La tempesta perfetta: dialogo tra uno storico e un amico spaesato in viaggio verso la Toscana

di Lugi Antonello Armando *

2019

Storico (S.) Guarda che non è questa la strada giusta per uscire dalla città e andare a godere un po’ di fresco tra le colline della Toscana e a cena in una piccola osteria che ho scoperto da poco. Così non arriveremo mai. Sei proprio imbranato, che hai per la testa? Sembri spaesato.

Amico spaesato (AS.) Non fare l’isterico come al tuo solito. Se vuoi guida tu e, se dobbiamo discutere, discutiamo di cose più serie.

S. Cosa di più serio che prendere la strada giusta per arrivare in tempo a una buona osteria?

AS. Non di solo pane vive l’uomo.

S. E di che altro vorresti che io ti facessi vivere?

AS. Un po’ spaesato lo sono, ma non per quello che hai detto. Non mi oriento su quanto sta accadendo nel nostro paese. Tempo fa ho visto un film di Wolfang Petersen, La tempesta perfetta. Racconta di un battello diretto verso una zona di mare che promette una pesca miracolosa. Il capitano, interpretato da George Clooney, nonostante rischi di imbattersi in una tempesta perfetta, non cambia rotta condannando al naufragio sé, equipaggio e battello. A detta di molti sembra stia accadendo qualcosa di simile in Italia; le due forze** oggi al governo sembrano andare incontro a una situazione che potrebbe comportare la frantumazione del paese in una molteplicità di borghi medioevali e quindi la fine della sua sopravvivenza, ma non cambiano rotta. Aiutami a capire se è perché non sono consapevoli del rischio, o non se ne curano.

S. Non se ne curano perché, come il capitano del tuo film, perseguono un fine miracoloso.

AS . Il fine di conservare le poltrone?

S. Questa, anche se può avere fondamento nelle ambizioni di alcuni, è una sciocchezza messa in campo da un’opposizione che, a corto di idee, sa solo esibire una propria presunta virtù. E’ piuttosto perché si sentono investiti della missione di raggiungere quel fine miracoloso che per una forza è la restaurazione dello stato di natura immaginato da Rousseau e per l’altra, quella del bel tempo antico.

AS. Cosa si aspettano da questa restaurazione?

S. Ti rispondo con una parola: sicurezza. Una sicurezza che va al di là di come essi la presentano. E, poiché l’insicurezza procede dai capricci della fortuna, cioè dagli imprevisti della natura e della storia e dai movimenti della psiche degli esseri umani, essi intendono fermare la storia e cambiare quegli esseri rendendoli prevedibili, come in parte prevedibili sono stati resi gli eventi della natura. Intendono realizzare il paradiso inventato di esseri umani senza storia.

AS. Cosa fa loro credere di poter evitare il rischio cui sembrano così andare incontro?

S. La mentalità magica.

AS. Cosa intendi?

S. Una mentalità che si nutre di tre credenze: nell’ esistenza di un luogo in cui la pesca miracolosa è possibile; nella possibilità di raggiungerlo in base a un’idea semplificata della politica come forza capace di dominare magicamente i processi nell’illusione, propria ad esempio di Robespierre e di Lenin, che un sovrano, se esercita sino in fondo la sua autorità, libero dai vincoli dello stato di diritto, possa costruire la storia fino a raggiungere quel luogo; nel poter contare sull’aiuto di entità immaginarie: una delle forze invoca la verginità della volontà popolare, l’altra le divinità della religione druidica , l’acqua sacra di un fiume, i santi del rosario, Padre Pio, la Madonna.

AS. Non mi sembra però si limitino a questo. Posto pure che il fine sia quello che dici tu, che si rifacciano a quell’idea della politica e contino su quell’aiuto, prendono provvedimenti concreti: sull’immigrazione, per i poveri, sulle pensioni, sulle tasse, e non solo.

S. Alcuni di quei provvedimenti avvicinano la tempesta perfetta. Ma tutti portano con sé la rappresentazione del fine miracoloso e sostengono la credenza di poterlo raggiungere: per esempio, il reddito di cittadinanza porta con sé la rappresentazione di un mondo in cui nessuno debba più chiedere e sostiene la credenza di potervi abitare; la diminuzione delle tasse porta con sé la credenza nella possibilità di un mondo in cui nessuno debba più dare e la sostiene.

AS. Cos’altro puoi dirmi su quei provvedimenti?

S. Equivalgono agli incantesimi, esorcismi, filtri, talismani e quant’altro con i quali chi è guidato dalla mentalità magica intende persuadere quelle entità ad obbedirgli in vista del fine e così trae dall’immaginazione del loro aiuto una convinzione di onnipotenza che ai suoi occhi rende inesistente il rischio. Per di più, alcuni di quei provvedimenti accennano alla necessità del pensiero magico di ricorrere alla violenza per fugare l’ombra di un’impotenza indotta da poteri ostili identificati in gruppi o persone da tacitare se non da eliminare.

AS. Mi stai parlando di un ritorno della credenza negli spiriti e nelle pratiche magiche? Pensi davvero che quelle forze siano orientate e guidate da una mentalità magica?

S. Sì.

AS. Non credi però che l’invocazione di entità immaginarie e il ricorso a tali pratiche conseguano a una razionale e cinica ricerca del consenso e che quindi quelle forze non obbediscano alla mentalità magica?

S. Questo è ciò che appare in superficie. Nella sostanza quella mentalità le fa sentire onnipotenti e dà loro la certezza di raggiungere il luogo della pesca miracolosa evitando la tempesta perfetta.

AS. Questo tuo modo di intendere finalità, motivazioni e operare di quelle due forze è inconsueto.

S. Lo so. Può sembrare che esso stesso si allontani dalla realtà. Chi cerca di comprendere quanto sta avvenendo considera per lo più il visibile e l’immediato. Per esempio, ritiene che il successo di quelle due forze sia dovuto alla loro promessa di liberare i più dalle paure e dai disagi. Non è che questo non vi sia. Non è però tutto. In generale, non si considerano altri fattori invisibili, ma sostanziali. Per esempio, la storiografia ha sottovalutato l’influenza delle credenze magiche nella genesi, negli orientamenti e nelle scelte di quanti hanno perseguito fino alla catastrofe la realizzazione del paradiso inventato del Terzo Reich.

AS. Se le cose stanno come dici, perché quelle due forze riscuotono ampio consenso?

S. Perché è oggi più che mai presente nella collettività una disposizione a pensare magicamente.
Quando noi eravamo giovani leggevamo Salgari. Grazie a lui soddisfacevamo magicamente la nostra esigenza di varcare i confini del consueto. I giovani di oggi, e non solo loro, non leggono più Salgari, dispongono di ben altro.

AS. Ti riferisci alle innumerevoli fiction che la televisione berlusconiana, imitata dalla pubblica, ha riversato e riversa nelle case, e a racconti come quelli della serie di Harry Potter o di Guerre stellari, e quant’altri, che hanno sostituito il tuo Salgari?

S. Anche, ma non solo. La storia offre numerosi esempi, anche recenti, di individui e movimenti che propongono una soluzione magica dei problemi di una collettività e che hanno incontrato consenso grazie a una diffusa disposizione a pensare magicamente. Tuttavia i progressi compiuti negli ultimi anni dalla tecnologia hanno aperto al pensiero magico spazi e tempi virtuali prima impensabili. Hanno permesso a molti di stare immersi in quegli spazi e tempi ben più a lungo e intensamente di quanto potevamo fare noi leggendo Salgari; e di ritenere di poter operare magicamente nella convinzione di essere onnipotenti. La rivoluzione elettronica è un momento decisivo nella conferma di tale convinzione. Essa moltiplica all’infinito velocità e quantità delle conoscenze e delle informazioni e delle loro operazioni applicative. Compie un passo formidabile nell’annullare la distanza tra reale e immaginario popolando i nostri cervelli e le nostre società di presenze aliene.

AS. Mi fai pensare a un altro vecchio film, L’invasione degli ultracorpi, di Don Siegel. Ma che intendi per presenze aliene?

S. Le false notizie che insistono sui mali della nostra società, e della cui diffusione vive ormai l’industria dell’informazione avvalendosi anche di quella rivoluzione, alimentano una paura collettiva come vi fu un tempo per la peste e per la presenza di untori dando spazio all’idea delirante di essere minacciati dall’invasione di alieni. A parte il fatto che tra gli esponenti delle due forze politiche c’è chi a quella invasione crede davvero, come alieni vengono vissuti i dati da quell’industria diffusi sul peggioramento dello statuto economico-sociale di molti, sui migranti, sui medicinali che ingurgitiamo, sugli elementi chimici che incorporiamo con il cibo, da cui reazioni isteriche come quella dei vegani e dei no vax. Tutto ciò genera uno stato di insicurezza individuale e collettiva che i nuovi profeti sfruttano e che può portare a una colossale esplosione d’aggressività.

AS. Ti piacciono i paradossi. Stai in sostanza sostenendo che a un massimo sviluppo di un aspetto della scienza si accompagna il massimo sviluppo della mentalità magica? Stai dicendo che, grazie alla scienza che pretendeva di averlo fatto svanire, è tornato e si è affermato il mondo degli spiriti?

S. Proprio così, ed è un paradosso da considerare attentamente. Nulla contro la scienza. Senza di lei, senza, ad esempio, i progressi della medicina, io e te probabilmente alla nostra veneranda età non staremmo qui a discorrere. Tuttavia non si può ignorare che la scienza è stata assunta dalla mentalità magica al proprio servizio come conseguenza dei suoi inizi.

AS. Cha intendi dire con questo?

S. L’origine storica della scienza moderna è segnata da una abiura e da una consapevole rinuncia: l’abiura con la quale Galileo accettò di non occuparsi di quanto non riguardasse il movimento dei corpi fisici e la consapevole rinuncia di Cartesio ad occuparsene. Questa abiura e questa rinuncia fecero proliferare la mentalità magica lasciata alla gestione della Chiesa. Poi, con il luterano Bacone, non fu più la Chiesa, ma la scienza stessa a farla proliferare. La scienza prospettò infatti la possibilità di un dominio umano sulla natura e fece maturare la convinzione di una potenziale onnipotenza umana che oggi si esprime in più forme.

AS. Per esempio?

S. Per esempio nell’attuale dibattito sulla richiesta delle coppie omosessuali di poter avere figli, la quale sottende la negazione onnipotente della loro impossibilità di generare. E’ una possibilità che due individui dello stesso sesso possono credere di avere solo magicamente trovando a ciò supporto nella scienza, nei grandi, e di per sé irrinunciabili, sviluppi delle biotecnologie. Però non voglio trascinarti in una sfida al politicamente corretto. Lascia piuttosto ti dica che anche altri fenomeni, oltre ai suddetti recenti progressi dell’elettronica e delle biotecnologie, hanno contribuito all’attuale potenziamento della disponibilità a pensare magicamente.

AS. Mi interessa,ti ascolto.

S. Alcuni non sono specifici della realtà italiana. Sorti altrove e ampiamente diffusi, si riversano nella nostra realtà nazionale incidendovi. Altri le sono invece specifici.

AS. Dimmi intanto dei primi.

S. Nel mondo anglosassone, in particolare negli USA, la democrazia liberale si è svolta nel proliferare della rivendicazione dei diritti umani e civili che ha portato con sé l’affermarsi di un’etica buonista e la corrosione del principio di autorità. Per esempio, negli USA un gruppo di suore contesta l’attuale pontefice per la sua apertura alle donne di spazi nelle gerarchie ecclesiastiche: dentro la Chiesa si contesta la massima autorità della Chiesa! E quelle suore non sono le sole a farlo.

AS. Forse lo fanno in nome di un altro principio di autorità. Per esempio, quello della Bibbia che assegna un ruolo subordinato alle donne.

S. Lascia perdere, con quell’esempio volevo solo dirti a che punto è giunta la corrosione del principio di autorità; è giunta ad infilarsi dove meno ci si aspetterebbe, dove per secoli è stata assente.

AS. Capisco. Però che c’entra la corrosione del principio di autorità con l’affermarsi della mentalità magica?

S. Quella corrosione è come una valanga che precipitando aumenta di volume fino ad investire e travolgere l’autorità della realtà.

AS. Potresti essere frainteso e essere accusato anche tu di nostalgia per il bel tempo antico in cui la libertà di pensare e desiderare era impedita. Chiariscimi dunque che intendi per autorità della realtà.

S. In parte ti ho già risposto. Quell’autorità afferma che la sicurezza perseguita e promessa non solo dalle due forze oggi al governo non è possibile; che non esiste un mondo in cui la fortuna non faccia più capricci, non vari, e non vi sia più la dialettica del chiedere e del dare. Parafrasando Shakespeare, tra cielo e terra vi sono più cose di quante la ragione possa pensare e la mentalità magica immaginare. La crisi dell’autorità della realtà dà alla mentalità magica uno spazio ancora più ampio di quello datole dai progressi della tecnologia. Tra quella crisi e la mentalità magica si crea una sorta di alleanza. Si incrementano a vicenda in un circolo vizioso. Ma altri fattori non specificamente italiani contribuiscono a potenziare la disponibilità a pensare magicamente minando l’autorità della realtà.

AC. A cosa ti riferisci?

S. A un fenomeno che ha avuto origine anch’esso negli USA come ultima espressione del pensiero liberal-democatico. L’affermarsi di un’etica buonista e la corrosione dell’ autorità della realtà si sono sviluppati nel fenomeno del politicamente corretto. Nella convinzione che l’igiene delle parole basti a cambiare le cose e ad assicurare i diritti umani e civili nel proliferare della cui rivendicazione quel pensiero si è svolto. I sostenitori del politicamente corretto sembrano non sapere che chiamare un negro “afroamericano”, o un handicappato “diversamente abile”, o un omosessuale “gay”, o sconsigliare lo studio o la rappresentazione di testi classici che potrebbero recare offesa ai diritti rivendicati da qualche gruppo, non cambierà la condizione di questi soggetti. L’igiene delle parole fa capo a una mentalità magica e la incrementa. Conduce all’annullamento del diverso, dell’altro da sé, di tutte le cose tra cielo e terra che stanno oltre la ragione e l’immaginazione. Anche perché si accompagna a un altro fenomeno che attinge a fonti diverse dal pensiero liberal-democratico.

AS. Quale fenomeno?

S. Vive negli USA una tradizione di pensiero che possiamo chiamare “illiberal-democratica”. Fa capo alle radici protestanti della società americana. Ha trovato per tempo una forte e strutturata formulazione in un pensatore che ha esercitato la sua influenza anche in Italia. Mi riferisco a John Dewey e alla sua idea della democrazia come “organismo” in cui tutto è compreso, cioè come una sorta di paradiso terrestre da raggiungere grazie all’espulsione e all’annullamento di ciò che non può esservi compreso, e da realizzarsi sia con atti che, appunto, con parole. Dewey sosteneva che un’idea diventa un fatto quando diventa condivisa da tutti grazie ad atti e parole.

AS. Sarebbe come legittimare quello che può essere un delirio personale trasformandolo in un delirio culturale?

S. Possiamo dire così se intendi per tale un’idea delirante che diventa asintomatica per essere condivisa da tutto un gruppo. Potrai trovarne da solo numerosi esempi. Uno, vicino a noi, al momento meno tragico di altri, è quello per cui un ampio gruppo di persone condivide l’idea che la sicurezza del nostro paese stia nella chiusura dei suoi porti.

AS. Ma, per quel poco che so di filosofia, torni qui con i tuoi paradossi. Proponi un’immagine di quel pensatore totalmente distante dall’immagine accreditata e inoltre chiami in causa una figura di molto tempo fa completamente dimenticata e priva di incidenza sul presente. Il suo pensiero aveva inoltre una forte e determinante matrice religiosa, magari continuata con la presidenza del secondo Bush che asseriva di parlare con Dio, ma venuta poi meno con il populismo di Trump.

S. Hai ragione nel segnalare la differenza tra religione, intendo nel caso una delle versioni istituzionali del Cristianesimo, e populismo. Tuttavia un nesso c’è e sta nel comune perseguimento del fine della fine storia; tanto che chi ama i paradossi potrebbe giungere a sostenere che il populismo è una versione aggiornata di quella religione. Lasciando però da parte questo discorso difficile e insidioso, che quell’immagine di Dewey sia distante lo so, ma ciò non significa che non sia fondata. Circa poi a trattarsi di una figura dimenticata e priva di incidenza, per quanto indiretta, sul presente, non lo è più di tanto, se consideri che la sua idea di una democrazia che nasconde nella parola stessa con cui si designa una vocazione totalitaria, è proseguita e si è svolta nelle attuali correnti del Neoconservatorismo americano. In tali correnti la fiducia riposta nella magia delle parole dall’approdo della democrazia liberale alla pratica del politicamente coretto è ritornata potenziata ed esplicita nella teorizzazione delle “nobili bugie” come essenziale strumento della politica.

AS. Sembrerebbe non vi sia alcunché di nuovo sotto il sole. L’uso della magia delle parole non era forse già noto ad alcuni Sofisti nell’antica Grecia?

S. Certo, e allora trovò l’opposizione di Socrate che sta all’origine della democrazia come metodo di risoluzione dei conflitti attraverso la dialettica dei diversi e dunque come metodo di inclusione anziché di esclusione. Un’opposizione che, detto per inciso e facendo i debiti scongiuri, egli pagò con la morte. Tuttavia tale uso, grazie anche in questo caso ai progressi della tecnologia, ha assunto una forza incisiva e pervasiva impensabile non solo al tempo di quei Sofisti, ma neppure a quello, pur recente, in cui le nobili bugie sono state teorizzate.

AS. Cosa hai in mente?

S. Le cosiddette fake news. Il fatto che la cultura del politicamente corretto, sorta dalla democrazia liberale americana e rafforzata dalla democrazia illiberale americana, ha trovato nella possibilità di diffusione assicurata da quei progressi alle nobili bugie, divenute poi fake news, quanto le ha dato l’inedita forza di investire in modo pervasivo e globale anche terreni come la vita culturale e artistica e la ricerca storica.

AS. Puoi farmi qualche esempio?

S. Come era già accaduto con la Controriforma, si affaccia la tendenza a “disciplinare” l’arte. Vuoi un esempio? E’ sembrato a tal fine legittimo, anzi encomiabile, correggere l’opera di un artista capovolgendo il finale della Carmen di Bizet, e togliendo senso al modo in cui Bizet aveva pensato il dramma su cui aveva costruito la sua musica. Anche che Bizet avesse prodotto un’opera che non aveva prodotto è una fake news grazie alla quale il politicamente corretto rafforza la mentalità magica dandole la vittoria sulla realtà della complessità e della possibile drammaticità delle vite.

AS. E per quanto riguarda la ricerca storica?

S. C’è la tendenza a escludere dall’esistente, per mezzo delle nobili bugie divenute fake news, ciò che è storicamente vero; a sostituirlo con la ragion politica del politicamente corretto. Vuoi anche qui un esempio? Pensa all’abolizione negli USA delle celebrazioni per il Colombus Day. Colombo, scoprendo l’America, ha contribuito a segnare la storia umana successiva. I costi sono stati elevati, come in ogni vicenda storica, basti dire della distruzione delle civiltà e delle popolazioni autoctone. Ma ciò non ci legittima a dimenticare, facendone un falò, tutte le testimonianze più imbarazzanti o meno encomiabili del percorso che le nostre società hanno fatto. Come anche le testimonianze storiche di quanto importante e valido è apparso lungo quel percorso. Questa tendenza a distruggere la memoria storica è un fattore essenziale della corrosione dell’autorità della realtà e dell’affermarsi della disposizione a pensare magicamente.

AS. Ti stai riferendo anche all’abbattimento del numero delle cattedre di storia nelle Università italiane contro il quale si è levata una protesta, e alla riduzione delle ore dedicate allo studio della storia nelle scuole superiori?

S. Sì, e fai bene a ricordarmelo. E’ un potente e consapevole contributo all’affermarsi della disposizione a pensare magicamente.

AS. Mi fai venire in mente la psichiatria, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, redatto dalla American Psychiatric Association, che se ne viene impossessando. Anche lì vige l’intenzione di racchiudere e nascondere la realtà della cosa nella potenza magica di un nome. Per non parlare delle neuroscienze. Anche nel loro caso è essenziale distinguere. Si può essere entusiasti per le loro acquisizioni. Credo però non sia da sottovalutare il potente supporto che offrono al pensiero magico. Vengono infatti anche utilizzate per pensare e prospettare come possibile un controllo onnipotente su quella che abbiamo chiamato realtà psichica; un controllo che passa per il paradosso di rendere quella realtà inesistente dopo averla data per inesistente.

S. Sì, puoi metterci anche tutto questo. Senza dimenticare però un’altra manifestazione del pensiero magico che ha contribuito alla sua diffusione e al suo potenziamento. Intendo l’illusione che l’incubo ricorrente degli alti e bassi del ciclo economico fosse stato superato per sempre. Intendo l’annuncio di una “età dell’oro”, un’altra edizione della “fine della storia”, anticipato dalle politiche di Reagan e della Tatcher e rilanciato poi dai vari Clinton, Blair, Jospin, Schroeder, D’Alema,con l’associazione tra liberalismo politico e liberismo economico come fondamento di un mondo senza più frontiere e divenuto un grande mercato di merci e di popoli.

AS. Capisco come tu possa vedere in questo un’altra espressione del pensiero magico. Parli infatti di “illusione”, di “sogno dell’età dell’oro” e di “fine della storia”. Non addentriamoci però ora oltre in questo terreno. Piuttosto, con il riferimento alle cattedre di storia e inoltre a D’Alema, siamo giunti a parlare della realtà italiana. Finora mi hai detto di fattori non suoi specifici che portano al potenziamento della disposizione a pensare magicamente come condizione dell’assenso incontrato dalle due forze al governo oggi in Italia nonostante sembrino correre verso la tempesta perfetta. Hai però accennato anche a fattori specifici.

S. Il processo che ti ho descritto, in atto a livello mondiale, di potenziamento della disposizione a pensare magicamente trova in Italia un terreno fertile.

AS. Ti riferisci alla secolare presenza della Chiesa? Al paradosso per cui essa, istituzionalizzando la religione, ha posto un argine al pensiero magico, ma lo ha fatto avvalendosi di quel pensiero, cioè favorendo e capillarizzando la credenza nel miracoloso, come, per fare due esempi eclatanti, con il culto di San Gennaro e con quello di Padre Pio?

S. Si, mi riferisco a tale presenza, ma anche alla particolare vicenda della sinistra nel nostro paese.

AS. Adesso cosa mi vieni a dire? Che anche nella sinistra vige il pensiero magico, che anch’essa ha contribuito al diffondersi della disponibilità a pensare magicamente che oggi minaccia di frantumare il paese?

S. A te, che sei un benpensante di sinistra, la cosa può risultare spiacevole e, se mi consenti, spaesante. Ma è così. La sinistra ha contribuito anzitutto in due momenti a potenziare una mentalità magica già radicata nel nostro paese.

AS. Quali?

S. Uno corre fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Vigeva nella corrente egemone della sinistra, intendo nel partito comunista italiano, il mito posto in essere dall’interpretazione leninista del pensiero di Marx. ll cosiddetto marxismo scientifico si è nutrito, diffondendola, della convinzione che la storia obbedisse a leggi predeterminate e avrebbe perciò magicamente portato a cambiare, non il modo di pensare degli esseri umani, ma essi stessi, a raddrizzare il “legno storto dell’umanità” realizzando una società perfetta al riparo dai capricci della fortuna. Sappiamo con quali prezzi.

AS. Ma è stato anche un periodo in cui quel partito ha contribuito ad importanti riforme.

S. Sì, il loro valore è innegabile ed è un patrimonio che rischia oggi di andare perduto. Tuttavia non va sottovalutato che in quel periodo quel partito ha svolto una politica di riforme senza alcuna cultura delle riforme perché concepiva quelle che pur ha realizzato non come valori in sé, ma come tappe per ben altre conquiste. Peppone era ben corazzato nella sua fede nell’URSS e nel futuro della rivoluzione proletaria, nella scommessa su un futuro del tutto immaginario.

AS. Mi stai dicendo che nella sostanza, e come al di là di loro stesse, quelle riforme avevano la stessa funzione di incantesimi, esorcismi, filtri, talismani che hanno i provvedimenti concreti presi oggi dalle due forze di governo?

S. Sei tu ora ad abbandonarti ai paradossi; quello che fai è però un accostamento possibile al quale non avevo pensato.

AS. Non sarebbe male che anche tu ti spaesassi un poco. Ma dimmi del secondo momento.

S. Come ti ho accennato, la forza del PCI e la sua capacità di controllo delle masse aveva un riferimento ultimo nel mito della rivoluzione d’Ottobre e dell’URSS. Esso svolgeva per il partito la stessa funzione fondante che la Rivelazione svolgeva per la Chiesa, tanto da poter sostenere che il pensiero magico del PCI si confondeva con la prospettiva messianica. E, quando quel mito, quella prospettiva, vennero meno, il PCI non seppe esprimere un’azione di governo e di riforma della nostra società. Non seppe ricollegarsi con la tradizione del socialismo riformista, non formulò un progetto di diffusione di una cultura che non mirasse a cambiare l’essere umano bensì il suo modo di pensare, dico di pensare magicamente. Intervenne così un vero e proprio impazzimento che, come nelle fiabe, si associa sempre all’intervento magico.

AS. Ti riferisci al suo arroccamento, con Berlinguer, sulla questione morale?

S. Sì. Fu una trasformazione magica perché il partito che uscì dal crollo del suo mito fondativo rimase, nelle aspirazioni lontane, il partito dei lavoratori, ma nelle sue aspirazioni immediate divenne, e sarebbe restato, il partito degli onesti. Ma mi riferisco ancor più agli eredi di Berlinguer. Hanno creduto che, per rinnovarsi, bastasse abbandonarsi all’igiene e alla magia delle parole. Hanno buttato via il nome del partito privandolo della sua identità e spiantandone le radici che pur aveva nel pensiero di Marx. Oltre ad arroccarsi nella presunzione di essere diversi perché onesti, sono diventati buonisti ed hanno liquidato il proprio patrimonio politico barattandolo con la difesa dei diritti umani e con la politica del politicamente coretto. Quando poi la gioiosa macchina da guerra costruita su queste premesse è andata a sbattere contro il muro del mondo magico costruito da Berlusconi, non hanno fatto altro, oltre che insistere sulla propria esclusiva virtù e con la politica del politicamente corretto, se non cercare di imitarlo. Contribuendo così a quella spoliticizzazione delle masse che ha fatto delle periferie delle nostre città terreno di pascolo delle destre, ma soprattutto ha dato campo libero alla disposizione a pensare magicamente della quale vediamo oggi gli effetti.

AS. Perché secondo te il partito non ha saputo ricollegarsi con la tradizione del socialismo riformista?

S. Ha svolto in ciò un ruolo l’atavica lotta all’interno della sinistra. Il partito comunista non andò in soccorso, in nome di principi in parte comuni, del partito socialista quando ci fu Tangentopoli che, sia detto per inciso, implicava l’attesa di una magica redenzione totale. Vi vide l’occasione di liquidarlo e di consolidare la non identità che si era data di partito degli onesti.

AS. Non credi però che anche il partito socialista ebbe la sua responsabilità nel dare campo libero alla disposizione a pensare magicamente?

S. E’ indubbio. Anch’esso aveva barattato la sua identità con qualcosa d’altro. Lo aveva fatto nella improvvida scelta di andare a pescare di che nutrirsi nella cultura nord americana, in quel Dewey di cui ti ho già parlato, inconsapevole della natura magica del suo pensiero e della connessa vocazione totalitaria, nonostante Gramsci avesse di ciò in qualche modo reso avvertiti quando aveva scritto che il Pragmatismo è un Idealismo che si vergogna. Occorre poi soprattutto considerare quanto di magico venne a celarsi anche nel socialismo riformista. Questo rappresentava una strada alternativa a quella del PCI verso la realizzazione di una società socialista; ma, nel tempo, le riforme da esso promosse si spezzettarono, divennero meccanismi redistributivi che, in Italia, crearono sempre più una ”ingiustizia rinviata” tra il bengodi del presente e i debiti del futuro. Fu una politica fondata sulla magia di un denaro che non c’è, frutto solo dell’illusione che i debiti non esistano.

AS. Ma cosa pensi di Lombardi e della sinistra del PSI che posero con vigore l’accento sulla politica delle riforme come nodo centrale dell’intero impegno politico?

S. In Lombardi la politica delle riforme rimase legata a una particolare lettura dei testi marxiani. La “terza via” lombardiana, sotto il profilo strutturale, non fu meno mitica di quella che intendeva il socialismo come necessaria realizzazione di leggi che guiderebbero la storia.

AS. In conclusione, stando a tutto quanto mi hai detto, hanno dunque ragione coloro secondo i quali non esistono più la sinistra e la destra.

S. Sì, però non nel senso che non esistono più, ma che sono divenute un tutt’uno, due diverse declinazioni del pensiero magico.

AS. Nel quadro che tracci sembra che la società italiana sia catturata in un delirio culturale generato e sostenuto da quel pensiero. Quel quadro non presenta via di uscita. Mi fai venire in mente un filosofo italiano che si sentì impotente di fronte al potere della retorica e forse anche per questo si suicidò.

S. Penso tu abbia in mente Michelstaedter, nel cui suicidio ebbe però parte anche una donna; e hai visto mai che le due cose non siano disgiunte. Non è comunque una buona soluzione. E’ un dovere continuare a pensare ve ne siano altre. Intanto bisogna aspettare la tempesta perfetta, la catastrofe cui ancora una volta, come è sempre accaduto, il pensiero magico e l’attesa del Regno porteranno.

AS. In tal modo però anche tu cedi al pensiero magico; sembra ti affidi a qualcosa che piova dal cielo. Non sai che nulla di quanto speri ti pioverà dal cielo perché, come disse qualcuno, se ben ricordo Guicciardini, le cose passate sempre ritornano sotto mutate vesti?

S. E’ vero; ma è anche vero che da sempre le catastrofi, individuali e collettive, hanno offerto una occasione di rinnovamento.

AS. Devi però dirmi cosa, secondo te, permetterebbe di fare della catastrofe che verrà una tale occasione.

S. Anzitutto lo stesso pensiero magico.
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AS. Quando ho cominciato a parlare con te un po’ spaesato ero. Quando ora mi dici che le condizioni per opporsi al pensiero magico stanno anzitutto in quello stesso pensiero, rischio di spaesarmi ancora di più. Mi vuoi confondere?

S. Per nulla affatto. Devi considerare alcuni aspetti del pensiero magico. Uno è stato messo in luce da uno studioso che la sinistra ha completamente dimenticato dopo l’anatema pronunciato contro di lui da Alicata. Mi riferisco a de Martino. Già nel primo dopoguerra egli propose di ripensare il mondo magico per trascendere quanto chiamava “logos occidentale” emendandolo dal rischio di precipitare negli abissi dell’intolleranza e della superstizione. Come se racchiudere il reale entro la gabbia di quel “logos”, della ragione, fosse esso stesso un’operazione magica che si esaurisce nella propria catastrofe, ma prima di esaurirvisi genera mostri;. come se non fosse il sonno della ragione, ma il suo essere troppo e troppo lucidamente desta a generarli.

AS. Quale sarebbe l’aspetto del pensiero magico che conterrebbe la possibilità di opporvisi?

S. De Martino ha parlato di “realtà storica” di quel mondo. Intendeva qualcosa che non aveva a che fare con l’effettiva esistenza delle entità e dei poteri da esso immaginati, ma l’avere esso segnato una prima distinzione dell’essere umano dalla natura attivando una realtà propria di tale essere che noi oggi chiamiamo “realtà psichica”.

AS. Perché questo aspetto del pensiero magico conterrebbe la possibilità di opporvisi?

S. Per due motivi. Uno è che la credenza negli spiriti e nei poteri magici esprime la connaturata e vitale esigenza degli esseri umani di attraversare i confini del consueto e di meravigliarsi.

AS. Mi fai ricordare il mondo contadino dei miei nonni. La sera uscivano dal consueto abbandonandosi a racconti di avvenimenti meravigliosi: morti che risuscitavano, profezie che si avveravano, misteriose presenze occulte che si rivelavano. Ma dimmi del secondo motivo.

S. Il mondo degli spiriti era abitato da spiriti cattivi, ma anche buoni. Ovvero, come avrebbe detto qualcuno venuto assai dopo, cinquecento anni fa, intendo Leonardo, la realtà psichica adombrata da quel mondo era abitata sia da paurose cose che da qualche “miracolosa cosa”; miracolosa anche perché fondamento e condizione della possibilità di trascendere il modo magico di pensare.

AS. Secondo te dunque la via di uscita dal pensiero magico starebbe nel mantenere salda l’autorità della realtà senza abbandonare quella connaturata e vitale esigenza e senza dimenticare che la realtà psichica da esso adombrata contiene anche qualche “miracolosa cosa”?

S. Si. Se vuoi una formula semplice che esprima questo, si tratta di distinguere la realtà dal sogno conservando la capacità di sognare per poter creare da un sogno una vita reale; e non dimenticando, come già sapevano gli antichi, che non vi sono solo sogni che giungono a noi attraversando la porta d’avorio, ma anche sogni che ci giungono attraverso la porta di corno, non però, come essi ritenevano, a rivelarci il futuro, ma a riportarci la memoria di un bene dimenticato.

AS. Non credo di capire fino in fondo cosa intendi quando dici che si tratta di distinguere la realtà dal sogno conservando la capacità di sognare.

S. Eppure è semplice. Ti sarà accaduto di avere incontrato una donna che ti ha fatto sognare e di doverti separare da lei per la realtà tua, sua e delle circostanze dell’incontro, e di avere vissuto l’angoscia di perdere, perdendo lei, non lei ma, insieme a lei, la tua capacità di sognare. Alcuni credono di potersi risparmiare quell’angoscia annullando o uccidendo la donna che li ha lasciati.

AS. In tal modo mi confondi ancor di più. Sposti sul personale un discorso che hai fin qui condotto sul piano storico, politico, filosofico.

S. Ti sembra così perché ti ho mentito dicendoti che quella formula è semplice. In realtà, quanti tu chiami piano personale e piano storico, politico, filosofico stanno intricati l’uno nell’altro. Non ti spaventare, ma per poter superare l’angoscia di perdere, perdendo quella donna, non lei, ma la tua capacità di sognare e di incontrare nel sogno qualche “miracolosa cosa”, non ti basta cercare aiuto in de Martino, devi anche ripercorrere gli ultimi cinquecento anni di storia. Ma, prima di rivolgerti al loro inizio, al passaggio dal XV al XVI secolo, devi fermarti su un loro momento per sciogliere un nodo che, strettosi più che mai proprio allora, ha poi condizionato la storia del logos occidentale.

AS. Quale momento? Quale nodo?

S. L’Illuminismo e Kant. Kant scrisse che l’Illuminismo aveva avuto il merito di trarre via l’umanità dalla minorità della sua infanzia. Per minorità intendeva appunto la credenza negli spiriti e, in generale, in quello che egli chiamava il supersensibile e che altro non era se non la spiritualizzazione della realtà psichica conseguita a un processo iniziato con la Controriforma. Egli riteneva che, per trarre via l’umanità da quella sua minorità, bisognasse dare per non esistente tutto quanto tra cielo e terra la ragione, il logos, non consentisse di pensare. Sostituire alla delirante credenza negli spiriti il delirio della ragione. Cambiare l’uomo, creare un essere umano “nuovo”, nuovo in quanto incapace di sognare. Ha buttato via il bambino con l’acqua sporca. Per non farti consumare da quell’angoscia devi andare a riprenderti quel bambino, lì, sotto il ponte ove quell’acqua sporca lo ha portato.

AS. Ti sembra semplice.

S. Non lo è affatto. Anche perché per farlo non ti puoi fermare a Kant, devi percorrere all’indietro tutti quei cinquecento anni.

AS. Per arrivare dove?

S. A subito prima della Controriforma. Poiché abbiamo parlato di donne, ti ricordo che fu una donna, una certa Charlotte von Knobloch, a suggerire invano a Kant di andare a riprendere quel bambino; ma soprattutto che un’altra, Mary Shelley, seppe rappresentare la realtà dell’”uomo nuovo” di Kant nella figura di Frankenstein. Poté farlo perché amava l’Italia, la bellezza di un’Italia non ancora, come oggi, imbruttita, pervertita, per citare il titolo di un recente film, in una “grande bellezza” che è solo malinconica apparenza e finzione. E perché dell’Italia amava il Rinascimento, o meglio il momento storico del passaggio dal XV al XVI secolo. Mary Shelley scrisse anche un romanzo su una figura di quel momento, su Castruccio Castracani.

AS. Adesso cosa c’entra Castruccio Castracani?

S. C’entra perché anche Machiavelli, cinquecento anni fa, subito prima della Controriforma, scrisse di Castruccio Castracani, una sorta di propria breve autobiografia per interposta persona. Ho usato questo artificio un po’ retorico, ma non poi tanto, per dirti che, per ritrovare quel bambino e portarlo con te via da quel ponte, devi, una volta sciolto il nodo stretto da Kant e dall’Illuminismo, procedere nel viaggio a ritroso lungo i cinquecento anni della storia d’Italia per giungere fino a Machiavelli e a quel breve momento del passaggio dal XV e al XVI secolo cui egli appartiene.

AS. Mi fai pensare a Gramsci. Se non sbaglio, tentò di rispondere alla crisi della sinistra per l’avvento del Fascismo con un progetto di riforma intellettuale e morale che affrontasse anzitutto quella che chiamava, cito a memoria, la “questione religiosa” in vista della realizzazione di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume. Cioè, se ho ben capito, abbandonando il progetto di cambiare l’essere umano per cambiare invece il suo modo di pensare magicamente.

S. Si. Quel progetto è stato geniale non solo perché suggeriva che alla sinistra fosse necessario, per uscire dalla sua crisi, abbandonare il progetto di cambiare l’essere umano in favore dell’altro, ma anche perché le suggeriva che a tal fine dovesse affrontare l’immenso compito di rivisitare gli ultimi cinquecento anni di storia della cultura italiana.

AS. Però?

S. Però per “questione religiosa” Gramsci intendeva il rapporto tra Stato e Chiesa più che quella costituita dall’antropologia religiosa, cioè dal modo della religione di concepire l’origine dell’essere umano, le sue qualità essenziali e la sua storia; modo che può comportare il pensare magicamente da essa coltivato in Italia. Gramsci però non disponeva degli strumenti necessari per dar seguito al progetto di cambiarlo: voleva cambiare un modo di pensare attingendo allo stesso modo di pensare che voleva cambiare. Intendo dire che era impossibile affrontare la “questione religiosa”avvalendosi dell’antropologia marxista e disponendo in alternativa solo dell’antropologia religiosa. Gramsci andò a cercare quegli strumenti in Machiavelli, e anche questa fu una sua intuizione geniale; ma la sua formazione non gli consentì di trovarveli. La sua visione di Machiavelli rimase limitata, direi fissata, alla lettura de Il principe, fatta per di più attraverso il filtro del mito bolscevico del partito e del primato della ragione.

AS. Cosa si può trovare, che Gramsci non poté trovare, in Machiavelli e nel breve momento del passaggio dal XV al XVI secolo cui egli appartenne?

S. Un’antropologia alternativa a quella religiosa che Marx aveva sfiorato quando, nella sua adolescenza, in una lettera al padre dimenticata da lui stesso e dalla critica marxista, si era proposto di andare in cerca di una realtà psichica, lui diceva “spirituale”, altrettanto necessaria e concreta della realtà materiale per riportare alla luce del giorno, così scrisse, “la perla delle perle”.

AS. A questo riguardo, negli anni Ottanta uno psicoanalista italiano, Massimo Fagioli, aveva proposto alla sinistra italiana di avvalersi di quella lettera.

S. Credo di averne sentito parlare. Ma, da quel che ne so, mancava totalmente di prospettiva storica; e, se richiamava la lettera di Marx al padre, era per dire del successivo fallimento di Marx e sostituire al mito della fine della storia quello di una storia, e forse di un’umanità, che aveva origine e inizio da lui stesso.

AS. Lo penso anch’io, anche se, al netto di quanto dici, alcune sue proposizioni teoriche meritano forse più considerazione di quanta ne hanno avuta. Ma andiamo avanti. Vorrei mi dicessi di più sul modo di intendere origine e qualità essenziali dell’essere umano, alternativo a quello religioso, che a tuo avviso v’è in Machiavelli e nel passaggio dal XV al XVI secolo.

S. Sta come sepolto sotto le innumerevoli immaginazioni, fatte di incredibili fraintendimenti e ingenerose demonizzazioni, sovrapposte al pensiero di Machiavelli.

AS. Però negli ultimi anni la situazione è un po’ cambiata. V’è una sorta di “Machiavelli’s Renaissance”.

S. E’ vero. Tuttavia non è una “Renaissance” completa. I fraintendimenti più banali hanno perso peso. E’divenuto difficile parlare di Machiavelli come “maestro del male”, anche se, soprattutto negli USA, vi è ancora chi lo fa. Però alcuni fraintendimenti rimangono ed altri sono comparsi.

AS Quali?

S. Che io sappia, sono in questo anno usciti in Italia ben quattro libri su di lui ad opera di seri e autorevoli studiosi come Asor Rosa, Cacciari, Ciliberto, Ginzburg. Contengono pensieri validi. Ad esempio, i primi tre danno rilievo al ruolo svolto nella stesura de Il principe e nel percorso intellettuale di Machiavelli dalla crisi personale che egli visse con la caduta della Repubblica fiorentina infrangendo così l’immagine di un Machiavelli pura e fredda ragione. Tuttavia insistono, lo fa in particolare Cacciari, nell’attribuirgli un’antropologia che è l’anticipazione di quella di Hobbes la quale è a sua volta una declinazione dell’antropologia religiosa. Oppure lo fanno Asor Rosa e Ciliberto insistendo nel grossolano equivoco di ritenere che Machiavelli scorga in Cesare Borgia il principe della speranza, mentre egli dice a chiare lettere, se ben ricordo nel capitolo settimo del trattato, che fu il principe della delusione. Asor Rosa poi pone sullo stesso piano Il principe e il Cortegiano del Castiglione, il che significa non avere capito proprio niente. In quanto a Ginzburg, spende la sua grande erudizione, competenza e intelligenza per compiere l’operazione velenosa di appiattire il pensiero di Machiavelli su quello della scolastica. Per non dire che nessuno dei quattro riconosce l’importanza che l’immagine femminile ha nel pensiero di Machiavelli. Per fortuna lo ha fatto un romanziere, Rushdie, ne L’incantatrice di Firenze. Se non lo conosci già, leggilo.

AS. Lo conosco, ma lasciamo per ora da parte questa cruciale questione, alla quale però non credere di poter sfuggire. Nella tua critica di questi approcci a Machiavelli sei spietato e potresti essere accusato, come lui temeva di esserlo, di presunzione. Io stesso sono tentato di farlo. Liberami dunque da questa tentazione decidendoti a dirmi quale è il pensiero di Machiavelli sull’origine, le essenziali qualità dell’essere umano e la sua storia.

S. Provo a farlo segnalandoti alcuni aspetti di quel pensiero sfuggiti, per quanto ne so, alla critica. Il primo riguarda Il principe. Devi tenere presenti due cose. Una è che Il “principe”, con buona pace di quanti hanno cercato di dargli un nome, non è alcun principe, ma “uno che nuovo surga”, cioè la metafora di un nuovo tipo umano. Il secondo è che, a differenza di come comunemente inteso, quello scritto non è un trattato politico. O meglio, se lo è, lo è perché è anzitutto un trattato pedagogico volto a dar vita a quel nuovo tipo umano formando la mente, cito ancora una volta a memoria, ad andar dietro la realtà effettuale della cosa e non all’immaginazione di essa. Il che, tradotto nel linguaggio che abbiamo usato, significa formare le menti degli esseri umani a non pensare e sentire magicamente per potere essere continuamente disposti a una politica delle riforme che gli eventi inattesi della natura, della storia e delle vite rendono necessarie. Qualcosa che quel trattato non era solo, in quel passaggio dal XV al XVI secolo, a proporre. Il Trattato della pittura di Leonardo è anche esso anzitutto un’opera pedagogica volta a formare la mente del “pittore”, metafora anch’esso di un nuovo tipo umano.

AS. Come intende Machiavelli questa formazione, quale ne sarebbe il metodo?

S. Quello del “lasciare indietro”; noi oggi potremmo dire quello della separazione. Un “lasciare indietro” che è condizione di un volgersi innanzi per poter vedere apparire qualcosa. Il suo senso è riassunto nella splendida metafora degli arcieri che non guardano al bersaglio, se ne “lasciano indietro” la vista e mirano alto per seguire il disegno loro. Proprio così dice, “disegno” e lascio a te di intuire la pienezza di significato di questa parola. Anche in ciò Machiavelli non era solo. Leonardo scrive che il pittore, nel disegnare una donna per indurre gli uomini ad amare, non deve rappresentare alcuna donna viva.

AS. Arcieri a parte, “lasciare indietro” cosa? Vedere apparire cosa?

S. Con questa domanda mi permetti di giustificare l’averti poc’anzi parlato di Castruccio Castracani. Ciò che Machiavelli ammirava in lui, fino ad identificarvisi, era che fosse stato esposto sul nascere, che fosse un principe senza padre, come i “grandissimi esempi” che propone, in opposizione a Cesare Borgia, nel sesto capitolo del trattato: Mosé, Ciro, Teseo, Romolo. “Lasciare indietro” l’immaginazione che gli inattesi eventi della natura, della storia e delle vite avessero pronta soluzione nel passato e per l’intervento di una qualche figura onnipotente. Uno storico della letteratura italiana, Francesco De Santis, ha espresso il senso globale di questo metodo parlando di “dissoluzione delle forme”. In quanto al fare apparire, è un ricordare, un riportare alla memoria qualcosa consegnato da quell’immaginazione alla dimenticanza, all’oblio. L’oblio, la minaccia dell’oblio, è centrale nell’opera di Machiavelli.

AS. Cosa si tratterebbe di ricordare?

AS. Può aiutarti a comprenderlo “lasciare indietro” un altro fraintendimento. Viene comunemente inteso che l’antico italico valore invocato nell’ultimo capitolo de Il principe a risollevare le sorti di Firenze e dell’Italia sia quello di Roma; e, in generale, che Machiavelli veda in Roma un modello di Stato ideale. Non è così. Tale antico valore è quello degli antichi Toscani, del popolo Etrusco che, come scriverà in accorate pagine dei Discorsi, è stato distrutto dall’oscura potenza di Roma e da essa condannato, appunto, all’oblio, tanto che ne resta quasi solo il nome.

AS. In cosa consisterebbe il valore degli Etruschi?

S. Nel fatto che, a differenza dei Romani, i quali si rapportavano ai popoli vicini come a nemici per asservirli, il mito degli Etruschi dice che essi vi si rapportavano per farseli compagni; e che vigeva tra loro la “civile equalità”. Per di più, Machiavelli opera un sostanziale cambiamento nella rappresentazione classica della sequenza del sorgere e perire degli Imperi. Pone gli Etruschi all’inizio di tale sequenza. Ciò significa che essi stanno all’inizio della storia a dare forma di realtà di cultura e di Stato al principio del mondo umano. E poiché so che ora mi chiederai quale sarebbe questo principio, te lo dico subito. Egli scrive al riguardo di un iniziale apparire del mondo umano per il suo distinguersi dalla natura e dall’animalità grazie a una “qualche bontà” degli esseri umani – forse, lasciami azzardare, la “perla delle perle” di cui avrebbe detto Marx – che si esprime nell’atto del loro riconoscersi l’un l’altro come tali, del riconoscere l’uno nell’altro la propria immagine umana.

AS. Mi sembra tu non tenga conto che Machiavelli è il prodotto di un momento di una civiltà giunta ad un altissimo livello d’accumulazione materiale e culturale, impastoiata però nella forza di una religione tradizionale anti individualistica. Egli rientra nel tentativo di quell’epoca di ridare all’individuo il potere di giocarsi il suo destino, come ben vide il romantico Burckhardt.

S. Che egli intenda ridare all’individuo il potere di giocarsi il suo destino è vero; ma è altrettanto vero, cosa non vista dal romantico Burckhardt, che non pensa possa giocarselo al di fuori di una etica e di una politica del riconoscimento.

AS. Mi stai comunque dando un’immagine di Machiavelli tutta rose e fiori. Egli però parla anche di “invida natura” degli esseri umani.

S. La disposizione ad invidiare implica che ci sia qualcosa da invidiare. Sta qui, nell’esistenza di questo qualcosa, l’alternativa, che Gramsci non seppe vedere in Machiavelli, o comunque non seppe valorizzare, all’antropologia religiosa; un qualcosa che costituisce la condizione del passaggio dall’intenzione di cambiare magicamente l’uomo a quella di cambiare il suo modo magico di pensare.

AS. Perché?

S. Posso dirtene due motivi, i più evidenti. L’antropologia religiosa pone il principio del mondo umano in un vulnus che solo un intervento da essa inteso come “divino”, ma che noi possiamo intendere “magico”, e la fine della storia possono riparare. Inoltre il mondo umano di cui scrive Machiavelli, poiché non procede dall’atto creativo di una potenza che lo precede e trascende, ma dall’atto storico di un riconoscersi fondato sul fragile bene di quella “qualche bontà”, non è di per sé eterno. E dunque la sua durata è affidata a una responsabilità ontologia ed etica degli esseri umani che deve svolgersi nel loro porre in atto una politica del riconoscimento. Il che anzitutto significa formare la mente a riconoscere nell’attualità della propria esperienza di vita la “qualche bontà”che sta al principio del mondo e il continuo variare delle cose della natura, della storia e della vita che, non riconosciuto, porta quel principio a scomparire nell’oblio.

AS. Non voglio tormentarti oltre con le mie domande, ma mi è rimasta una curiosità e quindi lascia che ti ponga un’altra domanda. Poc’anzi hai accennato all’importanza che l’immagine femminile ha nel pensiero di Machiavelli e te la sei cavata citando un romanzo. Puoi dirmene qualcosa di più?

S. E’ come se con lui trovasse piena espressione un tema, quello del rapporto tra modo di vivere la donna e pensiero politico, che sta all’origine della letteratura italiana, nei poeti della corte di Federico II, per non parlare di Petrarca, Dante e Boccaccio; e che, in altre diverse forme, prosegue poi come a scandire e riflettere i diversi assetti e momenti della società e della cultura. Il rapporto con le donne, in particolare quello con una Barbera, è una condizione essenziale del percorso ideativo di Machiavelli: basta leggere in modo non banale la sua corrispondenza con Vettori e con Guicciardini, o meglio ancora il poemetto intitolato L’asino che tra l‘altro contiene una delle più delicate, intense ed evocative rappresentazioni del rapporto uomo donna reperibili nella letteratura italiana. Se non l’hai già fatto, leggilo e capirai. C’è poi il fenomeno del sorriso.

AS. Cosa vuoi dire?

S. Qualche anno fa uscì una biografia, a modo suo bella, di Machiavelli, intitolata Il sorriso di Niccolò. A guardare le pochissime immagini di lui tramandateci, io ho sempre pensato che il suo fosse un sorriso femminile non dissimile da quello delle donne, non solo la Gioconda, che Leonardo dipingeva per indurre gli uomini ad amare e che non rappresentavano alcuna donna viva. Sono, appunto, immagini, dicono di un’immagine femminile. Come incarnata poi nel sorriso di Niccolò, essa sta nella sua mente, e la pedagogia che non solo lui tentò nel passaggio dal XV a XVI secolo intendeva attivarla nelle menti degli esseri umani, uomini e donne, per renderli nuovi cambiando il loro modo di pensare.

AS. Credo di cominciare a capire quanto vuoi dirmi. Del sorriso di Niccolò è stato detto che è ironico. A me viene da dire che è dissacrante. Che riflette la vaghezza della donna, il suo variare come quello della fortuna, il suo provocare una continua rottura delle forme che impone di essere continuativamente disposti a una politica delle riforme. Però non posso non ricordarti che Machiavelli scrisse anche delle donne che chi vuole tenerle sotto deve batterle e urtarle.

S. E’ vero. Ma non voleva certo dire che bisogna picchiarle. La grande forza di quei due verbi, battere e urtare, sta tutta nel dire di un scontro durissimo da condursi sulla frontiera del nuovo contro la tendenza a dimenticare il principio del mondo umano assumendosi la responsabilità di assicurarne la durata. E v’è qui un altro fondamentale aspetto dell’importanza che la donna, e attraverso lei l’immagine femminile, assume nel pensiero di Machiavelli. Sta nel fatto che quell’immagine non è solo immagine del variare, ma anche della disposizione a recepire e riconoscere. In quanto tale, è la condizione del principio del mondo umano perché senza quella disposizione non è possibile neppure concepire il riconoscere l’uno nell’altro la propria immagine umana, riconoscere che costituisce quel principio. Inoltre, Machiavelli scrive che la “virtù” necessaria a una politica delle riforme scaturisce dalla sinergia della virtù femminile del “respetto” e della virtù virile dell’”impeto”.

AS. Mi fai pensare che ciò comporta una distanza radicale dal pensiero religioso, intendo quello delle religioni monoteiste, nella cui comune matrice biblica quell’immagine è fatta responsabile di un vulnus che può essere contenuto solo negandola, rapandola, nascondendola, al limite bruciando ed uccidendo donne reali che la rappresentano ed evocano; un vulnus che per essere riparato non richiede di affannarsi per la durata del mondo umano, ma di attendere la sua provvidenziale fine.

S. Vedo con piacere che cominci a capire. Però non so se ti rendi conto di quello che mi stai dicendo. Mi stai dicendo che quanto Gramsci e la sinistra non sono giunti a capire è che, se non si affronta la “questione femminile”, non è possibile affrontare la “questione religiosa” in vista della laicizzazione della vita e dei rapporti di costume; ovvero abbandonare il progetto di cambiare l’essere umano in favore di quello di cambiare il suo modo di pensare magicamente cui la religione può portare e che essa ha comunque coltivato in Italia.

AS. Non so se volevo dirti questo, forse si. Però è importante un’altra cosa che mi sembra tu mi abbia detto. Cioè che vi sono nella storia della cultura italiana contenuti di pensiero cui la sinistra, attraversando l’attimo di cinquecento anni, potrebbe attingere per opporre un progetto di riforme alle forze politiche che stanno portando il nostro paese a incontrare una tempesta perfetta.

S. Che quei contenuti di pensiero vi siano è indubbio. Ma dubito assai che la sinistra italiana possa avvalersene. Essa trova a ciò un potente ostacolo.

AS. Quale?

S. Mi riferisco al grande equivoco del freudo-marxsimo, a quel tragico abbaglio, che in alcuni ambienti dura tutt’ora, per il quale si è immaginato che la sinistra potesse ritrovare uno slancio rivoluzionario perduto in una teoria che nulla di rivoluzionario ha perché fondata sulla certezza che ogni presente sia la riedizione di un passato. Forse mi chiederai cosa abbia a che fare questo con la situazione italiana. Ha a che fare perché il freudo-marxismo ha legittimato e incentivato un fenomeno. Il crollo dell’ Unione Sovietica, e con esso del mito secondo il quale la storia avrebbe per le sue proprie leggi progredito fino alla realizzazione della società comunista, la progressiva perdita di identità della sinistra, la sua abiura dei propri valori, hanno prodotto la crisi di tanti suoi intellettuali militanti. Li hanno gettati in uno sconforto, che spesso incideva anche sul loro privato, dal quale hanno cercato di uscire, quando non limitandosi a piangersi addosso o abbandonandosi alla violenza che ha segnato l’Italia degli anni Settanta, sdraiandosi in massa sul lettino dello psicoanalista e sentendosi a ciò legittimati dal freudo-marxismo. Come quei principi italiani dei quali scrive Machiavelli i quali cercavano aiuto nel ricorso ad armi straniere condannandosi così alla rovina.

AS. Ma queste sono vicende personali.

S. Lo sarebbero restate se non fosse stato che, per opera anche di quegli intellettuali, il tragico abbaglio per il quale si è immaginato che ricondurre il presente a un definito passato potesse magicamente produrre i cambiamenti che il marxismo aveva falliti ha invaso come erba gramigna la cultura italiana infettandola; ad opera anche, va detto, di qualche organo di stampa che ancora oggi insiste a diffondere quell’erba e quell’infezione con proposizioni inconsapevoli di sfiorare il ridicolo. Oggi il più grande ostacolo che incontra una critica del pensiero magico sta dove non ti aspetteresti .

AS. Nell’ascoltarti, nell’ascoltare queste tue ultime parole, mi hai fatto pensare a Cassandra. Non so quanti, a parte me, siano disposti ad ascoltarti.

S. Lo so. Però, con ogni bambino che viene al mondo, la “meravigliosa cosa” della distinzione del mondo umano dalla natura si rinnova. Si rinnova con ogni adolescente che avverte il desiderio di avventurarsi oltre i confini del consueto. Al netto di come possano andare poi le cose, si rinnova anche in ogni uomo che vede in una donna una che non è alcuna donna viva ma una propria immagine interna, una propria disposizione al “rispetto” quale fonte di ogni suo “impeto”; o in ogni donna che attraverso un uomo si innamora di un proprio “impeto” che non è di alcun uomo vivo. Tutte situazioni nodali sulle quali si è abbattuta la scure della religione e oggi quella della psicoanalisi. Ed allora, poiché abbiamo parlato molto di Machiavelli, lascia ti ricordi le parole che egli, pur avendo detto di sé di sentirsi tragico, fa pronunciare a Fabrizio Colonna in chiusura de L’arte della guerra rivolgendosi ai giovani stati in ascolto di un suo progetto di riforma che non si sarebbe realizzato. Dice loro di non poter più ormai sperare, essendo vecchio, di veder resuscitare in Italia, grazie a quel suo progetto, la “cosa morta” della “civile equalità”; ma di averlo esposto loro perché, essendo giovani, quando le cose da lui dette piacessero loro, potranno. Però ora, essendo arrivati in Toscana e alla nostra osteria, lasciamoci per un po’ indietro le nostre preoccupazioni per la tempesta perfetta che incombe oggi sul nostro paese, e questi amari e difficili discorsi.

AS. Ottima idea. Come fece Machiavelli in un momento di sua massima crisi, dopo essere andati anche noi a modo nostro a tordi, è giusto si vada un po’ a ingaglioffire.

 



 
* Nella forma di questo “Dialogo” ho voluto rendere e far sopravvivere i contenuti di alcune conversazioni avute nel corso del tempo in occasioni conviviali con due amici di lunga data: Goffredo Bartocci, psichiatra che molto ha pensato e scritto sui temi del magico e dei deliri culturali, e Luigi Capogrossi Colognesi studioso insigne della Roma antica e non  solo. Molte idee affacciatesi in quelle occasioni e qui riportate sono loro. Me ne sono dunque appropriato. Ma le ho anche restituite loro pur inserendole nella trama di una mia riflessione che verte su un difficile presente e che mi auguro possa essere, se non condivisa, discussa.



 
** Ho scritto questo Dialogo nel luglio 2019 quando le “due forze oggi al governo” erano la Lega e il Movimento 5 stelle. Non credo di dover modificare nulla per il fatto che quel governo sia poco dopo caduto. Quelle due forze sono ancora ben attive e la visione delle cose e il modo di affrontare i problemi che esse esprimono trova comunque ampi consensi nella nostra società.

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