un libro (Un singolare gatto selvatico. J.-J. Abrahams, “l’uomo col magnetofono”) le condizioni della cui ideazione risalgono più o meno a quel 1969. Arturo mi aveva accennato, o almeno io così avevo capito, che un pubblico di giovani allievi psicoterapeuti era abitualmente presente a questi incontri. Fui dunque sorpreso nel trovarmi invece tra un pubblico di persone per lo più anziane quasi quanto me. Poi ciò che venne detto mi propose un possibile significato della cosa. Parlare di quel libro – comparso in un momento i cui fermenti erano ancora vivi quando sono state poste le premesse della nascita di questo Istituto che ne è una filiazione indiretta – forniva ai presenti un’occasione: quella di riportarsi con nostalgia agli inizi della loro storia e di interrogarsi su cosa per loro la scoperta di Freud fosse stata e su quale immagine fossero giunti ad averne oggi.

La seconda storia è quella percorsa in questi cinquanta anni dalla scoperta di Freud. Essa è confluita in questa stanza grazie a Marianna per due vie.

In primo luogo, perché ci ha ricordato, essendone stata promotrice e protagonista, l’evento del Congresso e del Controcongresso sopra detti verificatosi in quello stesso 1969 nel quale ha avuto inizio sia la storia poi proseguita in questo Istituto, sia quella della scoperta di Freud, svoltesi negli ultimi cinquanta anni.

In secondo luogo, perché ella è corresponsabile, essendone condirettrice, del fatto che la rivista Psicoterapia e Scienze Umane, nel 2016, in occasione del suo cinquantesimo anno, abbia rivolto a un significativo numero di psicoanalisti una serie di domande intese ad appurare cosa ne sia oggi di quella scoperta e della psicoanalisi fondata su di essa.

La terza storia è quella mia e di Marianna. Iniziata anche essa, come ella vi ha detto, in quel 1969, è scorsa in sordina e parallela alla vostra e a quella della scoperta di Freud, per i cinquanta anni che sono stati necessari a comporre il libro presentato oggi.

Tra gli esiti delle prime due storie, quelle di questo Istituto e della teoria di Freud, e l’esito della terza, la mia e di Marianna, esiste un rapporto. Esso non è dato solo dal loro essere scorse parallele ed essere compresenti qui oggi. Lo è anche da una distanza che ne costituisce la condizione.

Quanto ho ascoltato dall’insieme degli interventi  di due settimane fa, in particolare da quello di Arturo per come poi ripreso e svolto da Sergio Benvenuto,  mi porta a dire che il vostro Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali è giunto in questi ultimi cinquanta anni a comprendere cosa per voi la scoperta di Freud era inizialmente  stata e quale immagine siate giunti ad averne oggi: vi era parsa essere una fonte di cambiamento delle coscienze individuali e collettive e vi è risultata essere una realtà strutturalmente ambivalente, chiusa, come in un dubbio ossessivo, in una continua oscillazione tra istanze di cambiamento e di conservazione che rende in linea di principio impossibile la convivenza delle due parole “psicoanalisi” e “società”.

Quanto risulta dalle risposte al questionario proposto da Psicoterapia e Scienze Umane mostra che la storia percorsa dalla scoperta di Freud nello stesso lasso di tempo è esitata nel fornire l’immagine della teoria costruita su quella scoperta come realtà frammentata e priva di una definita identità.

Quanto risulta dal libro oggi presentato dice invece che la storia mia e di Marianna è esitata nell’intenzione di proporre, attraverso il libro, l’immagine di una psicoanalisi che scardini il dubbio ossessivo connaturato nella scoperta di Freud e risolva l’attuale frammentazione e perdita di identità della teoria fondata su di essa.

Alcuni hanno definito “ardita” quest’intenzione. Essa si fonda però su un’ipotesi che non lo è meno: l’ipotesi che il dubbio ossessivo in cui la psicoanalisi è catturata e la frammentazione e la perdita di identità nelle quali la sua storia è esitata abbiano origine nella scoperta di Freud e ne siano una conseguenza necessaria.

Nel libro, questa ipotesi cerca conferma in un’altra: quella secondo cui è necessario procedere alla storicizzazione della scoperta al fine, da un lato, di riconoscere cosa genera quel dubbio e produce quella frammentazione e perdita di identità; e, dall’altro, di scardinare quel dubbio e risolvere quella frammentazione conferendo alla psicoanalisi una nuova identità. Là dove, per “storicizzazione”, non si intende quanto è stato già autorevolmente fatto da molti autori, e cioè ricercare i precedenti della scoperta, o gli aspetti della cultura del tempo e del luogo in cui Freud visse dai quali la sua formulazione sarebbe germinata. Si intende piuttosto riconoscere la funzione che la formulazione della scoperta ha svolto nella storia personale di Freud vista nel contesto della storia della ricerca della cultura dell’Occidente sulla realtà psichica. Non si intende neppure esprimere un giudizio sulla verità o meno della scoperta e tanto meno svalutare l’importanza sua e dell’insieme dell’opera di Freud; ma, al contrario, riconoscere a pieno l’enorme influenza che esse hanno esercitato ed esercitano sulla cultura dell’Occidente, per potervisi rapportare costruttivamente.

Il libro affida la realizzazione dell’intenzione di storicizzare la scoperta di Freud e di riconoscerne la funzione storica all’impiego di un metodo. Questo metodo porta a un risultato che ha una conseguenza.

Il metodo consiste nel focalizzare l’attenzione sul momento della formulazione della scoperta, e cioè sul circoscritto periodo compreso tra il 18 agosto e il 21 settembre 1897; e nel cercare di comprendere tale formulazione, avvenuta in quel 21 settembre, ponendola in rapporto con quanto avvenuto dal 18 agosto ad allora.

Il risultato del metodo non può essere ora esposto che attraverso due succinte proposizioni.

La prima è che quel risultato consiste nel comprendere la scoperta come la risposta difensiva di Freud nei confronti del trauma provocatogli, nel corso del viaggio in Italia che fece tra quelle due date, dall’incontro con quanto egli stesso chiamò la «bellezza assoluta» dell’arte italiana del periodo del Rinascimento costituto dal passaggio dal XV al XVI secolo.

La seconda proposizione è che quel risultato consiste nel comprendere poi tale reazione non come un fatto idiosincratico, ma come un momento della storia della reazione subito seguita al tentativo, comparso in tale passaggio, di dare vita a una cultura di un mondo interno inclusivo di quella bellezza; un momento, per di più, reso specifico dal fatto che, con esso, quella reazione giunge a rivolgersi contro il sogno in quanto porta di accesso a quel mondo interno rimasta aperta.

La conseguenza consiste nella necessità di sdoppiare il concetto di trauma. Non v’è solo il trauma previsto dalla scoperta del complesso; v’è anche quello che essa ha avuto la funzione di risolvere relegandolo nella dimenticanza.

Vista in questi termini, la scoperta del complesso non è stata solo una costruzione difensiva, ma anche un aborto rispetto alla possibilità di rivolgersi al sogno manifesto per riconoscervi anche un latente posto “al di là” di quello reso prevedibile da tale costruzione.

Come mostra il capitolo V del libro dedicato ai sogni telepatici, Freud stesso ha avuto coscienza di tale aborto ed ha tentato di riattivare la suddetta possibilità invitando gli psicoanalisti a volgere lo sguardo in quell’”al di là”, sostenendo che ciò avrebbe consentito loro di compiere un «passo enorme» nella comprensione del sogno.

È però accaduto che l’aborto di Freud rispetto alla possibilità di rapportarsi a quanto stava “al di là” della sua scoperta sia stato seguito dall’aborto degli psicoanalisti rispetto a quel suo invito. I loro tentativi di liberarsi dalle strettoie del complesso sono stati sterili perché sono stati compiuti senza procedere alla sua storicizzazione e senza perciò giungere ad acquisire la premessa necessaria a compiere quel «passo enorme»; senza cioè riconoscere l’esistenza di un trauma dimenticato “al di là” del trauma teorizzato da Freud.

Nell’addentrarsi in questo “al di là” una volta acquista tale premessa, si ripropone l’antico pericolo che Freud aveva voluto evitare restando aggrappato a quella sua disposizione razionalistica che gli aveva suggerito la formulazione del complesso. Un antico pericolo che per l’analista diventa quello di abbandonarsi alla sregolatezza ermeneutica; di fornire interpretazioni arbitrarie di stampo spiritualistico attinte a fantasticherie più o meno idiosincratiche. Un pericolo, invero, dal quale oggi i teorici della reverie non sembrano essere sufficientemente avvertiti. E tanto meno lo sono coloro che legittimano l’incapacità di comprendere i sogni asserendo che di ogni sogno è possibile dare mille interpretazioni.

La seconda parte del libro espone ancora un metodo inteso, questa volta, a porre l’analista al riparo da questo pericolo. In breve, essa mostra all’interprete come legare strettamente le sue enunciazioni ai dati attingibili dal contesto spazio-temporale costituito dall’esperienza che condivide con il suo partner; come scartare le enunciazioni suggeritegli dalla sua teoria di riferimento o dalle sue fantasticherie e nel fornire solo le enunciazioni che trovano saldo fondamento nei dati presenti in quel contesto. In termini kantiani, quella seconda parte guida l’interprete a rifiutare sistematicamente il trascendente e ad attenersi altrettanto sistematicamente al trascendentale. In termini più attuali, lo guida a procedere senza desideri e senza ricordi, ma non senza quei dati.

Marianna, nel dare notizia delle reazioni alla lettura del libro che sono state fin qui raccolte, ci ha detto che molti ne hanno lamentato la difficoltà.

In effetti, il libro può porre al lettore più difficoltà, e può averle poste a voi il riassunto che ho cercato di farvene. Ve ne segnalo quattro.

Una prima difficoltà sta già nell’accogliere l’intenzione del libro, qui dichiarata all’inizio, di risolvere la frammentazione e la perdita di identità cui il movimento fondato sulla scoperta di Freud è approdato in questi ultimi cinquanta anni: è difficile accoglierla per valutarla attentamente, ed é facile invece scorgervi, più che un’intenzione, una presuntuosa pretesa.

Una seconda e maggiore difficoltà sta nell’accogliere l’ipotesi, cui tale intenzione si appoggia, che quella frammentazione e perdita d’identità siano una conseguenza necessaria della scoperta di Freud. È una difficoltà ben grande. Essa non è dovuta solo all’essere tale ipotesi, almeno in campo psicoanalitico, inedita: nessuna delle risposte fornite al questionario di Psicoterapia e scienze umane l’ha infatti avanzata. È dovuta anche al suo essere ai limiti dell’impronunciabile: per fare un esempio, forse eccessivo, ma che può permettervi di misurarla, accogliere tale ipotesi presenta la stessa difficoltà che presenterebbe quella secondo cui la pedofilia che affligge oggi la Chiesa sarebbe una conseguenza necessaria della dottrina cristiana.

Una terza difficoltà sta nell’accogliere il metodo della storicizzazione. Si tratta invero di un metodo familiare agli psicoterapeuti perché corrisponde a quanto essi fanno abitualmente rispetto alle “teorie” dei loro pazienti; diventa però loro difficile perché non è stato mai fatto operare rispetto alla teoria di Freud e viene fatto per la prima volta dal libro.

Infine una quarta difficoltà sta nell’accogliere lo sdoppiamento del concetto di trauma. Si tratta di una difficoltà tanto sorprendente quanto significativa. Sorprendente perché l’esistenza di due traumi è un dato la cui ovvietà risulta non solo dall’esperienza di Freud, ma dalla comune esperienza di ognuno. Deve poi essere quanto mai significativa, perché la psicoanalisi, nei suoi ormai più di cento anni di storia, non ha mai preso atto dell’esistenza non di uno, ma di due traumi.

A questo riguardo permettetemi, nel concludere, di riferirvi qualcosa la cui costatazione mi ha grandemente sorpreso e di rivolgervi poi una domanda.

Qualche giorno fa, l’attuale pontefice ha voluto smentire quella che egli stesso ha definito una fake news. Ha cioè asserito che la prima fake news è quella che fu utilizzata dal serpente astuto per convincere Eva a cogliere il frutto dell’albero della conoscenza e a commettere il peccato che avrebbe portato alla cacciata di lei e di Adamo dal paradiso terrestre. Ciò asserendo, il pontefice non si è però reso conto di star diffondendo egli stesso una fake news: dava prova di non sapere che nel paradiso terrestre sorgevano non uno, ma due alberi, quello della conoscenza e quello della vita, e che Adamo e Eva non furono cacciati dal paradiso terrestre per avere colto il frutto del primo albero, ma affinché non cogliessero quello del secondo.

Il pontefice non è solo in questo non sapere: sono certo che, se vi chiedessi quanti alberi c’erano nel paradiso terrestre e perché Adamo ed Eva ne furono cacciati, la gran parte di voi risponderebbe che c’era un solo albero, quello della conoscenza, e che i nostri progenitori furono cacciati per avere colto il suo frutto.  Eppure, nella Genesi è detto in tutta chiarezza che gli alberi erano due e che la cacciata fu perché non cogliessero i frutti dell’albero della vita strappando al creatore il segreto della creatività.

Due alberi, due traumi. La difficoltà a riconoscere l’esistenza dei due alberi è durata duemila anni e dura tutt’ora; quella della psicoanalisi a riconoscere l’esistenza di due traumi è durata solo cento e più anni e dura anch’essa tutt’ora.

E, dunque, la domanda: cosa sarebbe stata la storia della cultura dell’Occidente se questa non si fosse fermata di fronte a quella prima difficoltà? E cosa potrebbe essere la storia futura della psicoanalisi se questa giungesse a riconoscere il fatto, di una disarmante ovvietà, che i traumi sono due?

[1] In precedenza ve ne era stata una il 10 novembre scorso presso la “Libreria dei ragazzi” in P.zza Santa Cecilia a Roma. Se ne può leggere il resoconto in Internet:

https://antonelloarmando.wordpress.com/2017/11/30/resoconto-di-antonello-armando-della-presentazione-roma-10-novembre-2017-del-libro-il-trauma-dimenticato-linterpretazione-dei-sogni-nelle-psicoterapie-storia-teoria-tecnica/

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Resoconto della presentazione del libro “Il trauma dimenticato. L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica” (Roma 10/11/2017)

Foto presentazione

di Antonello Armando

Venerdì 10 novembre c’è stata una prima presentazione del libro mio  e di Marianna Bolko Il trauma dimenticato. L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica, presso la Nuova libreria dei ragazzi in piazza Santa Cecilia in Roma. Erano presenti poco più di venticinque persone. Tra loro l’editrice del libro Ilaria Angeli. Ha introdotto l’incontro Gabriella Armando, mia sorella, che è la proprietaria della libreria e la gestisce. Ha presentato il libro Goffredo Bartocci e prima di lui io e Marianna Bolko abbiamo voluto dare un’idea della storia che sta alle sue spalle. Sono seguiti alcuni  interventi. Gabriella, nella sua introduzione, ha ampliato l’idea di quella storia della quale noi avremmo parlato subito dopo. Lo ha fatto spiegando come mai un libro di saggistica psicoanalitica veniva presentato in un luogo apparentemente improprio e cioè in una libreria per ragazzi. Ha ricordato a questo proposito che la libreria era stata sede della Casa Editrice Nuove Edizioni Romane che dal 1977 al 2008 aveva avuto in catalogo sia libri per ragazzi che libri di psicoanalisi.  Libri questi ultimi, come ha detto in seguito, che avevano fatto capo per circa trent’anni al lavoro  e agli scritti di saggistica di Massimo Fagioli. Non sembrava dunque essere un caso se ora la sua vicenda professionale di editrice e libraia  si concludeva, per una imprevedibile coerenza della storia, proprio presentando nel suo bellissimo spazio un libro innovativo di psicoanalisi.

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Dopo di lei ha parlato Marianna Bolko. Dopo essersi presentata ripercorrendo le tappe dalla sua formazione di psichiatra e di psicoanalista (quest’ultima svoltasi nella Società svizzera di psicoanalisi e nel Seminario di Zurigo),  ha  detto quanto segue.

«Sono condirettrice della rivista Psicoterapia e Scienze Umane che l’anno scorso ha compiuto 50 anni. Tra i miei compiti vi è la lettura degli articoli che ci spediscono vari autori per la pubblicazione. Nel 2008 mi arriva un articolo dal titolo: “Un estremo mio desiderio: il tema del riconoscimento nelle lettere, nell’opera e nella vita di Machiavelli”. L’articolo mi attrae, è originale, mi piace. Decisi di farlo pubblicare in accordo con Pier Francesco Galli e Paolo Migone.  L’autore dell’articolo è Antonello Armando che allora non conoscevo. Nel 2009 lo invitiamo a fare una relazione al seminario internazionale di Bologna (titolo : “Dalla Nuova Atene a Tebe. Il trauma di Freud e secondo Freud”). Ci conosciamo. Entrambi siamo attratti dai sogni: cominciamo un epistolario prevalentemente onirico (nostri sogni e sogni dei nostri pazienti). Il nostro modo di interpretare i sogni era in contrasto con quello de “L’interpretazione dei sogni “ di Freud. Quattro o cinque  anni fa Antonello mi chiese di scrivere con lui un libro sui sogni. Dopo molte resistenze accettai (lui di Roma , io di Bologna , lui laureato in filosofia , io in medicina, lui di origini italiane, io slave e di cultura mitteleuropea. Ci incontriamo a Bologna, ciascuno con il proprio bagaglio di conoscenze. Cerchiamo di trovare  i punti convergenti. Antonello, tornato a Roma, scrive le prime 20 pagine e me le spedisce. Il mio compito è di leggere, correggere, segnalare le incongruenze, aggiungere e togliere. Più o meno dopo 40 giorni ci rincontriamo e ci confrontiamo sullo scritto: nuove aggiunte, alcuni tagli e la riscrittura di Antonello. Il testo cresce: ciò più o meno per quattro anni faticosamente, ma anche allegramente. Instancabilmente abbiamo lavorato, ossia suonato a due pianoforti tra convergenze, armonie e stonature. Oltre a Bologna i nostri incontri si svolgevano d’estate a Torre San Severo, sulle colline orvietane. Era il lavoro più produttivo e entusiasmante:  avevamo tempo, mente libera da impegni e uno splendido ambiente. Inoltre ci facevano compagnia e aiutavano gatti e cani che vivevano nei dintorni. Noi due nelle pause ci raccontavamo storie delle nostre vite. In uno di questi incontri estivi scoprimmo che nel luglio del 1969 eravamo tutti e due a Roma per il congresso internazionale di psicoanalisi : Antonello all’Hilton, io mi muovevo tra Hilton e la trattoria “Al Carlino” dove si svolgeva il Controcongresso del quale ero tra gli organizzatori. Mentre stavo dando i volantini d’invito per il Controcongresso per scuotere le “menti pietrificate” degli psicoanalisti di tutte le società psicoanalitiche afferenti alla  Società internazionale di psicoanalisi, vidi un giovane partecipante (aveva circa 30 anni, io 28, mentre gran parte degli psicoanalisti era d’età avanzata). Gli chiesi se sarebbe venuto al Carlino. Lui mi rispose molto gentilmente che “non lo interessava”   Pensai: E’ già ingabbiato”. Successivamente seppi che quel giovane (Antonello Armando) era stato espulso alcuni anni dopo dalla Società italiana di psicoanalisi. Questo ricordo in cui scoprimmo di esserci già incontrati diede spinta a nuovi pensieri e idee che si incontravano, scontravano, amalgamavano, frammentavano, sbriciolavano, riunivano creando nuove forme e contenuti. In un altro incontro abbiamo fantasticato che forse in un’altra vita precedente ci eravamo già conosciuti: questo incontro sarebbe avvenuto nel passaggio tra 1400 e 1500 a Firenze nel tempo di Leonardo e di Machiavelli.  Sempre durante questi incontri estivi, compresi cosa era la dissoluzione delle forme descritte da Leonardo nel suo “Trattato della pittura”. Dopo essere stata colpita dalla bellezza di un paesaggio mozzafiato, mi sembrò che le nuvole, il lago, gli alberi i fiori … tutto l’ambiente circostante subisse una decostruzione e trasformazione. Questa visione mi provocò un senso di spaesamento. Nei nostri discorsi passavamo dal Dreamtime alla logica più rigorosa e a scontri che producevano innovazioni e cambiamenti nel nostro testo che si arricchiva e allungava da giorno in giorno, di mese in mese, di anno  in anno.  Nell’autunno scorso decidemmo di finire».

Ho poi parlato io:

«Marianna ha ricordato che la scrittura di questo libro ha richiesto 4 anni. E’ vero, ma è anche vero che ne ha richiesti 42.

Essa ha infatti avuto inizio, senza averlo, nel 1969 quando ci siamo incontrati per la prima volta senza conoscerci. Come ha ricordato Marianna, accadde infatti che ella, allora giovane, si fosse avvicinata, nella sala di un hotel romano nella quale si teneva un Congresso di psicoanalisi, a un giovane che dovevo essere io, invitandolo a partecipare a quel Controcongresso del quale ella era uno dei protagonisti; e ne avesse ricevuto in risposta un cortese ma deludente “grazie non mi interessa”.

In realtà però la scrittura del libro ha avuto inizio anche prima di quel 1969,  quando ci eravamo incontrati non solo senza conoscerci, ma anche senza incontrarci.

Per cercare di spiegare questa strana affermazione vi leggo un brano di racconto di Franz Kafka che riportiamo nel libro. Narra di una scimmia civilizzata invitata da un’accademia scientifica a tenere una relazione sulla sua vita prima di diventare civilizzata. La scimmia dice di non poterlo fare ora che ha raggiunto un grado medio di istruzione di un Europeo e ne spiega così il motivo: “Eccellenti signori dell’accademia! Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia. In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito (…). Non avrei potuto raggiungere un grado medio di istruzione di un Europeo se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattato a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più. Se in un primo momento il ritorno mi era aperto attraverso un portale alto quanto il cielo sulla terra, in seguito, parallelamente alla mia evoluzione che proseguiva a colpi di frusta, esso divenne sempre più basso e più stretto; nel mondo degli uomini mi sentivo sempre più a mio agio, sempre più compreso; la tempesta che soffiava dal mio passato si calmò; oggi è solo una corrente d’aria che mi rinfresca i calcagni; e quel buco lontano, da cui questa corrente viene e attraverso il quale sono passato un tempo, è diventato così piccolo che, anche se avessi forza e volontà sufficienti per correre a ritroso fin laggiù, dovrei scorticarmi tutta la pelliccia per passarci attraverso. Tuttavia, un prurito al calcagno lo sente chiunque cammini sulla terra: il piccolo scimpanzé come il grande Achille”.

In che senso questo racconto può spiegare la mia affermazione che io e Marianna ci si sia incontrati senza incontraci prima di incontrarci senza conoscerci in quel 1969?

E’ perché ambedue avvertivamo quella corrente d’aria che rinfresca i calcagni, quel refolo di vento che sente chiunque cammini sulla terra.

Era senz’altro esso, levatosi per lei ben prima del 1969, a condurre Marianna in quell’anno a scompaginare quella che era l’espressione massima della cultura europea di cui parla il racconto.

In quanto al mio “non mi interessa” non sto a dire cosa significasse. Certo però anche qualcosa di diverso dall’adesione, che sembrava significare, a quella cultura se poco dopo lo stesso refolo di vento, levatosi anche per me ben prima, mi portò a volerla scompaginare tanto da venirne, come alcuni di voi sapranno, rifiutato e mandato in esilio.

Dopo esserci incontrati in quel 1969 senza conoscerci, io e Marianna ci separammo seguendo vie distinte e diverse. Avevamo però due cose in comune.

Per non farci scorticare, proseguimmo ambedue nell’acquisire, riuscendovi in una misura invero più che media, quella massima espressione della cultura europea.

Però, come la scimmia del racconto di Kafka, e certamente Kafka, continuammo a sentire nei calcagni il prurito di quel refolo di vento. A me veniva dalla mia passione per quanti nel 1500 avevano cercato di scompaginare la cultura media di un europeo di allora. A Marianna, dalla sua passione per fenomeni che costituivano scandalo per la cultura media di un europeo di ora.

Ci siamo incontrati di nuovo, come lei ha ricordato, molti anni dopo, a Firenze, nel 2008, quando lei, senza ancora conoscermi, lesse, e le piacque, un mio scritto su Machiavelli. E’ stato allora che quelle due passioni si sono incontrate per congiungersi poi nel progetto del libro che oggi teniamo a battesimo.

Il libro vorrebbe portare un refolo di vento che contribuisca a scompaginare la massima espressione della cultura europea, ad aprirvi, per usare un’espressione ricorrente nel recente libro di Goffredo Bartocci Visioni apocrife,  una “fessura”.

Forse è per questo che, una volta conclusa circa un anno fa la sua scrittura, non ha trovato presto casa ed ha dovuto essere deposto in una cesta di vimini a galleggiare nel fiume del tempo che scorreva veloce verso un destino di oblio, di dimenticanza.

Sarebbe accaduto se, come nei miti, non fosse apparsa una ninfa a raccoglierlo. Sia io che Marianna ricordiamo le parole convinte e consapevoli con le quali la dott.ssa Angeli, forse anche lei mossa e animata da quel refolo di vento,  lo trasse da quella cesta di vimini e lo accolse nella sua casa sottraendolo a quel destino e inviandolo per il mondo a dire, invero con ben poca speranza, di un oltre e di più della massima espressione della cultura media di un europeo. E’ stata lei a renderlo esistente. E quindi non v’è, credo, modo migliore per me di concludere che quello di rivolgerle un altrettanto convinto e consapevole grazie».

E’ toccato poi a Goffredo. Aveva preparato qualcosa da dire sui contenuti del libro, ma è stato pronto a rapportarsi alla situazione per lui inattesa creatasi con i due interventi che avevano preceduto. E’ andato a cercare, ed ha trovato e comunicato, un nesso tra la sua storia e la storia che io e Marianna avevamo raccontato. Ha ricordato come il Controcongresso, del quale ella era stata uno dei protagonisti, avesse in qualche misura stimolato me e un gruppo di colleghi dell’Istituto di psicoanalisi di Roma a pubblicare nel 1973 un libro, Il potere della psicoanalisi, che fece scandalo non solo in quell’Istituto. Ha raccontato poi come la lettura di quel libro fosse stata importante per lui: lo fece desistere dalla domanda di essere accolto come allievo dall’Istituto, la quale, una volta accolta, avrebbe significato per lui un percorso di vita diverso da quello poi seguito che lo ha portato ad immergersi in culture diverse da quella europea e, tra l’altro, a incontrare presso gli Aborigeni australiani quella dimensione del Dreamtime che in qualche modo ritrovava nel libro che era stato invitato a presentare.

Ha poi parlato del libro, in modo succinto ma ben mirato. Ha esordito leggendo le parole di Freud e di Schnitzler che figurano nella primissima pagina del libro e che qui riporto per chi non le conosca. Freud: «La tecnica dell’interpretazione onirica si impara facilmente seguendo le indicazioni e gli esempi da me forniti». Schnitzler: «A condurre nel buio della psiche ci sono più strade di quante possano mai sognarsi gli psicoanalisti. E addirittura là dove essi credono con troppa fretta di dovere addentrasi nel regno delle ombre, c’è ancora un sentiero che conduce nel bel mezzo del luminoso mondo interiore». Goffredo ha rilevato che queste parole dicono di due atteggiamenti opposti di fronte ai sogni e suggeriscono icasticamente l’orientamento complessivo del libro: quello di volersi allontanare dalla convinzione di Freud che il complesso di Edipo da lui formulato fornisse la chiave per accedere in modo facile e definitivo al significato dei sogni, per volgersi invece a cogliere significati inaccessibili con quella chiave. Goffredo ha poi sottolineato che gli autori non si sono limitati ad enunciare l’intenzione di allontanarsi dalla convinzione di Freud e di inoltrarsi nella direzione significata dalle parole di Schnitzler, ma hanno anche esposto nelle due parti del libro le condizioni necessarie per inoltrarvisi. Di qui l’importanza della seconda parte nella quale viene esposta una tecnica che consente di inoltrarsi in quella direzione senza cadere nell’arbitrarietà e smarrirsi in fantasticherie; una seconda parte – ha avvertito – che non va semplicemente letta, ma studiata. E’ passato poi a dire come l’esposizione di quella tecnica sia sostenuta dal discorso storico e teorico della prima parte. In particolare, ha insistito su quanto vi viene detto a proposito del trauma; e cioè che non esistono solo traumi che provocano ferite ma anche traumi che provocano ricchezza di emozioni. Ha rilevato come, benché ovvia, l’esistenza di questi traumi sia stata dimenticata dalla psicoanalisi e dalla psichiatria. Ed ha concluso, ritornando al suo discorso iniziale sul suo rapporto con libro, dicendo di come lo avesse sentito consonante con quanto aveva ricavato dalla sua esperienza di culture diverse da quella europea e di quanto ne avesse tratto per la sua ricerca sulla formazione del delirio.

Subito è intervenuta Caterina chiedendo della differenza tra sogno ricordato e sogno dimenticato. Marianna e Goffredo le hanno risposto dicendole che il sogno ricordato è spesso quello che può essere raccontato a qualcuno. E che altrettanto spesso in analisi accade però che il sognatore, per poterlo raccontare al qualcuno che è l’analista, se lo scriva, oggi spesso sul suo telefonino. e voglia leggero. Ma un sogno letto e un sogno ricordato non sono la stessa cosa. In quanto a me, ho fatto notare a Caterina che ella aveva usato lo stesso verbo, “dimenticare”, che figura nel titolo del libro e le ho suggerito che la distinzione da lei posta tra sogno ricordato e sogno dimenticato potrebbe essere la stessa che c’è tra le parole di Freud e quelle di Schnitzler, o tra la cultura media di un europeo e la corrente d’aria di cui parla Kafka.

E’ intervenuta poi Anna, ha ricordato come Freud abbia affermato che L’interpretazione dei sogni è sorta dalla sua autoanalisi definita “impresa eroica” da Jones la quale ha costituito il fondamento dell’intera teoria psicoanalitica. Ha chiesto poi perché nel libro non sia stata discussa questa affermazione di Freud.

E’ intervenuta Vilma a ricordare che non è così. Nel libro infatti si ricorda che Freud ha dato più versioni dell’inizio della sua autoanalisi, secondo una delle quali essa è subito successiva alla sua formulazione del complesso di Edipo sulla quale è fondata anche “L’interpretazione dei sogni”; la quale non va dunque compresa come fondata sull’autoanalisi, ma ne costituisce un momento. Vilma ha poi proseguito dicendo di avere trovato il libro assai più leggibile di altri miei precedenti scritti e dicendosi sicura che il merito di questa maggiore chiarezza va attribuito alla collaborazione con Marianna.

Nora si è ricollegata a queste parole di Vilma per chiedere a Marianna cosa lei avesse ricavato dalla collaborazione con Antonello ed ella ha risposto di avene ricavato, lei che veniva dagli studi di medicina, un arricchimento della sua cultura storica e filosofica

Gabriella ha voluto sapere che cosa intendessi io quando ho accennato all’interesse di Marianna per fenomeni che costituivano scandalo per la cultura media di un europeo e Marianna ha potuto così parlare dei suoi studi sui fenomeni paranormali portando anche qualche esempio che ha incuriosito la platea. Ancora Gabriella si è rivolta a Ilaria Angeli chiedendole come ella avesse reagito all’incontro con il libro e cosa l’avesse persuasa a pubblicarlo. Ilaria ha raccontato che quando ha visto il nome degli autori ha provato preoccupazione e rassicurazione. Preoccupazione le dava il mio nome in quanto sapeva delle mie vicende, della mia espulsione dalla Società psicoanalitica italiana, e temeva che pubblicando un libro di cui ero coautore avrebbe potuto inimicarsi quella Società con la quale ella intratteneva rapporti importanti per la casa editrice da lei guidata; il nome di Marianna, stimata professionista e condirettrice di una prestigiosa rivista riconosciuta anche negli ambienti dell’Istituzione psicoanalitica sebbene ad essi non legata, invece la rassicurava. A farla decidere per la pubblicazione non era stata però solo questa rassicurazione, ma anche il suo rifiuto di piegarsi a una presumibile interdizione, la sua determinazione a lasciare la sua editrice aperta a contributi che battessero vie inconsuete.

Così la presentazione del libro ha potuto chiudersi con un applauso rivolto a lei. L’ambiente raccolto, animato dalle chiazze di colore delle copertine dei libri, dai quadri alle pareti e dai burattini di Yves Legall, ha contribuito a creare una atmosfera di spontaneità e calore che non può essere resa in questo resoconto, ma che i presenti hanno poi potuto portare con se avendola essa avvicinati ai contenuti del libro più di quanto avrebbero potuto fare da sole parole dette.

IL TRAUMA DIMENTICATO – L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica

Luigi Antonello Armando – Marianna Bolko

Il libro si rivolge anzitutto a chi intende esercitare la professione di psicoanalista e di psicoterapeuta e a chi cerca risposta alla crisi della psicoanalisi evidenziata da due fenomeni: l’insuccesso dell’istituzione psicoanalitica nel ripensare un iter formativo di cui è stato detto che paralizza la mente; la frammentazione della psicoanalisi in più correnti fino alla perdita della sua identità.

Secondo gli autori è necessario chiedersi se le premesse di questi fenomeni non stiano nella teoria di Freud e nella formulazione del complesso edipico da lui posto come paradigma interpretativo dei sogni.

Gli psicoanalisti hanno oscillato tra la riconferma di quella formulazione e il suo rifiuto. Questo libro segue un percorso diverso e inedito. Non si chiede se quella formulazione sia scientificamente valida, ma quale sia la sua “realtà storica”, quale funzione abbia svolto nella storia personale di Freud vista nel contesto di una storia iniziata nel passaggio dal XV al XVI secolo.

Gli autori sostengono che essa corrisponde alla sua reazione al trauma indottogli dall’incontro con una cultura, comparsa in quel passaggio, che non scorgeva nella realtà psichica la sola commistione di sessualità e morte codificata con la formulazione del complesso. Questa non è qui intesa come appartenente al privato di Freud, ma come il momento in cui la storia della reazione a quella cultura giunge a colpire i sogni.

Quel trauma è stato dimenticato da Freud e dagli psicoanalisti. Gli autori partono da esso per ripensare l’iter formativo degli psicoanalisti e degli psicoterapeuti; per dare alla psicoanalisi una nuova identità; e per esporre una tecnica che permetta di cercare nei sogni significati non predefiniti dal paradigma freudiano. Ma anche per tentare di sottrarre i sogni, massima espressione della libertà degli esseri umani, all’intenzione tirannica di disciplinarli sottoponendoli a tale paradigma.

Luigi Antonello Armando già docente universitario e già membro della Società Psicoanalitica Italiana, è autore di numerose pubblicazioni (www.antonelloarmando.wordpress.com) e lavora come psicoanalista a Roma.

Marianna Bolko, psichiatra, co-direttrice della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, formatasi presso il Seminario Psicoanalitico di Zurigo, esercita come psicoanalista a Bologna dove coordina un gruppo di studio sull’adolescenza.

Il paese degli smeraldi

Recensione di T. Bucci in “Liberazione” 30 giugno 2008

 

Psichiatra eretico o capo d’una setta? Le voci critiche dei suoi pazienti raccolti in un libro da due psicoterapeuti presentato oggi. Il caso del dottor Fagioli. Un blog in rivolta contro l’analisi collettiva

C’è da scommetterci che farà discutere. Per almeno una comunità ristretta, quella che da una trentina d’anni gravita attorno allo psichiatra romano Massimo Fagioli – il fondatore dell’analisi collettiva – questo libro scatenerà un putiferio. Parliamo di un volume curato da Luigi Antonello Armando e Albertina Seta – psicoterapeuti di professione, ex docente di psicologia dinamica e psicologia generale il primo, psichiatra la seconda – che sarà da oggi nelle librerie col titolo Il paese degli smeraldi (edizioni Mimesis, pp. 256, euro 18). Il primo test ci sarà oggi alla presentazione ufficiale del libro con lo psichiatra Goffredo Bartocci, Piero Sansonetti e gli autori (ore 18, libreria Croce di Roma, Corso Vittorio Emanuele II, 156).
I due curatori hanno raccolto e sintetizzato le voci critiche di pazienti ed ex pazienti che hanno fatto esperienza di analisi collettiva con Massimo Fagioli. Ad essere più precisi il materiale consiste in circa tremila post apparsi sul sito internet di Antonello Armando (www.antonelloarmando.it), la gran parte dei quali risalenti agli ultimi due anni. Foss’anche solo per questo, la vicenda merita attenzione. Il paese degli smeraldi – il titolo è tratto da Il mago di Oz , celebre racconto fantastico di Frank Baum – è uno dei primi casi di libri nati da un blog, uno dei tanti forum di discussione nella Rete. Il che suona come una smentita delle profezie apocalittiche sulla scomparsa dell’oggetto-libro e sulla sua definitiva, destinale sostituzione ad opera di internet. L’esperienza qui dimostra che i mezzi di comunicazione si accavallano e si stimolano piuttosto che entrare in competizione in una sorta di gioco a somma zero in cui l’uno muore e l’altro vive.
Ma la materia scottante del volume curato da Antonello Armando e Albertina Seta è altra. In primo luogo perché il protagonista di cui si parla ha sempre fatto discutere (di sé). Sul suo conto si sono sovrapposti apologie e anatemi, professioni di fedeltà incondizionata e atti di abiura, fin da quando diede vita, negli anni Settanta, alla pratica dell’analisi collettiva che gli procurò l’espulsione dalla Società italiana di psicoanalisi. Iniziò con le sedute di psicoanalisi di gruppo all’Istituto di Psichiatria dell’Università La Sapienza di Roma, con numeri di frequentanti sull’ordine di diverse centinaia di persone. Poi le sedute si spostarono nel suo studio privato a Trastevere. Antifreudiano viscerale, tenace oppositore di Franco Basaglia – da lui considerato alla stregua di un “negazionista” della malattia mentale – Massimo Fagioli è stato via via celebrato da alcuni come il più radicale critico della “truffa freudiana”, il propiziatore di una rivoluzione nei rapporti personali dopo il fallimento delle grandi ideologie, da altri invece paragonato a un guru, a un affabulatore narcisista, all’iniziatore di una vera e propria setta. Basta dare un’occhiata ai post firmati da suoi (ex) pazienti per rendersene conto. C’è chi sul blog lo dipinge come un monarca che regna incontrastato nella sua “città di smeraldo” sui suoi devotissimi sudditi.
Certo, il materiale di cui è fatto il libro sono testimonianze di ex pazienti, racconti in presa diretta, punti di vista esposti al risentimento, opinioni parziali. Non è che la cosa sia sfuggita ai curatori. «La cautela d’obbligo nell’entrare ex abrupto dall’esterno anche in una qualsiasi relazione interpersonale che permette di evitare un’intrusione illegittima e forse molesta, diventa ancora maggiore se il rapporto è delicato come quello professionale tra un paziente e un terapeuta». Ma loro, i curatori, giurano d’aver fatto un lavoro serio, d’aver controllato la veridicità del materiale, d’aver fatto in modo da non permettere il riconoscimento delle persone. «Il fatto nuovo è che il materiale in questione non è comparso nell’ambito specialistico, in qualche modo ristretto degli addetti ai lavori, ma in forma pubblica, su un blog, alla portata di tutti». Ma come etichettare il contenuto dei blog? Fantasie, pettegolezzi, specchio fedele delle opinioni? «Quanto ai pettegolezzi, questa dizione in verità non ha trovato molti contenuti cui essere applicata: tutte le affermazioni che per il loro carattere di inattendibilità, parzialità, intenzione puramente denigratoria e pretestuosità potevano rientrare in questa categoria, sono state stigmatizzate da una decisa opposizione nel corso della discussione sul blog e poi espunte da questa raccolta».
Leggiamoli questi post, vediamolo “il punto di vista dei pazienti” che finora non ha trovato spazio, neppure come oggetto di studio. Piero: «… avevo problemi con la mia donna… Dopo un po’ mi ritrovai dal Maestro… Il primo impatto è stato sconvolgente: pensavo che avrei potuto parlare di me e della mia situazione di rapporto, non sapevo più cosa fare, avevo necessità e allo stesso tempo timore di una separazione che pure sentivo necessaria. Niente di questo: la prima interpretazione che ricevetti sentenziava che le mie difficoltà con quel rapporto non c’entravano con il mio malessere, ma che esso era dovuto all’uscita di non so quale delle decine di edizioni di non so quale libro del Maestro». “Frustrazione” e “rifiuto” – scrivono gli autori-curatori – sono due cardini della terapia fagioliana: il terapeuta rifiuta qualsiasi ruolo consolatorio nei confronti della sofferenza del paziente, come se della “negatività” di quest’ultimo non volesse neppure sentir parlare. «La frustrazione di tali dinamiche non avrebbe affatto distrutto quest’ultimo [il paziente], anzi lo avrebbe liberato da quanto gli impediva di realizzarsi pienamente come essere umano». Ecco il post di Barbara: «Ho letto i post e in un certo senso posso capire da dove arriva l’acredine di quanti criticano l’analisi collettiva… Persone prima portate sul palmo della mano e poi criticate aspramente. Mille volte ho pensato che io non avrei retto quel trattamento». Queste sono invece le parole di Rudra: «L’esperienza con questo tipo di psicoterapia fa terra bruciata su tutto il nostro passato: scelte, pensieri, relazioni amorose, amici, genitori. L’uomo vecchio deve essere buttato completamente nella spazzatura, disse un giorno il mio terapeuta. Da tutto ciò deriva, in chi non ha esaltazione cieca, una profonda reazione depressiva e sentimenti paranoici persecutori nei confronti di tutto ciò che appartiene al passato, a quella parte di passato che vive ancora nel presente (amici, genitori, scelte), alla costruzione del futuro». E’ il vero punctum dolens nella sequenza dei post, l’immagine – affascinante e terribile, a un tempo – dell’uomo nuovo che taglia ogni legame affettivo e che altri non ne avrà all’infuori della comunità elettiva. Ecco l’opinione di Nautilus: «Riconosco a Fagioli una trasformazione reale del mio modo di essere, soprattutto dei miei sogni e della mia sensibilità. Devo dire, però, che ci sono aspetti dell’analisi collettiva che non mi sono mai piaciuti, a partire da un certo modo di vivere “totalizzante” quest’esperienza, per non parlare dei continui, incessanti acquisti di libri, dvd, locandine, calendari, riviste e qualunque cosa nomini Fagioli». Altri scrivono del proprio rapporto con lo psichiatra che «presenterebbe caratteristiche che vanno al di là del transfert propriamente detto e rassomigliano piuttosto a un culto di ogni sua espressione nei più svariati campi».
Ma, appunto per questo, c’è da chiedersi: qual è il segreto dell’indubbia capacità d’attrazione del fagiolismo? Si può datare l’inizio della leggenda con la pubblicazione nel lontano 1972 di Istinto di morte e conoscenza con cui lo psichiatra prende definitivamente le distanze da Freud e dalla sua definizione dell’istinto di morte come tendenza a ritornare allo stato anteriore dell’inorganico. Fagioli butta a mare la psicoanalisi freudiana e costruisce la sua impalcatura sulla fantasia di annullare lo stato attuale e il presente verso un nuovo Sé, verso l’immagine fantastica di un Io all’origine della psiche umana. Elabora un linguaggio evocativo, parla di «inconscio mare calmo», dipinge ambienti amniotici. Ma la sua contestazione fa fuori anche l’analista freudiano, ai suoi occhi un “analista assente” che lascia parlare il paziente e non prende posizione. Le sue teorie funzionano come dispositivo di «contenimento e suggestione di una massa alla ricerca di un’ideologia che la compensasse dei fallimenti politici del ’68 e del ’77». Per tanti, orfani delle utopie rivoluzionarie, la pratica terapeutica di piccolo gruppo appare come una speranza di rapporti personali diversi e nuovi – nonostante ci sia di mezzo il proverbiale rifiuto dell’omosessualità. C’è un’aspettativa utopica che si trasferisce dal piano della politica a quello delle relazioni personali. Quasi una sorta di palingenesi dei rapporti affettivi per far piazza pulita di tutto quanto impedirebbe all’essere umano di realizzarsi in maniera autentica. Sono passati trent’anni e quell’eresia si è istituzionalizzata. Il fagiolismo ha le sue librerie, le sue riviste, le sue aule universitarie. Per qualcuno è una terapia in piena regola, altri preferiscono parlare di ideologia. C’è chi parla di transfert e chi di semplice carisma o eccessiva personalità del maestro.
Ma nel clamore che ha episodicamente accompagnato la figura di Massimo Fagioli c’è anche il suo rapporto con la politica, le sue discese in campo che ne hanno fatto nel chiacchiericcio mediatico un guru della sinistra radicale. E’ quasi superfluo far presente che nel blog una delle materie più dibattute sia la decisione di Fagioli di schierarsi (in passato) con Rifondazione comunista. Il suo rapporto – vero o presunto – con Bertinotti ha occupato intere paginate di giornali. Sempre lui, Massimo Fagioli, è stato in tempi più recenti, additato d’essere il vero ispiratore della scalata a “Liberazione”. Oggi però – è cronaca di questi giorni – lo psichiatra romano sembra aver trovato lidi a lui più congeniali, in quel di Chianciano dove s’è appena tenuta l’assise dei radicali e della sinistra radical-socialista del futuro. Da Pannella a Fagioli, da Paolo Cento agli orfani di Craxi, «è il momento di unire le forze – parole dello psichiatra sul quotidiano ecologista “Terra” di domenica scorsa – superando le identità politiche per ottenere un’altra eguaglianza, finora sempre negata: che la sanità di mente diventi un bene reale, possibile e condiviso. Perché la sofferenza non è solo fisica ma anche quella che deriva dalla malattia mentale». Caro Basaglia, non te ne sei accorto? Nella sinistra moderna del XXI secolo non c’è più spazio per i “negazionisti” della malattia mentale come te.

Principi senza padri e La ripetizione e la nascita

Intrevista-recensione di Irma Tomassi a Principi senza padri e a La ripetizione e la nascita. In: POL.it   2004

 

DOMANDA Lei ha recentemente pubblicato due libri: un’interpretazione de Il principe di Machiavelli e una raccolta di scritti (1961 — 2004) di storia della filosofia e della psicoterapia. Tra i due volumi si intuisce un possibile collegamento, che le chiederei di esplicitare; un collegamento suggerito dagli stessi due titoli, Principi senza padri e La ripetizione e la nascita.

RISPOSTA Machiavelli è presente in più saggi di La ripetizione e la nascita, a partire da quello del 1962 sulla melanconia degli Umanisti medicei, fino a Ritorno a Firenze del 1994. In quest’ultimo vi sono tutti i termini per rispondere a questa domanda. Posso tentare di riassumere. Il collegamento è questo: Machiavelli ha posto l’esigenza di una conoscenza del nuovo; ciò facendo ha provocato una crisi nel modo di pensare della tradizione; questa crisi si è espressa in reazioni di opposizione al nuovo che hanno assunto più forme e si sono succedute in una storia nel corso della quale l’impossibilità di sopprimere quell’esigenza è emersa più forte e si sono venuti anche realizzando condizioni e strumenti atti a soddisfarla; i saggi raccolti nel mio secondo libro si soffermano su alcuni momenti di questa storia.

In quanto al titolo, ha ragione: la metafora del principe senza padri con cui Machiavelli rappresenta il soggetto di questa conoscenza condensa in sé tanto il rifiuto della ripetizione quanto la tendenza verso il nuovo rappresentata elettivamente nell’immagine della nascita.

 

DOMANDA La ripetizione e la nascita implica quindi un suo particolare modo di vedere la storia: può dirci qualcosa in proposito e su perché in esso Machiavelli è così presente?

RISPOSTA In estrema sintesi, Platone afferma che lo Stato è il makrantropos, l’uomo visto in grande, nella totalità delle sue espressioni. Possiamo invece dire che il makrantropos è la storia. Ebbene, nel considerare la storia come amplificazione dell’uomo alla sua totalità, dobbiamo pensare che essa inizi, in senso se non altro mitico, con l’esigenza di una conoscenza capace di intendere quanto posto oltre la capacità dei cinque sensi senza cadere nel visionarismo. E’ un’esigenza emersa già in tempi lontani, ben prima di Machiavelli. Il saggio su De Martino riguarda il suo manifestarsi nel cosiddetto mondo magico e l’ultimo saggio, rievocando l’immagine dell’Aristotele perduto, ne indica la presenza nella filosofia classica. Avrei voluto parlare anche di Eraclito [Leggi], ma all’ultimo momento, per ragioni di spazio ho tolto, insieme ad altre, le pagine su di lui.

 

DOMANDA Sì, ma Machiavelli?

RISPOSTA Appunto, a guardare la storia come immagine amplificata dell’uomo, a cogliervi questo fattore primario dell’esigenza di una conoscenza capace di accedere alla realtà umana non materiale, Machiavelli costituisce un momento di estrema importanza, l’inizio della fase moderna della ricerca di quella conoscenza e di una correlata antropologia. La sua importanza è pari solo a quella di Cartesio, ma Cartesio costituisce, insieme alla religione della Controriforma e agli sviluppi della Riforma, uno dei due poli principali dell’opposizione a Machiavelli e a quella ricerca, quello del determinismo razionalistico, rappresenta ciò che nel libro chiamo “psicoterapia negativa”.

 

DOMANDA Perché individua questo movimento di ricerca in Machiavelli e non in altre espressioni del pensiero naturalistico del cinque-seicento come Bruno o Paracelso?

RISPOSTA Machiavelli è il primo nella storia moderna a proporre il problema della conoscenza nei termini che ho detto. Contemporaneo dei grandi scopritori di continenti, nel momento in cui si aprono nuovi mondi dice che vuole procedere verso “terre incognite”, esplorare nuovi orizzonti della conoscenza, un po’ come nella scena finale di Cuore di vetro (film di Herzog, ndr). Questo è il punto: lui formula un’idea di conoscenza che non corrisponde né a quella del razionalismo classico, né a quella religiosa, né a quella dell’Umanesimo, né a quella cartesiana: un principe senza padri, ossia una realtà umana che non si definisce attraverso una paternità certa, non è un’idea chiara e distinta. Egli ha formulato quell’idea con una forza che ha avuto un impatto unico nella storia e che ha fatto sì che fosse il pensatore più demonizzato.

Inoltre c’è il discorso della politica che è assente negli altri due autori richiamati. Il discorso sull’uguaglianza e sul proletariato, che si può riconoscere implicito nella metafora dei principi senza padri, è stato fatto da Machiavelli prima e più profondamente di Marx. Marx ha pensato l’uguaglianza degli uomini nei termini di uguaglianza di beni, economica, mentre Machiavelli parla di un’uguaglianza più profonda che si radica nella nascita e nella imprescindibile necessità per gli uomini di riconoscersi reciprocamente come uguali. E’ lui a introdurre l’idea del “vita mea, vita tua”.

 

DOMANDA Cosa pensa del Machiavelli visto da Gramsci? Ritiene che Gramsci, scrivendo su di lui, abbia inteso indicare al movimento comunista un cammino più rispettoso dell’interesse per l’uomo?

RISPOSTA Non so in che misura si possa dire che Gramsci abbia cercato e trovato in Machiavelli, e attraverso di lui proposto, un correttivo all’orientamento marxista e del partito, nel senso di invitarlo ad ampliare l’interesse per l’uomo. No, non lo penso proprio. Se anche c’era una vaga intenzione del genere, resta del tutto irrealizzata. Ben al contrario, a parte l’esiguità e la frammentarietà delle sue note su Machiavelli, e a parte il velo che poté costituire per lui nel leggerlo il filtro dell’opera di Sorel, ritengo che piuttosto si servì dell’idea bolscevica del partito per interpretare Machiavelli, svuotandolo così del suo significato storico e filosofico.

Gramsci coglie il discorso di Machiavelli sull’esigenza che una mentalità nuova venga a orientare la politica, ma lo trasforma in un discorso intellettuale, l’intellettuale collettivo. Il “principe al tutto nuovo” protagonista de Il principe, invece, e Machiavelli stesso, erano tutt’altro che intellettuali. Per capirlo basta leggere la sua corrispondenza con l’intellettuale Vettori o con quell’altro intellettuale che fu Guicciardini. L’intellettuale collettivo è, dal punto di vista di Machiavelli, una contraddizione in termini.

 

DOMANDA Lei propone un Machiavelli sostenitore dell’uguaglianza e del rispetto dell’uomo per l’uomo, ma come spiegarlo a chi è tuttora vittima di quello stravolgimento e volgarizzazione del suo pensiero che ne identificano l’opera con la sciagurata frase del “fine che giustifica i mezzi”? E ancora: c’è nella politica di oggi qualcosa che corrisponde a questo stravolgimento?

RISPOSTA Comprendere e valorizzare il significato storico di Machiavelli non significa trascurare aspetti problematici del suo pensiero, e dico problematici, non già contraddittori. Rispetto a quella specifica frase, posso dire due cose. La prima, ovvia, è richiamare al contesto; quella frase figura nel contesto di un discorso sul bene comune e va letta insieme all’altra che dice che un principe che faccia ciò che vuole è pazzo. Dice proprio così: è pazzo. Quella prima frase è stata letta e riproposta fuori contesto e per di più nell’ambito di un’interpretazione de Il principe per la quale questo sarebbe una serie di consigli rivolti a ogni tipo di principe sul come conquistare e mantenere il potere, interpretazione che, prima di essere completamente falsa, è stupida, ed è stata quella di Mussolini, Stalin e … Berlusconi.

Poi c’è un altro fatto. Il bene comune, la “qualche bontà” che sta all’inizio della storia, il riconoscersi come uguali, ciò che è fin dall’inizio e deve svilupparsi, viene sviluppandosi nella storia attraverso un processo che comprende una dialettica. L’uguaglianza si realizza attraverso l’affermazione dell’eccellenza. La realizzazione del fine dell’uguaglianza può comprendere un momento dialettico nell’affermazione dell’eccellenza, ma questo movimento esclude la pazzia. Come dire rispetto alla politica di oggi, cosa che può piacere agli psichiatri, che prima bisogna risolvere la pazzia, poi ci si può confrontare con il problema dei mezzi. Quello del fine che giustifica i mezzi è un pensiero potente, forse ancora da esplicitare e chiarire nel suo nesso con un ideale di sanità, ma non certo sufficiente a fare di Machiavelli, come fa ad esempio Leo Strauss, il “teorico del male”.

 

DOMANDA Perché i nostri lettori, psichiatri e operatori nel campo della salute mentale, dovrebbero interessarsi a queste cose?

RISPOSTA Una certa capacità di cogliere in modo corretto quanto sta oltre i cinque sensi e di rapportarsi al nuovo e di accoglierlo è il fattore essenziale della salute mentale. In questo senso credo che una conoscenza di quanto è avvenuto in passato rispetto a tale capacità sia indispensabile a chi opera in questo campo, sia tutt’altro che un corredo di erudizione.

 

DOMANDA Quando lei parla di capacità di conoscere il nuovo, di nascita, sembra evidente che ha presente la teoria di Fagioli cui fa spesso riferimento nel suo secondo libro. Può essere più esplicito sul collegamento tra la sua lettura di Machiavelli e quella teoria?

RISPOSTA Grosso modo l’idea di fondo è che l’esigenza di conoscenza posta da Machiavelli sia inconsapevolmente ripresa da quella teoria (…). Se non avessi incontrato Machiavelli forse non avrei potuto riconoscere nel 1970 quello che c’è di valido nel la teoria della nascita. Forse il segreto di quella che F. Corrao definì la mia “difesa a oltranza” di Fagioli sta qui: a differenza dei colleghi di allora, che per lo più erano medici, io avevo letto Machiavelli e lo avevo letto soprattutto dopo essermi distanziato dall’ontologia esistenzialista del nulla di cui tratta il primo saggio della raccolta, come se avessi intuito che la strada da percorrere, una volta smesso l’incantamento di quella ontologia, doveva ripartire da lui. Questo è molto interessante, perché c’è oggi chi sostiene l’opposto e sono i neocons americani, a partire da Leo Strauss: lui disse esplicitamente che Machiavelli porta al nichilismo esistenzialista. Ma questo è un discorso complesso. Più limitatamente, restando al mio secondo libro, rispondendo così ho voluto anche spiegare perché esso si apre con due saggi, rispettivamente del 1961 e del 1962, dedicati l’uno all’esistenzialismo e l’altro, in modo che diventa esplicito alla fine, a Machiavelli.

 

DOMANDA A proposito di distanziamento dall’esistenzialismo e dello scritto che ha appena citato. In quello scritto ci sono frasi come “il nulla non ha realtà propria (…) è un non vedere piuttosto che vedere il nulla”. Sta forse suggerendo che lei, fin dal 1961, aveva scoperto la “fantasia di sparizione”?

RISPOSTA Quelle frasi, a rileggerle oggi, sorprendono anche me .

 

DOMANDA A questo punto però si impone una domanda. Attualmente, sembra che lei abbia abbandonato la posizione di difensore a oltranza di Fagioli. Alcuni articoli di La ripetizione e la nascita, in particolare Storia, religione, scoperta e Considerazioni di un esegeta pigro, esprimono critiche e segnano una presa di distanza rispetto all’esperienza portata avanti con Massimo Fagioli. Cosa ha provocato questo cambiamento? Come lo spiega?

RISPOSTA Il mio rapporto con Fagioli dura dal 1967, e quella che è stata definita difesa ad oltranza c’è effettivamente stata e la rifarei. Essa era fondata su un dato fondamentale che era la comprensione. Ho sempre accettato quello che lui proponeva per averlo compreso. A un certo punto, che daterei dal 1989, e con un crescendo che ha raggiunto l’apice dieci anni dopo, sono cominciate ad apparire cose che non riuscivo più a comprendere; forse mi sono trovato di fronte a un mio invalicabile difetto di comprensione, ma io questo non posso né dirlo né assumerlo come una verità che mi trascende. Mi devo fondare sul fatto che ho dovuto cominciare a confrontarmi con cose che non capivo, e qui il discorso sarebbe lungo e in parte è stato fatto proprio in quei due articoli.

 

DOMANDA Quali cose?

RISPOSTA Alcune riguardano problemi teorici, o meglio di interpretazione della teoria, altre aspetti marginali della prassi.

Quanto alle prime c’è anzitutto, fin dal 1989, il problema della percezione delirante, o più esattamente della mia lettura dello scritto di Fagioli del 1962 su di essa. Tale lettura mi è stata contestata, ma non è questo il problema: il problema è che lo è stata in modo contraddittorio e parziale, perfino scorretto, in modo, appunto, che non capisco. Ma altro su questo non vorrei dire, comporterebbe un discorso troppo lungo e complesso; sono comunque certo che, se e quando la teoria di Fagioli verrà seriamente studiata da un pubblico più vasto di quello afferente ai seminari, si dovrà riparlare sia di quel suo scritto che della lettura che io ne ho data nel 1989 e nel 1999.

Poi c’è il problema dello storicismo. Quando negli anni settanta e ottanta sono stato da più parti additato come il “povero scemo” che si era fatto plagiare dal visionarismo di Fagioli, ho combattuto contro ciò con il metodo di dimostrare che non si trattava di visionarismo, ma di una proposizione teorica strutturata che giungeva a soddisfare un’esigenza radicata nella storia. Proprio quest’idea è svolta anche nell’altro mio libro del 1989, Storia della psicoanalisi in Italia. Questo è il mio storicismo. Bene, debbo dire che mi sono sentito togliere il terreno sotto i piedi dalla critica allo storicismo che appare nel 1999 da parte dello stesso Fagioli e che era già sottesa e implicita nella discussione del 1989 sulla percezione delirante. Posso anche ammettere che questa critica apre tutto un altro modo da quello che è stato il mio di rapportarsi alla teoria della nascita, ma è un modo che non mi appartiene, e che provoca in me una reazione di forte rifiuto.

 

DOMANDA Non crede in tal modo di riproporre la concezione di “scoperta” come mera conseguenza dell’accumulazione di contributi scientifici che è già stata demolita da Khun nel 1962?

RISPOSTA C’è questo rischio, ed è corrispettivo all’altro di pensare le scoperte come fatto esterno alla storia, come fatto religioso. Bisogna evitare ambedue le derive. Per ora sembra che il solo modo di farlo sia la dialettica, cioè il contenere l’un rischio correndo l’altro.

 

DOMANDA E i fatti marginali?

RISPOSTA Sono legati alla prassi . Non voglio entrare in dettagli perché non è mia intenzione fare denunce, ma segnalare problemi ineludibili che richiedono un’attenta elaborazione. Faccio quindi un solo esempio, traendolo, come è buon metodo, dal mio caso: è accaduto che i due miei articoli che ha citato siano stati proposti alla rivista “Il sogno della farfalla” dopo che io mi ero dimesso dalla sua direzione e siano stati rifiutati sulla base di una qualche diagnosi, come anche la mia insistenza sui problemi connessi all’interpretazione dell’articolo di Fagioli del 1962 sulla percezione delirante tende a essere liquidata come espressione di una mia fissazione. Ecco, qui ci sono due cose che non capisco. La prima è lo sconfinamento del giudizio diagnostico dai campi in cui è pertinente che, quando agito da tizio e da caio e non solo nell’esempio fatto, segnala e comprende il configurarsi di una sorta di psicocrazia. La seconda, visto che lei ha citato Khun, può essere detta con la sua terminologia: l’accantonamento, sulla base di una diagnosi o di altro, di quanto risulta anomalo rispetto a un paradigma rivoluzionario o alla prassi a esso connessa per concentrarsi esclusivamente su problemi la cui soluzione è già in esso scontata, e che lui chiama rompicapi, è indice di un cambiamento di rotta e di riflusso verso la scienza normale. Incontriamo qui il paradosso per cui nella storia di una teoria che pretende di fondare la scienza del nuovo compare il fatto che ogni segnalazione di quanto le abbia sapore di anomalia venga avvertito come pericolo e prestamente compreso come malattia, senza soppesare il rischio che ciò vanifichi la differenza posta tra “malattia” e “male”. Ma qui ancora una volta il discorso diventerebbe troppo lungo. In sintesi le dico, a proposito delle cose marginali che non condivido, che episodi come quelli che ho citato mi ricordano troppo acutamente quanto avveniva nella Società di Psicoanalisi negli anni ’60 e fu contestato in Il potere della psicoanalisi, mi sanno troppo di ripetizione.

 

DOMANDA Pensa che queste sue critiche possano inficiare la validità della teoria e della proposta di Fagioli?

RISPOSTA Può essere, forse, ma non è una cosa che io abbia pensato o oggi pensi. La teoria è una realtà con cui sono entrato in contatto dal 1970, sostanzialmente consegnata in testi pubblicati tra il ’72 e l’80, e per me rimane una fonte di chiarimenti importanti (…). Ma il tempo passa, le situazioni mutano, e sono intervenute problematiche che non erano presenti fino circa agli anni novanta, a motivo delle quali, voglio capovolgere così il senso della domanda, sono emerse posizioni e atteggiamenti non conciliabili con la teoria.

 

DOMANDA Può fare un accenno alle problematiche che sarebbero intervenute?

RISPOSTA Nei due saggi citati mi soffermo a lungo su questo. Qui è difficile riassumere e tanto più aggiungere. Molto in generale, posso accennare a due cose: una sono le inattese difficoltà e forse delusioni introdotte da una mutata situazione storica; l’altra è che lo stesso sviluppo dell’Analisi Collettiva ha introdotto problemi che ovviamente prima non c’erano. Uno certamente: l’inevitabile, anche se taciuta, istituzionalizzazione, problema cruciale, sia per gestire lo sviluppo attuale dell’articolazione tra cura formazione e ricerca, sia nella connessa prospettiva della trasmissione e conservazione. A me sembra che rispetto a ciò non vi sia stata una risposta adeguata. Forse si sono sottovalutate le conseguenze, anche in termini di immagine, di certe scelte. (…).

 

DOMANDA Lei insiste nel presentare il freudismo come sviluppo del razionalismo cartesiano. Però, a parte il fatto che Freud è stato sempre presentato come colui che ha riportato l’attenzione sull’irrazionale, le è stato contestato, in un convegno promosso da Fagioli (Napoli, 1999), che Freud non è razionalista, ma religioso.

RISPOSTA Il razionalismo cartesiano si è sempre portato dietro come un corpo morto la dipendenza dalla religione, contratta per ovvi motivi storici. Cartesio confessa nel Discorso sul metodo che il suo interesse per quanto è chiaro e distinto è subordinato alla necessità di non pestare i piedi alla religione, il che a quel tempo significava finire arrostiti. Nel Discorso sul metodo viene anche detto non già che la ragione risolve la religione, ma che lascia a essa la gestione delle idee che non sono chiare e distinte e il dominio su di esse, pensiero questo poi radicalizzato da Kant con la cosiddetta “teoria del doppio governo” messa a punto in rapporto a Leibniz. Se si tiene presente questa realtà globale del razionalismo, come, ripeto, il movimento che ha attuato un percorso attraverso le idee chiare e distinte, fecondo di fondamentali acquisizioni scientifiche, ma anche il movimento che ha potuto farlo sostenendo che del resto deve occuparsi la religione, non v’è alcuna contraddizione nel dire che Freud era razionalista e che era religioso. La critica che lei ricorda è fondata su un trucco: si sa bene che il razionalismo nasconde in sé un nucleo religioso, ma per comodità polemica si fa finta di non saperlo.

 

DOMANDA Pensa che accentuando la componente razionalistica del pensiero di Freud ne vengano sottovalutati gli aspetti religiosi, come ad esempio la demonologia, la credenza nel peccato originale, le idee innate, eccetera?

RISPOSTA Assolutamente no. Ho del resto già risposto a questa domanda: dicendo che il razionalismo include in sé una dipendenza dalla religione, dico ovviamente che include questi aspetti.

Però, pur comprendendo le sue domande su Fagioli, vorrei ricordale e sottolineare che La ripetizione e la nascita non è un libro su di lui. Vuole essere il documento di un percorso di ricerca nel cui ambito la sua teoria è un riferimento importante, ma non è tutto, è importante perché non è tutto.

 

DOMANDA Oltre agli scritti ai quali abbiamo accennato ce ne sono altri su Marx, su Kant, su Le Bon, su Boring, sulla psicologia sperimentale. Non posso chiederle di tutti. Mi incuriosisce però quello su Dewey: non è un autore di cui si parla molto. Perché si è interessato a lui?

RISPOSTA Mi ci sono speso anche molto: il saggio che lei dice è una sintesi assai parziale del lavoro che gli ho dedicato nel 1984. Inizialmente ero stato incuriosito dalle parole che lui usa, come sperimentalismo, strumentalismo, democrazia, esperienza, che mi sembravano avere un senso assai diverso da quello apparente. In La ripetizione e la nascita c’è anche un saggio su Kant, a proposito del quale parlo di “psicoterapia negativa”, con ciò intendendo uno sviluppo del determinismo cartesiano che persegue come proprio ideale e fine supremo l’eradicazione della nascita e di ogni interesse per la realtà non materiale. Il percorso di formazione del sistema deweyano è stato scientemente occultato: Dewey viene da Kant; egli esprime questo ideale di eradicazione nella formula della conoscenza come “riduzione dell’ignoto al noto”, come pura ripetizione: l’opposto della passione di Machiavelli per le “terre incognite” e per la “vaghezza” che lo attirava nelle donne.

Più in particolare, Dewey ha una notevole importanza nella storia della psicologia sperimentale e della stessa psichiatria. Egli vedeva nella psicologia fisiologica il metodo e la dimostrazione empirica dell’idealismo. Il suo scritto sull’arco riflesso dice che il vero fondatore del comportamentismo fu lui e non Watson, e che è difficile comprendere a fondo il significato storico, ideologico e politico della psichiatria dei vari DSM prescindendo da lui.

Infine, legato a tutto ciò, c’è il fatto politico. Intorno a Dewey la sinistra italiana, soprattutto quella socialista, ha consumato negli anni del dopoguerra uno dei più grossi equivoci della sua storia intellettuale. Lo ha assunto, proposto, seguito come alternativa al fascismo e a Gentile senza tenere conto che ne era, e non poteva non esserne, un ammiratore dichiarato, e senza accorgersi che era un idealista sulla cui formazione aveva gravato l’ossessiva presenza del cristianesimo evangelico della madre; peggio ancora, usava parole nuove e belle per dire cose vecchie e brutte. Lui dice che la democrazia è l’incarnazione dell’universale nell’individuale, che l’universale è il verbo cristiano rivelato e che l’incarnazione di questo universale deve investire ogni individuo. Non le ricorda niente questo? Non lo ritrova, in altri termini, tanto per chiudere il cerchio, nell’ideologia dei neocons di ascendenza straussiana e in certe esternazioni dell’attuale dirigenza americana?

Dunque non solo c’entra con la storia della psicoterapia, sia pure negativa, ma da un punto di vista più generale il suo studio è attualissimo. Gli strali della critica e l’accetta del rifiuto si sono rivolti a Marx, a Heidegger, a Freud, a Foucault, e va bene; ma la storia di questi giorni invita a riconsiderare la poca attenzione prestata a Dewey .

 

DOMANDA E adesso dopo questi due libri che ha intenzione di fare?

RISPOSTA Il percorso che ho seguito, le scelte che ho compiuto, sono fecondi di tanti motivi di riflessione e di ricerca. Di idee ne ho tante. Ora sto preparando uno scritto sulla corrispondenza di Machiavelli e sul suo rapporto con le donne, ovvero sulla sua ricerca di una certa “vaghezza” nel rapporto con le donne, che c’entra molto con Il principe e in generale con il suo modo di intendere e praticare la conoscenza.

 

DOMANDA Questo mi sembra un po’ troppo. Come donna, le devo ricordare che Machiavelli diceva che le donne bisogna… batterle e urtarle!

RISPOSTA Sì, certo, ma non voleva dire che bisogna picchiarle. La grande forza dei due verbi che lei correttamente riporta sta tutta nel dire della necessità di uno scontro durissimo e vitale per la conoscenza, da condursi sulla frontiera del nuovo.

 

DOMANDA Può dirmi qualcosa di più su questo, anche in riferimento al lavoro che sta progettando?

RISPOSTA Posso cercare di farlo servendomi di un veloce raffronto tra Machiavelli e Dante. I due autori che più di ogni altro hanno saputo usare la lingua italiana in modo che parlasse a tutto il mondo, in modo universale, sono stati loro. E’ noto che Machiavelli ammirava Dante; anzi, Dante era l’unico autore della tradizione di cui accettava l’autorità, ma anche la contrastava. Il suo mondo senza padri comprendeva il rifiuto esplicito dell’adozione della lingua di Dante come modello. Il punto in comune più significativo tra i due è la stretta connessione tra immagine della donna e immagine della città, tra innamoramento e passione politica; ma è anche il punto in cui meglio si può cogliere la distanza. Per farlo basta raffrontare l’algido splendore di Beatrice con la vaghezza della Barbera, l’esistere di Beatrice solo nell’assenza fatta dalla morte e l’esistere, fugace e tutto terreno, della Barbera, il rivolgersi della prima a uno solo e a nessuno, e il desiderio della Barbera di piacere a tutti, cosa stigmatizzata da quel bacchettone di Guicciardini, teorico della ripetizione.

 

DOMANDA E l’Angelica dell’ Orlando furioso?

RISPOSTA Non è Angelica la donna della nuova storia. Angelica è la donna di un rapporto perduto con la storia, di un consumato smarrimento della frontiera del nuovo. Le donne della nuova storia sono le sconosciute donne di Machiavelli: la Riccia, la Barbera, la Marescotta o quell’innominata verso la quale subito dopo la stesura de Il principe si dirigeva la sera attraverso il buio e il bosco.

 

DOMANDA Qui possiamo anche fermarci, non pensa?

RISPOSTA Certo, ma non prima di aver ringraziato lei e la direzione di POL.it per avermi aperto questa finestra.

Ponti passaggi pontefici

Recensione di A. di Nola “L’Unità” del 9. 01. 1985

La ricezione del concordato mussoliniano con la chiesa cattolica nell’art. 7 della nostra costituzione e la successiva legge del 25 marzo 1985 che invoca, aggravandone le conseguenze, il peso del concordato hanno creato nella scuola italiana una situazione insostenibile e ambigua. per un lato si ricorre alla finzione della libera scelta dell’insegnamento religioso (…) per un altro lato conferma e definitivamente sancisce la condizione privilegiata degli insegnanti di religione, delegandone la scelta e la nomina alle curie vescovili ed offrendo loro la facile occasione di un’assunzione senza concorso in un organismo statale e frequente passaggio dei fortunati ad altri insegnamenti cui generalmente hanno avuto accesso insegnanti che hanno lavorato attraverso lunghe e difficili preparazioni e prove altrettanto ardue e complesse. Ma, ciò che è più grave, le leggi indicate fanno riferimento ad un’attività integrativa per quegli alunni i quali, per l’appartenenza a religioni diverse da quella cattolica, o per vocazione laica delle famiglie hanno rifiutato intenzionalmente l’insegnamento del Cattolicesmo ridotto spesso a una banale apologia catechistica e raramente affidato a persone di più ampie vedute. Lo Stato, preoccupato con estrema cura dell’insegnamento cattolico e dei privilegi scandalosi degli insegnanti di tale materia,, ha trascurato totalmente l definizione delle materie alternative creando, in conseguenza giovani disoccupati durante le ore di religione o al massimo affidati arbitrariamente ad altri corsi.

E perciò diviene particolarmente significativo ed utile un breve volume di Luigi Antonello Armando (Passaggi ponti e pontefici. Trentadue esplorazioni nella religione, Lecce, Argo 1996, pp. 247). In esso l’autore con linguaggio riscattato da ogni complicazione e con un metodo facilitante la memorizzazione e l’apprendimento, dedica particolarmente ai ragazzi, ma anche a lutti coloro che sono interessati al tema, trentadue brevi saggi di storIa religiosa. Il contributo diviene importante in un momento storico come l’attuale nel quale al sempre crescente numero di laici si aggiunge l’immigrazione di popoli appartenenti alle più varie stirpi e culture. Finalmente, se questo libro, conte ci auguriamo, passerà nelle scuole, verranno meno i molti pregiudizi che trasformano la diversità in un motivo di emarginazione, fondato sulla supina ignoranza dei valori delle culture altre e ancora dipendente dal dettato hegeliano che solleva il Cristianesimo e la cultura occidentale al culmine di tutte le espressioni storiche degli altri popoli antichi ed attuali. D’altra parte i lettori impareranno ad individuare proprio nelle religioni una delle forme più patenti che sono alle radici dell’intolleranza. Nonostante la fondamentale dichiarazione di tolleranza verso il prossimo presente nei testi religiosi, resta indiscussa realtà che soprattutto le religioni monoteistiche, con la pretesa del loro esclusivismo e del possesso dl una verità Incontrovertibile, fondamentalmente predicano la non verità degli altri e quindi la necessità di convertirli e di piegarli anche con la violenza al proprio credo. Fatti questi che non si ascrivono soltanto ad remoto passato disseminato di “guerre di religione”, ma continuano fino ad oggi originando scontri omicidi fra gruppi religiosi, come nel caso dei Sikh e degli Indù in Oriente o come fra Musulmani sciiti e Mussulmani sunniti o, in tiri caso a noi prossimo, fra Protestanti e Cattolici in Irlanda.

Il libro indaga rapidamente sul Cristianesimo, sull’Ebraismo, sull’Islam, sul Buddismo e sulle altre religioni orientali, sulle credenze dei cosiddetti “primitivi”, per fermasi, infine, sulle religioni dell’antichità, estinte nel tempo.Va detto che è presente un’osservazione sulle religioni cosiddette popolari che appartengono di fatto alla maggior parte delle famiglie dalle quali provengono gli alunni. Oltre gli aspetti storici abilmente sintetizzati, l’autore tenta di spiegare la natura dei fenomeni più generali della vita religiosa dalla fede alla magia, al sacerdozio e, adeguandosi agli insegnamenti delle scuole laiche (…), espone il destino conclusivo delle varie religioni portato a declinare e a finire quando nell’uomo non circoleranno più oscure paure e quando il sapere scientifico dissolverà i miti che hanno tentato, in vario modo nel tempo, di dare un significato, alle origini delle cose e del mondo.

Tali acute osservazioni convincono della impellente necessità di introdurre nell’insegnamento scolastico, almeno come materia alternativa, l’insegnamento di Storia delle religioni che libera dalla provinciale ristrettezza dell’attuale insegnamento del solo Cattolicesimo. Ed è un compito che compete coatte urgente necessità al ministro della Pubblica istruzione e agli altri parlamentari, anche se si pone, con la medesima urgenza, la preparazione di una nuova generazione di docenti adatti che abbiano appreso nei corsi universitari la vera e propria Storia delle religioni e che non siamo stati soggetti di particolari storie religiose contrabbandate per storia generale della materia.

L’invenzione della pscicologia

Recensione di Mirella Capozzi in “Archivel internazionale d’histoire des sciences” vol . 40, 1990

Cosa s’intende comunemente per psicologia come scienza?S’intende un disciplina che studia i problemi della mente e che si è affrancata dalla filosofia grazie all’adozione del metodo sperimentale (p.24). Questo libro mostra come a tale adozione si attribuisca un valore di eccezionalità perché in essa si vede il segno della scoperta della nuova scienza psicologica, una scoperta che nei maculai accademici si fa ancora risalire al 1879, anno in cui Wilhelm Wundt, al pari di un eroe-fondatore, inaugurò il primo laboratorio di psicologia. Tuttavia – argomenta l’Autore – l’attribuzione a Wundt della scoperta di una psicologia sperimentale emancipata dalla filosofia è un falso, dal momento che è ormai riconosciuto che Wundtnon ha mai tagliato completamente i ponti che lo legavano all’Idealismo. Chi ha compiuto il falso? L’Autore risponde che questi fu Edwin Garrigues Boring (1886-1968), che pubblicò nel 1929 l’influente A History of Experimental Psychology. In breve, secondo l’Autore «non esiste una scoperta di Wundt del 1879, esiste la costruzione di una scoperta, costruzione fatta nel 1929» (p. 63).

Ciò stabilito, l’Autore applica il proprio metodo d’indagine «caratterizzato dall’intenzione di liberarsi dalla logica della storia delle idee e di riportare le idee all’esperienza […] nella prospettiva di una storia di soggetti» (p. 15). Conseguentemente, anziché trascurare l’esistenza del falso stesso – come sembrano fare coloro che riconoscono infondata l’analisi dell’opera di Wundt fatta da Boring –o limitarsi a scandalizzarsene, l’Autore studia il soggetto di quella falsa idea, ovvero Boring stesso.

Il caso Boring si rivela subito un caso speciale, almeno nel senso che i documenti analizzati dall’Autore mostrano chiaramente che Boring si rese conto di avere dato un’immagine incongrua del nascere della scienza della psicologia (pp. 41 ss) . Ma, come l’Autore argomenta esaurientemente, Boring non tolse l’incongruità eliminandone la causa, cioè la figura dell’Eroe-fondatore, ma si convinse che era la figura di Wundt a non essere eroica a sufficienza. Donde il tentativo di introdurre altri due eroi di sostegno (Darwin e Freud), nonché il ricorso ad un nuovo ingrediente apparentemente non-eroico nella fondazione della nuova scienza: lo Zeitgeist. Addirittura Boring giunse a ridurre il ruolo dell’Eroe-fondatore a quello di mero eroe eponimo del cambiamento. Ma nemmeno questa mossa teorica riuscì, secondo l’Autore, a far scomparire l’Eroe dalla spiegazione storica di Boring, poiché lo Zeitgeist da lui sempre invocato, non era in realtà che “un altro Eroe” dall’operato imperscrutabile al pari di quello dell’Eroe stesso (p. 58)

Come mai la consapevolezza di Boring dell’incongruità della sua spiegazione storica non provocò un radicale cambiamento della spiegazione stessa, ma venne vissuta come un “fastidio da eliminare”? (pp. 69-70). L’Autore risolve questo interrogativo con un resoconto e con un’interessante interpretazione della terapia analitica che Boring fece con Hanns Sachs. Di tale analisi Boring ebbe a dire che 1) fu motivata da un calo di produttività scientifica e da un senso di scontentezza di sé; 2) non raggiunse gli scopi per cui l’aveva intrapresa. L’Autore sostiene che l’analisi effettivamente fallì, ma non perché non riportò Boring a produrre – giacchè ciò è contraddetto dai fatti .bensì perché non seppe vedere un motivo di disagio celato nella produzione precedente (p. 101). E tale disagi secondo l’Autore era provocatodal rapporto di Boring con il proprio maestro Titchner, un rapporto che determinò in Boring la percezione di se stesso come di un storico sciocco, pedissequi e non creativo esecutore di idee teoriche del suo mestro-Eroe. L’analisi si configurò addirittura come un “tradimento” (p. 116) che non solo non liberò Boring dalla delusione cui il rapporto con Titchner lo aveva portato, ma lo fece ripiegare su una formulazione solo apparentemente diversa della fondazione eroica della scienza della psicologia. L’Autore sostiene comunque che Sachs non avrebbe potuto non fallire perché il problema di Boring era “un problema che Sachs non aveva risolto” (p. 123), cioè il problema del proprio rapporto con Freud. Donde, a parere dell’Autore, la riprova della costituzionale incapacità della dottrina freudiana a dare la maturità persino nei suoi maggiori rappresentanti.

Questo breve resoconto dovrebbe far comprendere che il lavoro recensito è a un tempo interessante e difficilmente classificabile: è un’indagine di storia della psicologia? E’ un report su un caso clinico (il caso di Boring)? E’ una denuncia dei danni provocati da un’analisi freudiana non solo sulla psiche di un certo individuo, ma sulla cultura, un danno tanto più grave quanto più questa cultura assume forme accademiche e si standardizza? Il libro è tutto questo. Ma quel che è certo è che le dichiarate intenzioni polemiche dell’Autore sono sostenute da una documentata indagine storica. Forse sarebbe stato opportuno sottolineare che tutta la vecchia storia della scienza, e dunque non solo Boring, tendeva a risolvere il compito dello storico nello studio dei grandi autori di scoperte epocali, dei loro precursori, nonché dei pionieri delle nuove discipline. In parte ciò viene implicitamente riconosciuto dall’Autore quando ricorda (p. 54) l’effetto che ebbe su Boring, come su tutta la storiografia scientifica, la lettura del saggio di Khun del 1962 sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche, in cui si poneva in discussione, appunto, la vecchia storiografia cumulativa. Ma si deve anche riconoscere che i documenti esaminati dall’Autore relativi ai rapporti di Boring con Titchner e Sachs gli forniscono ampio materiale a sostegno della sua telluri del caso di Boring come di un caso speciale nella storiografia scientifica, una lettura che è racchiusa nel primo sostantivo del titolo della monografia qui recensita ( e che stranamente l’Autore non adopera nello svolgimento del lavoro): invenzione. Giacché invenzione non significa solo scoperta, ma anche bugia, fandonia, falsità, e il caso che questo lavoro convincemente ci presenta è il caso di un’invenzione inventata, una falsa scoperta.