Intervento di presentazione di “Storicizzare Freud”

di Antonello Armando

Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali (Roma), 13 settembre 2019

* * *

Anzitutto un ringraziamento a Raffaele Bracalenti, Arturo Casoni e tutti voi per essere qui  a parlare di questo libro.

Poterlo fare  è per me motivo di un momento di  soddisfazione che non è narcisistica perché condizionata dal rapporto con voi e dal fatto che grazie a ciò il libro acquista un minimo di visibilità e esistenza. Inoltre, le considerazioni anche critiche che mi proporrete potranno farmi pensare cose che non ho pensato.

Perché ciò accada è però necessario che esse si rivolgano a quanto nel libro ho inteso dire, cioè che i suoi contenuti non siano fraintesi. A tal fine cercherò di chiarire quei contenuti  proponendo alla discussione quattro  loro punti nodali.

Prima però due premesse.

Una riguarda la preistoria del libro. Il mio incontro con Freud risale ai tempi lontani, era il 1961-1962, della mia tesi di laurea. Essa verteva sugli Umanisti del Quattrocento fiorentino e su quella loro celebrazione della malinconia che conoscete per avere incontrato a scuola le parole di Lorenzo Il Magnifico: “Chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza”. Avevo avuto l’intuizione che quella amara celebrazione nascondesse la funzione di consolidare l’allora attuale ordinamento politico; e che la celebrazione degli Umanisti della dignità dell’uomo celasse un significato religioso. Cioè che l’una e l’altra nascondessero un latente. Cercai dunque  qualcosa che mi aiutasse a svolgere questa intuizione dell’esistenza, in generale, di un latente. Fu così che incontrai le opere di Freud  allora disponibili in parte nelle edizioni Astrolabio. Quest’incontro ebbe un seguito poi nel mio primo libro su Freud che risale nella sua prima versione al 1969, e proseguì in più scritti navigando nel mare magnum di una letteratura nella quale si incontravano le sirene di chi diceva che Freud non era mai esistito e di chi vedeva in lui un nuovo Mosè. Non voglio però ora proporvi l’elenco dei miei scritti su Freud, ma solo darvi motivo di rapportarvi a questo libro con la considerazione dovutagli per conseguire a un lungo studio; non posso dire a un grande amore, se non quello che si deve avere verso chi, proponendo e cercando di imporre quanto sentiamo di non potere amare, permette di cercare qualcosa da amare.

L’altra premessa è che, oltre a conseguire a tale lungo studio, questo libro ha un nesso immediato con Il trauma dimenticato, scritto subito prima insieme a Marianna Bolko, del quale si è parlato qui lo scorso anno. Il trauma dimenticato è un libro sostanzialmente clinico in quanto propone una tecnica dell’interpretazione dei sogni grazie alla quale non sia possibile sostenere che dei sogni può essere detto solo quello che Freud afferma dicano, oppure che può esserne detta qualsiasi cosa. Tre capitoli di quel libro, l’11, il 12 e il 13, espongono sommariamente i fondamenti storici e teorici di questa proposta clinica. Il  libro di cui parliamo oggi è strettamente connesso al precedente in quanto espone più pienamente quei fondamenti.

Fatte queste due premesse, passo a proporvi quattro punti nodali del libro affinché la discussione e le vostre considerazioni possano vertere su quanto vi ho inteso dire e non su altro.

Cosa significhi la parola “storicizzare” che irrompe con forza già nel titolo può essere anzitutto chiarito per mezzo di alcune determinazioni negative, ovvero dicendo cosa non significa.

Essa non significa raccontare la storia delle origini della psicoanalisi per  presentare la  psicoanalisi come il risultato di una scoperta o di una rivelazione, al pari di quanto, ad esempio, hanno fatto lo stesso Freud e più ancora Jones.

Non significa raccontare tale storia  per identificare quanto ha preceduto quella scoperta, come ha fatto ad esempio Ellenberger.

Non significa raccontare quella storia per ridurre la psicoanalisi a una espressione della cultura dell’epoca in cui sorse, come hanno fatto ad esempio Kandall e la Roudinesco.

Non significa raccontare quella storia per sottrarre alla psicoanalisi ogni credito, come ha fatto ad esempio Masson.

Non significa infine neppure non tenere conto di quella storia, come ha fatto ad esempio, che ha sostenuto che Freud non è mai esistito o, per tornare  tra noi, Sergio Benvenuto, che ringrazio per essere oggi tra noi, nel suo pur denso e meditato Leggere Freud.

In sintesi, “storicizzare” non significa raccontare la storia della psicoanalisi per convalidare, o al contrario invalidare la teoria di Freud, per stabilire se i suoi asserti sono veri o falsi. Significa identificare  quella che, utilizzando un concetto di de Martino, ho chiamato la sua “realtà storica”, ovvero la funzione che la sua formulazione ha svolto anzitutto, ma come dirò poi non solo, nel percorso di vita e di pensiero di Freud.

Ancora due considerazioni su questo primo punto nodale del libro.

In primo luogo tale punto sottende una visione del rapporto tra storiografia e psicoanalisi opposto alla sua visione consolidata in psicoanalisi. La psicoanalisi si è infatti proposta come una interpretazione della storia, cioè di eventi, figure, fenomeni, dinamiche storici. Si pensi a tanti scritti di Freud, ad esempio, alla sua interpretazione della religione e del comunismo. In sintesi, stando a quella consolidata visione, vi è un rapporto di dipendenza della storiografia dalla psicoanalisi. Nel mio libro, nella sua intenzione di “storicizzare” Freud, questo rapporto viene invertito. Vi viene infatti asserito che l’identità stessa della psicoanalisi, il suo proporsi come scienza fondata su una scoperta, dipende dalla  storiografia; dipende da un certo racconto storico della sue origini. Aggiungo, proponendolo come possibile argomento di discussione, che ciò assimila la psicoanalisi a quella religione che essa ha preteso di interpretare. Tutte le religioni si fondano infatti su un dato racconto delle loro origini, contenuto in una Bibbia, un Vangelo, un Corano.

La seconda considerazione prende forma in una domanda che può anch’essa fornire spunto alla discussione. La domanda è questa: un approccio alla psicoanalisi che inverte il consolidato rapporto di dipendenza della storiografia dalla psicoanalisi in quello della dipendenza della psicoanalisi dalla storiografia, può essere considerato psicoanalitico? Esso può essere inteso come un momento della storia della psicoanalisi o è ad essa estraneo? La mia risposta è che può essere visto come un tale momento se intendiamo per “psicoanalisi” quella ricerca del latente per la quale essa sedusse me ai tempi della tesi di laurea.  Quell’approccio evidenzia infatti il latente della psicoanalisi costituito dalla sua fondazione su un dato racconto storico della sua origine che la assimila a una religione e induce a stabilire con la formulazione che ne fu fatta all’inizio del secolo scorso un rapporto di continuità e di trasformazione.

Quanto inteso con la parola “storicizzare” assume nel libro sostanza e concretezza grazie e una operazione contenuta e definita di ordine, per così dire, “filologico”; ovvero grazie alla ricostruzione di quel suo momento originario costituito da quanto avvenuto nel corso di un anno, anzi di un mese di un anno: tra il 18 agosto e il 21 settembre del 1897. Dalla corrispondenza tra Freud e Fliess e dal saggio di Freud dell’anno successivo Meccanismo psicologico della dimenticanza ho ritenuto di ricavare che, nel viaggio in Italia intrapreso in quell’agosto, Freud subì un trauma nell’incontro con quella che egli stesso definì la «bellezza assoluta» di certa arte italiana del Rinascimento; e che reagì a questo trauma opponendogli quello del complesso edipico. La ricostruzione di quanto avvenuto in quel mese mi ha portato dunque a sostenere che la formulazione di quel complesso, cardine di tutta la teoria, va, appunto “storicizzato” e inteso come un costrutto difensivo, come un «punch al Lete» sorbito per relegare nella dimenticanza l’altro trauma.

Questa ricostruzione del percorso personale di Freud in quel cruciale mese del 1897  non fa ricadere il libro in uno dei tanti tentativi di psicoanalizzare Freud.  Quel percorso viene infatti presentato come un momento di un percorso storico iniziato con la comparsa di una cultura  cui ho accennato dicendovi della mia tesi di laurea, alla quale appartengono le opere che imposero a Freud il trauma che relegò poi nella dimenticanza. Una comparsa cui segui una reazione nella cui lunga storia la psicoanalisi di Freud si inserisce con caratteristiche proprie che ne fanno un punto avanzato di tale reazione e smentiscono il luogo comune secondo cui essa sarebbe una teoria nuova e rivoluzionaria, una terza rivoluzione copernicana.

La ricostruzione del percorso personale di Freud inteso come momento di quel più ampio percorso storico comporta lo sdoppiamento del concetto di trauma. Esiste un trauma di cui la letteratura psicoanalitica ha tenuto esclusivamente conto, che ferisce. Ma esiste anche un trauma, che Freud conobbe in quel suo viaggio in Italia, indotto dall’incontro con quanto egli definì «bellezza assoluta». Può aiutare a comprendere cosa intendere per questo secondo trauma accennare ad autori come Gabriella Magherini che ha parlato di sindrome di Standhal, Donald Meltzer che ha parlato di esperienza estetica, Elvio Fachinelli che ha parlato di esperienza estatica; al netto però del fatto che, dopo averne intuita l’esistenza, si sono affrettati a bere un «punch al Lete» ed hanno spento quel trauma  riconducendolo a un presunto vissuto intrauterino.

Affinché le vostre eventuali considerazioni si rivolgano a ciò che nel libro ho inteso dire, debbo correre il rischio di aggiunge che nessuno di questi quattro punti  è reperibile in letteratura e che dunque riconoscerli può essere reso difficile dal fatto che ciascuno di essi e il loro insieme invitano a confrontarsi con una novità.

Se i primi cinque capitoli del libro svolgono i contenuti storici e teorici dei capitoli 11,12 e 13 de Il trauma dimenticato, gli ultimi due ne svolgono il contenuto clinico. Intendono cioè mostrare la ricaduta sulla clinica di quei contenuti storici e teorici. Questi ultimi implicano infatti che la mente dell’analista deve essere formata a scorgere nelle comunicazione dei pazienti non solo i segni del trauma che ferisce, ma anche quelli di un diverso trauma che sta alle origini della psicoanalisi e che poi questa ha dimenticato.

Il primo di quei due capitoli illustra tale implicazione per mezzo di una rilettura del caso di Dora la quale fa perno sul dato, contenuto nel secondo sogno di lei, di essere ella rimasta per  due ore a contemplare a Dresda un dipinto appartenente alla stessa cultura che traumatizzò Freud nel suo viaggio in Italia. Quel capitolo intende cioè mostrare i limiti di un percorso interpretativo che non tiene conto dello sdoppiamento del concetto di trauma. Rilke.

L’altro capitolo, intitolato La giunta, vuole illustrare le possibilità di un percorso interpretativo che tiene invece conto di quello sdoppiamento. Come alcuni di voi qui presenti sanno, scrissi quanto poi con poche modifiche è divenuto quel capitolo, in seguito a una seduta di un gruppo nella quale avevo cercato di proporre attraverso la presentazione di un caso clinico gli stessi punti nodali che oggi vi ho esposto; e lo scrissi per risollevarmi dalla frustrazione, o meglio delusione, subita per non essere stato capace di esporre quei punti in modo che non fossero fraintesi. Spero che, al  contrario di quanto accadde allora, quanto vi ho oggi detto  solleciti in voi risposte che mi permettano di risollevarmi ancor più da quella delusione.

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