Novembre e Dicembre 2019

Visto casualmente in TV un vecchio film su Leopardi, Il giovane meraviglioso. Melenso e lacrimoso, l’auto compiacimento, lo spleen, il fare della propria miseria un valore, suscitare pietà. Leopardi aveva cercato di portarci a guardare oltre i confini del quotidiano sentire. Il film lo fa rientrare entro i canoni di una sensibilità definita dalle fiction televisive.

Da un po’ di giorni due voci impostate e falsamente ispirate recitano più e più volte in TV L’infinito di Leopardi  con il risultato di banalizzarlo, di togliergli ogni possibilità di suscitare emozione e di rendermelo insopportabile.

Vedo in libreria una biografia di D’Annunzio: Maurizio Serra, L’immaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio. Fin dai tempi del liceo non ho avuto simpatia per lui; però mi sono detto “andiamo a vedere” e ho comprato il libro. Ne è valsa la spesa perché, a parte tutto, è un grande spaccato su un periodo della storia italiana.

A proposito di D’Annunzio, nulla di più pertinente di quelle parole di Bion: «A un emozione si sostituisce una non emozione che sembra un’emozione». Forse nulla di più pertinente anche per le molte donne che ebbero rapporto con lui: egli forniva loro una non emozione che sembrava l’emozione che esse avevano perduto. Non erano però né lui né loro ad averla persa, ma un’epoca in seguito a una lunga storia e contro cui a nulla era valso il tentativo fatto poco prima da Leopardi di riproporre l’emozione ricordando l’esistenza di infiniti mondi o degli «occhi  ridenti e fuggitivi» di una donna.

Anche l’entusiasmo per la guerra che tanti in quell’epoca condivisero con D’Annunzio rientra in questo fenomeno della disperata ricerca di qualcosa che sembra un’emozione, ma è una non emozione che consegue alla perdita della capacità di emozionarsi.

La quantità delle droghe assunte da D’Annunzio negli ultimi anni dà la misura del vuoto che lo ha accompagnato e che ha cercato di riempire con parole ampollose e vuote e con atti che gli facessero credere, e facessero credere, che aveva oltrepassato la norma nella quale stava chiuso.

Leggo il libro di Marco D’Eramo, Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo. Rende evidente e porta a coscienza un fenomeno che abbiamo sotto gli occhi: la distruzione dell’oggetto che attrae. Il caso emblematico di Venezia. Il processo di snaturamento di quartieri di città, come Trastevere a Roma, o di intere città, come appunto Venezia.

Un fenomeno a tutto campo. Tutto viene consumato: Leopardi, la bellezza delle città, la natura.

Vedo poi su Piazza pulita il servizio sui bambini di Taranto resi leucemici  dalla presenza dell’ILVA. Anche loro vengono consumati, lo Stato è come il Minotauro.

Visto il film di Polanski sul caso Dreyfus. Un modo di raccontare magistrale. Ma, a parte questo, e a parte i riferimenti autobiografici, mi ha ricordato un suo film degli anni settanta di cui a suo tempo molto si parlò: Rosemarie Baby. Una donna, per sfuggire al diavolo va a finire a cercare aiuto in qualcuno che non sembra il diavolo ma lo è. Nel film sul caso Dreyfus coloro da cui ti aspetti giustizia ti condannano. Cioè qui non è più “distruggiamo ciò che ci attrae”, ma “ciò che ci attrae ci distrugge”.

Roma è invasa dalle foglie cadute. Ostruiscono i tombini e, quando piove,  la città rischia l’allagamento. Con l’aria che tira, c’è chi potrebbe propone di risolvere il problema tagliando via tutti gli alberi della città.

Vengo criticato perché cerco di riportare il molteplice all’unità. Mi si dice che così privo delle loro caratteristiche i fenomeni che compongono il molteplice.

Facendo pulizia di vecchie carte trovo uno scritto che  doveva essere una tesina per l’esame di filosofia teoretica in cui mi ponevo il problema dell’unità dell’esperienza. In un modo acerbo e quanto mai astratto, ma me lo ponevo. Senza saperlo ho continuato sempre a pormelo. Chi sa cosa sto cercando di me.

Nel verbo “comprendere” è implicita l’idea dell’unità. “Comprendere” è raccogliere dentro, unificare. E’ fare l’esperienza del portare ad unità. Ci si sente frammentati, fatti di pezzi, tormentati quando non si riesce a trovare l’unità della propria esperienza.

Due chiacchiere con un amico. Ci chiediamo che rapporto c’è tra ricerca delle connessioni e ricerca dell’unità. Ogni connessione che trovi, ti volge a cercarne un’altra verso un orizzonte di unità.

In fondo la cura, se intendiamo la cura che porta alla guarigione, è la ricerca di una nuova unità cui ti spinge la perdita di una unità.

Sognato di stare incantato a guardare da una finestra il volo delle rondini. Ciò che mi incantava era che movimenti quanto mai divergenti, cambi di direzione improvvisi e inattesi, davano un senso di unità e di armonia.

Un amico è angosciato e vede tutto nero perché non riesce a comprendere quello che sta accadendo, e cioè l’ondata di sovranismo, populismo, intolleranza che sta disgregando il mondo in cui è vissuto e perché non riesce a immaginare il mondo che verrà. Non riesce a comprendere nella sua esperienza quanto sta accadendo, non riesce a stabilire un nesso tra la sua storia e la storia del mondo.

Un amico ha una visione della situazione attuale ancora più catastrofica della mia. Non sostiene solo che presto si aprirà sotto i nostri piedi un abisso. Sostiene anche che non ce ne rendiamo conto o che ce ne rendiamo conto ma non ci crediamo, così come gli Ebrei nella Germania di Hitler non si rendevano conto di quanto li attendeva oppure se ne rendevano conto ma non ci credevano.

Un amico mi dice che dalla ferita aperta da una perdita può scaturire una linfa vitale. Guai a volerla suturare. Ha ragione, ma lui è uno che vede il bicchiere sempre mezzo pieno.

Il rischio di sentirsi qualcuno per il fatto di essere nessuno.

C’è stato un video della presentazione del mio “Storicizzare Freud” agli studenti della Facoltà di Psicologia. Erano molti, ed è andata bene. Però vedendomi poi nel video mi è sembrato di vedere una persona che non  conoscevo. Insomma, mi illudevo di essere un po’ più giovane. By the way, il video, per chi voglia vederlo, sta su questo sito.

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