Giugno-Settembre 2021

Ho recensito su Psychiatryonline il film di Marco Bellocchio Marx può aspettare. Si trova a questo link. http://www.psychiatryonline.it/node/9283

Ho visto A single man diretto nel 2009 da Tom Ford e tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood. E’ ambientato a Los Angeles. Racconta di un omosessuale che perde il proprio compagno, con il quale convive da sedici anni, per un incidente di auto capitatogli mentre viaggiava per raggiungerlo. Sconvolto dalla notizia, cerca conforto andando a piangere tra le braccia di una donna con la quale aveva avuto una storia sedici anni prima a Londra, e che aveva lasciato per unirsi al compagno ora perduto. Non trova però tra quelle braccia sufficiente conforto. Pensa dunque che la vita abbia come solo futuro la morte e matura un’intenzione suicida. E’ un professore e comunica quel pensiero agli allievi. Dice loro che  la vita dei singoli è dominata dalla paura di quel futuro che incombe anche sull’umanità minacciata dalla catastrofe nucleare.

Di quale morte parla il protagonista? E’ come se un disturbo del pensiero lo inducesse a parlare, a un tempo e confondendole, della sua morte interiore e della sua morte reale; là dove questa starebbe a significargli  il momento del riscatto dalla sua morte interiore, il portale di accesso a un futuro, a una nuova vita che gli restituisse quella perduta.  

Gli si accosta un giovane allievo. Si dice sedotto dal fatto che nella lezione appena tenuta avesse dismesso le vesti accademiche per parlare di una paura abitualmente taciuta. Ma forse è sedotto anche da altro. Sia dal fatto che il professore gli avesse indicato nella morte reale un momento di riscatto da una morte interiore che l’allievo vedeva riflessa nell’indifferenza della sua bella e sensuale compagna; sia dalla presunzione di poter distrarre il professore dall’intenzione di darsi una morte reale. Tuttavia né la seduzione esercitata su di lui da questo giovane, né quella esercitata su di lui da un altro giovane disposto a prostituirsi, né il tentativo della sua ex compagna di ricondurlo a sé danzando di fronte a lui e trascinandolo a danzare con lei, distraggono il protagonista dalla sua  intenzione suicida. Continua a coltivarla sedotto a sua volta dal potere che gli conferiva di attrarre altri a sé.  Avrebbe continuato a farlo se la morte non lo avesse raggiunto all’improvviso, come a significare che a coltivare quell’intenzione si finiva in un vicolo cieco.

Il film è stato da molti considerato un bel film. In effetti ha una bellezza formale che riflette sia quella del mondo di oggetti entro il quale il protagonista si muove, sia la perfezione del suo vestire. Non è un caso che il regista abbia lavorato con Gucci e con Yves Saint Laurent ed abbia egli stesso ideato una linea di moda.  E’ però una bellezza che mi ricorda quella, definita “grande” senza esserlo, di un recente film di un regista italiano, intitolato appunto Una grande bellezza, che, al  pari di questo, trasmette un messaggio mortifero e confusivo.

Credo sia stato questo messaggio a farmi avvertire un certo malessere dopo avere visto il film. Per liberarmene mi è parso prioritario non dare per scontato che la perdita subita dal protagonista fosse dovuta all’incidente che ha provocato la morte del suo compagno e bisognasse piuttosto chiedersi cosa mai egli avesse in realtà perduto.

Le scene iniziali del film comprendono un dettaglio che ritengo significativo. Nell’apprendere la notizia della morte del compagno, il protagonista, con una mossa che sorprende chi gli sta comunicando la notizia, si preoccupa della sorte toccata a uno dei due cani che stavano nell’auto e che non era stato ritrovato insieme all’altro morto sul luogo dell’incidente. Gli viene risposto che non ve ne è nessuna traccia: dunque non è detto sia morto, è scomparso.

La cosa finisce lì. Nel seguito, il protagonista non compie alcun tentativo di ritrovarlo, né si può dire che lo ritrovi in un cane che incontra per caso e bacia, abbraccia e annusa, perché poteva essere che egli non vi vedesse quello scomparso, ma quello morto accanto al cadavere del compagno.

Era dunque questa la perdita subita dal protagonista? Non era quella del compagno, ma del cane scomparso in quanto scomparso? E’ stato seguendo la traccia di questo interrogativo che mi è affiorato il ricordo di un altro film, L’avventura, che Antonioni realizzò nel 1960. Anche in quel film si tratta di una perdita dovuta a una scomparsa. Non però di un cane, ma di una donna. Certo, neppure un cane è un cane. Potrebbe essere il feticcio di un bambino. Ma se una donna scompare non può più esservi un bambino, il posto che egli occupa in un rapporto resta vuoto e il bisogno di negare che lo sia illudendosi che sia pieno può far sì che venga preso da un cane.

1960-2009, cinquanta anni, un passaggio di secolo. In  questo lasso di tempo è dunque avvenuto che la scomparsa di una donna lasciasse posto alla scomparsa di un cane. Forse, allora, è stato per questo, non per altro, che dopo avere visto il film e partecipato al cineforum ho avvertito un certo malessere.

Il film è ricco di citazioni di altri film, ma tra questi non vi è quello di Antonioni. Non poteva esservi perché era stato dimenticato, era andato perduto. Dunque la perdita che il protagonista subisce e che lo porta a dire che la morte è il futuro  non è la perdita del suo compagno, ma quella di quel film. Del mondo di problemi, pensieri, affetti, desideri, attese, timori, sconfitte che Antonioni poteva ancora rappresentare cinquanta anni fa. Il suo film non si chiude con una morte improvvisa, ma con un pianto del suo ben diverso protagonista. Possiamo intenderlo come il pianto dovuto alla previsione di quanto sarebbe accaduto nei cinquanta anni a venire, e cioè che la scomparsa di una donna divenisse la scomparsa di un cane. E se quel pianto diceva che ella continuava a venire cercata, quella morte inaspettata dice che non vi è più ricerca, che ella non può più essere ritrovata e che non vi è più posto per alcun bambino.

Non poteva essere ritrovata nonostante ricomparisse nel film nell’immagine della donna lasciata dal protagonista sedici anni prima, nonostante ella danzasse di fronte a lui come a volerlo risvegliare da un sonno di morte in cui doveva essere caduto poco prima di lasciarla.

Al mio malessere deve avere contribuito anche il fatto che nessuno dei presenti al cineforum si sia interrogato su cosa fosse accaduto allora. Qualcosa doveva essere accaduto, poco prima che egli la lascasse perché egli potesse fare la scelta dell’omosessualità. Non era infatti nato interiormente morto, cioè con quel disturbo del pensiero che lo portava a ritenere che la morte reale, che è assenza di futuro, gli avrebbe dato un futuro nel quale sarebbe di nuovo stato interiormente vivo.  Né è detto che la sua scelta gli fosse predestinata, o che trovi spiegazione nella biologia, o che consegua liberamente all’inesistenza di un’identità di genere. Prima di concludere in uno di questi sensi bisogna chiedersi se essa non sia conseguita a una dinamica.

Forse era accaduto che la donna abbandonata dal protagonista avesse già danzato di fronte a lui  e l’avesse anche per un solo istante trascinato in una danza che lo aveva turbato e indotto a decidere di non lasciarsene turbare più, tanto meno sedici anni dopo.

Alcuni critici hanno richiamato l’attenzione sul fatto che la morte coglie il protagonista subito dopo che il giovane allievo aveva tentato di sedurlo e ravvivarlo mostrandogli il proprio corpo nudo, e ne hanno tratto che Eros è sempre accompagnato da Thanatos.  Thanatos però doveva essere intervenuto ben prima.  Non ad accompagnare Eros, ma a determinare nel protagonista la scomparsa dell’oggetto per lui attuale di Eros. Con la scomparsa di quell’oggetto doveva essergli  scomparso anche un sentire che quell’oggetto gli evocava e che lo manteneva vivo. Non doveva dunque essergli rimasta altra via di recuperare una parvenza di quel sentire se non la scelta omosessuale.

Il film è ricco di allusioni e rimandi significativi che debbo astenermi dal raccogliere. Avendo presente il suo insieme, mi viene piuttosto da dire che potrebbe essere recepito come se fosse una tragedia greca. Come se rappresentasse un percorso che priva il mondo degli oggetti di Eros e del sentire che essi inducono, per popolarlo di feticci che si susseguono ossessivamente e si accumulano senza poter  restituire quanto scomparso e perduto. Vi manca ed è mancato però il coro che nella tragedia greca induce la catarsi e apre alla nuova vita. Oppure è accaduto che una cultura, della quale il film è partecipe e che si è venuta affermando in questi ultimi cinquanta anni, abbia reso la voce del coro tanto flebile da avvicinarsi a non poter essere più avvertita e ascoltata. Forse, dopo tutto, è stato questo a farmi avvertire un certo malessere.

Leggo il romanzo di Paola Melis L’altra vita. L’Autrice dà prova di un bel coraggio a porre in excerpta al libro il Moloch delle parole di un esistenzialista – nihilista rumeno,  Emil Cioran,  che sentenziano l’inutilità di essere nati.  Al lettore può volerci un po’ per comprendere che si tratta di una dichiarazione di guerra. Lungi dal farle sue, l’Autrice deve averle poste lì per significare il proposito di demolire quel Moloch con la parabola del suo discorso.

Una parabola apparentemente semplice, che un lettore distratto potrebbe assimilare a quella di un romanzo rosa, ma ampia, complessa, nutrita di competenze non solo filosofiche, mediche e psicopatologiche, ma anche dovute alla personale esperienza di rapporti umani.

Nel primo tratto della parabola si viene a sapere in crescendo di una malformazione neonatale della protagonista, della sua infanzia ospedalizzata, di una madre indifferente, di nonni caritatevoli ma banali, di un padre incolore e distratto, di una conseguente multiforme patologia della protagonista stessa, del suo tentativo di vivificarsi adottando comportamenti borderline che la spingono nel nulla di un vuoto interiore. Questo crescendo raggiunge l’apice con la morte del fratellino: con essa viene infatti meno l’unica realtà che, senza che lei lo riconoscesse e che anzi negava, la legava alla vita. Non le resta ora altro che insistere nel tentativo di costruirsi, avvalendosi del “trauma assoluto” indottole dal suo disastroso passato, un’identità fittizia fondata sull’orgoglio di sentirsi unica sfortunata e reietta: un Cristo crocifisso o una Madonna dal cuore trafitto con lo sguardo rivolto al cielo ripetendo ossessivamente il ritornello dell’attesa di “un’altra vita” che non potrà venire mai.

Raggiunto l’apice di questa piena descrizione del Moloch, la parabola volge ora verso la sua demolizione. Cruciale il momento in cui la protagonista, nell’intenzione di avvelenare se stessa, avvelena la madre. Bisogna astrarsi dalla fattualità di questo momento e leggerlo come si leggono i sogni. Nella sua confusione mentale, uccidendo se stessa ella intendeva, senza averne coscienza, poter uccidere la madre che era in lei. Intendeva spurgarsi, per mezzo di un veleno, del veleno dell’indifferenza che aveva assorbito con il latte materno. E’ l’inizio di una salutare separazione interiore cui spontaneamente e necessariamente consegue la comparsa dell’immagine di una nascita possibile.

Quella separazione e quella connessa comparsa costituiscono però la condizione essenziale e prioritaria, ma non sufficiente,  di una risalita della protagonista dall’abisso del nulla in cui era precipitata e della demolizione del Moloch filosofico sotto il cui peso stava sepolta. Accade così che subito dopo entri nel suo mondo un’immagine virile. Mentre ella giace in un letto di ospedale tra la vita e la morte, a un passo dal definitivo nulla ed esibendo tutta la sua bruttezza, entra in scena un medico che si innamora di lei. Non è però un principe azzurro che viene a decretare il lieto fine di un romanzo rosa. Con il suo ingresso la parabola esplode in una ampiezza di significati che non possono essere raccolti e contenuti dall’intelletto, solo accennati.

Se si innamora di lei è perché sa che solo una donna che sa di essere brutta può lasciarsi costringere a diventare bella. Sa anche che soltanto strappando al nulla un altro da sé può liberarsi dal proprio nulla. Deve avere anche compreso che per liberarsene  non gli basta strappare gli altri alla morte grazie alla sua perizia di chirurgo.

Come accade in un rapporto analitico, e come non avrebbe potuto essere altrimenti, la protagonista lo cimenterà all’estremo per fallire e farlo fallire nel tentativo di riportarla a “questa” vita. E invero è difficile dire da dove egli tragga la forza di non crollare; forse dal fatto che la protagonista stessa lo soccorrerà una volta crollato. Insieme potranno accogliere quell’immagine di una nascita possibile diventata reale alla scomparsa dell’indifferenza materna, non a caso accaduta nel momento stesso del loro ritrovarsi.

Il fatto poi che il figlio in cui quell’immagine prende corpo, e del quale si prendono cura, non sia il loro figlio propone un messaggio di alto valore che ha il potere di demolire definitivamente il Moloch che sentenzia l’inutilità di essere nati. Sta infatti a dire che oltre la procreazione c’è la creatività; che su di essa è possibile costruirsi un’identità non più fondata sull’orgoglio di essere sfortunati e reietti per avere subito un trauma, per quanto “assoluto”; e che non c’è bisogno di volgere gli occhi al cielo in cerca di un’altra vita perché l’altra vita è quella che possiamo vivere se non le sfuggiamo e la sveliamo.

Il fatto che un’opera d’arte, un romanzo, un film non raccontino fatti, ma tentino di esporne il significato, li mette sullo stesso piano del sogno e legittima che vengano accostati allo stesso modo in cui si accostano i sogni.

L’altra vita è sempre questa vita, ciò che di essa ci sfugge, o non vediamo, o lasciamo scorrere via.

Un solo modo di recuperare magici momenti nei quali si è ascoltata musica: ascoltare musica, non però quella ascoltata in quei momenti.

Spesso la paura della morte si presenta quando si lascia un luogo abituale e sicuro ed è dovuta al timore di non disporre del tempo necessario  a soddisfare desideri  che non vengono avvertiti fintanto che si sta nel guscio di un luogo abituale e sicuro.

Il riso è un  affetto che sorge nell’improvviso trasformarsi in nulla della tensione di un’aspettativa.

Interpretare i sogni facendo uso delle nozioni apprese significa lasciare solo chi li racconta, rendersi a lui assente.

Ci sono cose che un pazzo non direbbe mai perché avrebbe paura di essere preso per pazzo.

Nell’insistenza della destra  non solo italiana ad ampliare la libertà di movimento ed aggregazione nonostante la pandemia vi è qualcosa di più dell’intenzione di privilegiare l’economia a scapito della salute. Vi è l’intenzione di mantenere costante il terrore indotto da tale presenza. La convinzione che il terrore indotto dalla presenza di un nemico sia lo strumento di potere e di governo dei pochi è sempre appartenuta ai preti e alle destre.  I primi hanno affidato la presenza del terrore alla costante presenza dell’idea della morte; i secondi alla presenza di nemici esterni visibili. Oggi è cambiato solo che non  c’è stato bisogno di creare il nemico perché è venuto da sé e che non è un nemico visibile, ma invisibile e dunque tale da accrescere il terrore.

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