Aprile-Settembre 2019

Visto Cafarnao, un film di Nadine Labaki. Prima di essere un documento drammatico sulla miseria di un momento del nostro tempo, è un poema sull’infanzia. Le immagini dei due bambini, ma più ancora il loro modo di recitare, smentiscono meglio di ogni studio il mito del bambino come essere polimorfo perverso.

Visto il film di Pietro Marcello, Martin Eden tratto dall’omonimo romanzo di Jack London. Non conosco quel romanzo. Stando dunque al film, mi hanno colpito molte cose: la recitazione di Luca Marinelli nella parte di Martin Eden anche se a tratti cade nell’eccesso; la trasposizione dell’ambientazione da San Francisco a Napoli; il continuo richiamo al sogno per rivelare il senso della vicenda reale. Soprattutto però il reciproco innamoramento di Martin Eden e della giovane aristocratica francese. Cioè non propriamente l’innamoramento, ma perché avviene. Certo, lei è una bella donna, lui un bell’uomo. C’è attrazione sessuale, cosa che di sicuro non va disprezzata. Ma questo è un altro discorso, l’attrazione sessuale di per sé non porta all’innamoramento. Perché questo appaia è necessario che l’incontro avvenga in un contesto di speranza e di progetto di vita, come a cercare nell’altro/altra la realizzazione della speranza e del progetto. Nel caso del film quel contesto sta nelle aspirazioni del giovane marinaio, in ciò che significa per lui il suo voler diventare scrittore e in ciò che per la giovane aristocratica francese significa che egli voglia diventarlo.  E sullo sfondo c’è la speranza e il progetto di vita del Socialismo. E’ come se il film cogliesse ed esprimesse una legge generale dell’innamoramento. La legge per cui, affinché esso appaia, è necessario che l’uno rappresenti per l’altro la speranza di una vita possibile futura. E può rappresentarla se si dà il caso che insieme e contemporaneamente abbiano incontrato qualcosa che dice di questa speranza. Nel film il Socialismo. Ma già Paolo e Francesca si innamorarono leggendo un libro che diceva loro della speranza di una vita futura. Vettori si innamora di Costanza, cioè, come dice lui, “la vede co li ochi”, perché e quando, leggendo Il principe del suo amico e compare Machiavelli, aveva incontrato una speranza e un progetto di vita futura. Machiavelli stesso, nello scrivere quel libro che diceva di quella speranza e di quel progetto, si innamora della Barbera. Tra i due protagonisti de La leggerezza dell’essere di Kundera l’innamoramento appare sullo sfondo della Primavera di Praga. E, per venire a qualcosa che mi è vicino, come ho già raccontato altrove, dopo avere letto della speranza e del progetto di vita futura in un  libro, Il trauma dimenticato, un giovane sogna il suo primo amore; e una donna sogna una città fatta di oro etrusco nella quale aveva cercato il suo amore. Se avrò tempo e vita, vorrei capire e dire di più su questa “legge dell’innamoramento”.

Ancora su Martin Eden. La figura di un vecchio saggio disincantato. Mette in guardia Martin Eden dal suo innamoramento. Gli dice che esso presto svanirà. Che la giovane aristocratica lo abbandonerà. Che si rivelerà una “cretina”, cioè cretino lui per essersene innamorato. E che la sua unica salvezza sarà quella di dedicarsi a quel Socialismo senza il quale non si sarebbe innamorato. Non è che avesse torto. Però è anche vero che nel film il vecchio saggio sconta suicidandosi la pena di avere detto che la giovane aristocratica si sarebbe rivelata “cretina”, cioè tale  lui per essersene innamorato.

Leggo il bellissimo romanzo di Irène Némirovsky, Due. Innamoramenti  che finiscono tragicamente o malinconicamente perché apparsi fuori del contesto di una speranza e di un progetto di vita futura, come a colmarne il vuoto e a sostituirvi un’illusione.

Leggo il libro di Eissler, Uomo diventa lupo. In breve sostiene la tesi che l’uomo non nasce lupo, ma può diventarlo. Una tesi antibiblica, antifreudiana, non certo nuova; la sosteneva già, ad esempio, Rousseau. Eissler lo fa appoggiandosi molto a Jung della cui teoria degli archetipi dà un’interpretazione che a me è parsa, ma non so se lo è, originale, comunque interessante: non li intende come dati innati, ma come sedimentazioni nell’inconscio collettivo di esperienze storiche. Il pregio maggiore del libro sta nella sua insolita composizione: una breve conferenza accompagnata da un mare di note. Quel pregio sta appunto nelle note. Un mare di osservazioni e di notizie; vanno lette a salti, scegliendo là dove si ferma l’interesse di ciascuno.

Leggo su “la Repubblica”  un articolo di Vittorio Lingiardi, nuovo astro della psicoanalisi la cui voce quel giornale  pone da un po’ in buona compagnia con quella di Recalcati. E’ intitolato Ecco perché siamo ancora freudiani. Il solito panegirico dell’opera di Freud cui “la Repubblica” ci ha abituati da qualche decennio. L’articolo però una cosa giusta la dice. Sta nel titolo che, come risulta dal testo,  è una parafrasi di quello di un famoso articolo di Benedetto Croce: Perché non possiamo non dirci Cristiani. La cosa giusta che Lingiardi dice con quel suo titolo è dunque che la psicoanalisi è una religione. Però nel dire a quel modo quella cosa giusta è anche violento. Non scrive infatti “Ecco perché sono ancora freudiano”, ma perché “siamo”, cioè perché lo saremmo tutti. Quindi dovrei esserlo anch’io e quanti come me non lo sono.

Ripenso al libro di un amico di anni fa, Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte. Un collega mi aveva mandato un suo scritto in cui ripercorreva gli anni della sua formazione. Un po’ più attempato di me, attraversa nel suo racconto gli anni del Fascismo, della Repubblica di Salò, del dopoguerra. Il suo accenno alla Repubblica di Salò mi riporta alla mente quel libro e il suo autore, nato anche egli un po’ prima di me,  che nei suoi 18 anni aveva avuto anch’egli a che fare con quella Repubblica. Non si era però limitato, come il collega, a guardarla dall’esterno, vi aveva aderito ed aveva combattuto nelle file del suo esercito. Scampato alla sorte toccata poi a tanti suoi “camerati”, dopo molti anni passati all’estero, quando le acque si erano in Italia acquetate vi era tornato vivo. Intendo interiormente vivo grazie anche a una donna stupenda, pittrice di delicati quadri di immagini femminili alcuno dei quali ho in casa; ma anche grazie al suo macerarsi nel tentativo di comprendere un momento della sua vita che non gli apparteneva più e di curarsi dalla ferita che gli aveva lasciato. Per darsi ragione di quel suo momento e per curarsi della ferita che gli aveva lasciato scrisse quel libro. Ma quel libro più di tanto non lo curò. Né io allora seppi aiutarlo.

Forse non seppi aiutarlo perché avevo letto troppo Kirkegaard. Anche Kirkegaard, come il mio amico Carlo, andava a cercare la bella morte. Mi hanno invitato a parlare di religione e così mi sono rimesso a leggerlo. lo avevo molto letto nella mia tarda adolescenza senza averci capito molto, ma venendone comunque in qualche modo catturato. Mi catturavano la sua opposizione ad Hegel in nome del “Singolo” e il suo tentativo di comprendere e dare un senso al sacrificio di Isacco per mano del padre Abramo che cercava anche lui una bella morte,anche se non la propria, ma quella del figlio.

Il tentativo di Kirkegaard di dare un senso a quel sacrificio era disperato perché non poteva riuscirgli. E non poteva riuscirgli perché fondato su un qui pro quo. E  così fondato perché, scrivendo del sacrificio del figlio  che Abramo era disposto a compiere, non era di quel sacrificio che scriveva, ma di quello che egli stesso si era imposto di compiere per mano sua del suo rapporto con una donna, Regina Olsen, che, come Isacco per Abramo, era per lui la cosa più preziosa che avesse e che proprio per questo gli appariva «tremenda».

Un giorno Regina disse a Kirkegaard: «In fondo, io credo che tu sia pazzo». Il concetto di “abbandono” di Kirkegaard può essere accostato a quello di recettività? Forse sì. E se sì, possiamo dire che egli invidiava la capacità di Regina di abbandonarsi, di essere recettiva nei confronti di lui fino a comprendere la sua pazzia e le rispondeva con la propria pazzia, cioè opponendole quella che riteneva essere una maggiore capacità di abbandono e di recettività perché volta a un indefinito-assurdo che chiamava “Dio”.

Žižek, un filosofo da salotto e per di più da salotto francese. Non c’è disperazione in lui. Solo negromanzia. Va  a nozze con il pensiero freudiano sull’istinto di morte.

Non è il sonno della ragione, ma il suo essere troppo e troppo lucidamente desta a generare mostri.

Un amico mi contesta di andare sempre in cerca dell’unità e di non tenere conto dell’infinita complessità dei processi individuali e storici. Insomma, mi dice che tra cielo e terra ci sono più cose di quante io posso raccogliere  nel mio secchiello.  So che ha ragione e per un po’ mi avvilisco. Poi penso che tra cielo e terra ci deve essere anche posto per il mio giocare a raccogliere il mare dentro un secchiello.

Un altro amico critica la  mia presa di distanza dalla teoria freudiana del conflitto sostenendo che il conflitto può risolversi  nel trascendimento delle posizioni  in conflitto ed è la fonte dell’umana creatività. Ho creduto di potergli rispondere che la condizione di quel trascendimento non è compresa nel conflitto stesso e in nessuno dei suoi due termini, ma sta in qualcosa d’altro estraneo al conflitto. Ad esempio, gli ho detto, il conflitto tra me e te può essere risolto solo se entra in gioco qualcosa d’altro,  per esempio una comune volontà di intenderci.

Il conflitto non è tra esseri umani, ma tra il ricordo e l’oblio.

La perversione freudiana: il bambino soffre perché i genitori si amano o perché non si amano?

Le libere associazioni non sono altro che il risultato di una ricerca che il sognatore, quando tenta di comprendere un suo sogno da solo, conduce nel contesto della propria esperienza; quando invece tenta di comprendere il suo sogno in una situazione di analisi, conduce quella ricerca nel contesto dell’esperienza che condivide con l’analista.

Nel tentativo di comprendere alcuni miei sogni, mi rendo conto di cercare di trarre da loro qualcosa che mi aiuti a individuare e risolvere mie difficoltà presenti, cioè li guardo dal vertice di quelle difficoltà. Non è che sia del tutto sbagliato. Però chi sa cosa e quanto d’altro quei sogni invece diranno!

Se ci sarà una seconda edizione de Il trauma dimenticato, dovremo aggiungere qualche parola su un particolare tipo di sogni ingannevoli, quelli che sembrano belli, ma non lo sono.

Il maggior rischio che corre l’interprete che si avvale della visione bioculare, che è cioè disposto a cercare nei sogni non solo il conflitto ma anche il “bello” come condizione del suo superamento, non è quello di non scorgere il “bello” in un sogno che sembra brutto, ma  quello di lasciarsi sedurre da un sogno che sembra bello e mancare di riconoscere che è brutto.

Nei sogni belli si cela la massima insidia per l’interprete che si sia separato dal paradigma freudiano del complesso edipico e cerchi nei sogni il “bello”. Il paziente o la paziente possono saperlo e volerlo sedurre portandogli sogni belli. Egli può farsi ingannare dalla sua voglia di cogliere nei sogni il “bello”. Deve astenersi dal pensare di averlo subito trovato ed aspettare. Ad  esempio, una donna sogna di trovarsi sulla riva di un fiume accanto a un uomo, di accendere un fuoco e di mandare segnali di fumo. Sembra un sogno bello che dice di calore, di rapporto e di richiamo, addirittura di una emancipazione dell’umanità dal divino avvenuta con la scoperta del fuoco acceso dal rapporto uomo-donna. Però può essere anche un sogno fatto per sedurre l’analista. Questi deve aspettare, solo poi potrà sapere se è un sogno bello o se è … solo fumo.

Un altro esempio di sogno ingannevole di fronte al quale l’analista che è andato oltre il paradigma freudiano può soccombere è questo che ho sentito raccontare da un collega in un gruppo. Una donna tentata di rompere il rapporto con un uomo che non le era indifferente, come non lo era per lei il suo analista, sogna in una notte agitata di avere ritrovato un anello che aveva perduto. Sembra un sogno bello, sembra dire di un superamento di quella tentazione. Nella stessa seduta in cui ha raccontato il sogno, ella racconta però poi, con noncuranza e come per inciso, di essersi in quella notte masturbata. Non è dunque un sogno bello; perché se lo ha fatto prima  di quell’atto dice dell’annullamento del rapporto mediante quell’atto, se lo ha fatto dopo  dice della negazione dell’annullamento del rapporto mediante quell’atto.

A quella donna sarebbe stato possibile dire parafrasando Machiavelli: “La principessa che pensa di poter fare ciò che ella vuole, quando lo pensa è pazza”.

A proposito di masturbazione che tanti analisti trattano con superficialità ed allegria, hanno ragione i preti quando dicono che rende ciechi. Non però nel senso che intendono loro secondo cui l’atto stesso renderebbe ciechi, e fisicamente ciechi. Ma nel senso che nelle fantasticherie che accompagnano l’atto un fantasma dell’altro si  sostituisce alla sua realtà  e annulla la realtà mai facile del  rapporto con lui.

Una persona che sta male si rivolge di solito a un’altra con un’inconsapevole ambivalenza. Intende realizzare con l’altra un’uguaglianza, ma per realizzarla può o volere prendere dallo stare bene dell’altra di che stare bene anche lei, o volere che essa stia male come sta male lei. E’ la dinamica di fondo del rapporto analitico, ma anche di tanti rapporti interumani.

Il fatto che un rapporto non abbia un futuro non è un buon motivo perché non abbia, se può averlo, un presente.

Venire sedotti è vedere aprirsi un’apertura in uno spazio chiuso.

Quello che è stato resta senza bisogno di ricordarlo. Non bisogna rimanere abbarbicati al ricordo cosciente per paura che ciò che è stato scompaia nel nulla come l’astronauta di Odissea nello spazio. Se si dimentica forse ritorna.

Un fatto occasionale mi ha imposto di stare senza fumare per un mese e, dopo un mese, quando di nuovo potrei, non ne ho più voglia; e mi dispiace, come se avessi perso qualcosa.

Vivere è un continuo mentire: non possiamo vivere senza dare importanza alle cose che facciamo pur sapendo che non hanno alcuna importanza al di là di quella che attribuiamo loro.

Chi non è disposto a pagare il prezzo di future sofferenze non può accedere a momenti di gioia.

Il bue dice cornuto all’asino che in questo caso asino non è. Alla storica civile sentenza della Corte costituzionale  che, pur in specifici casi, depenalizza l’eutanasia, i preti rispondono che essa incrementa la cultura della morte. Proprio loro che con quella cultura si sono ingrassati.

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