Intervento di presentazione de “Il trauma dimenticato”

di Secondo Giacobbi

Centro SIPRe di Milano. 24 maggio 2019

° ° °

Prima di entrare nel merito del complesso  e affascinante  discorso, teorico e clinico, che i due autori hanno costruito in questo loro libro, assolutamente singolare, dico qualcosa circa la “forma” di quel discorso, e non mi riferisco alla forma stilistica ed espressiva, che pure è di alta e rara qualità, specie in un libro di psicoanalisi; ma alla qualità emotiva ed affettiva del discorso e all’atteggiamento cognitivo  e mentale da cui nasce il libro  e che ne accompagna il discorso. Gli autori parlano-scrivono con una straordinaria intensità; le loro parole sono sostenute da una vera  propria passione della mente che trasmettono a chi legge. E’ la stessa passione da cui nasce la psicoanalisi freudiana che pure poi essi criticano nei suoi limiti e ambiguità.

Ma il loro atteggiamento mentale è ancora più singolare: esso si pongono in una prospettiva di lettura analitica, che si potrebbe definire metastorica e meta psicologica (ma non so quanto queste parole possano piacere loro), una prospettiva di lettura  del processo storico-culturale degli ultimi cinque secoli in Europa, che interpretano guardandolo attraverso una lente che è insieme psicostorica, filosofica e psicoanalitica. In passato la psicoanalisi, oggi purtroppo non più, ha spesso voluto interrogare la storia degli uomini e della specie, cercando di guardare al di là, o al di sotto, della superficie fenomenica degli eventi storici (si pensi ai rapporti tra psicoanalisi e antropologia, mitologia, storia delle religioni e delle ideologie). E’ un atteggiamento che dovremmo recuperare, sia come psicoanalisti che come uomini di cultura, soprattutto oggi che la storia dell’Occidente e della specie umana attraversa un passaggio epocale probabilmente irreversibile e irreparabile.

Questo atteggiamento, che ho definito arbitrariamente metastorico e meta psicologico, è forse il pregio più raro del libro.

Quanto ai contenuti, ne farò un’esposizione necessariamente sintetica e parziale, a partire dalle pagine che gli autori dedicano alla Traumendeutung, alla quale riservano una minuziosa analisi.

Come sappiamo, il sogno è per Freud principalmente realizzazione allucinatoria di un desiderio rimosso o colpevole che nasce dalle conflittuali dinamiche edipiche. Gli autori però sottolineano l’insoddisfazione dello stesso Freud per la sua teoria del sogno che lasciava fuori ed inspiegati i sogni di angoscia, di punizione, i sogni post-traumatici e i sogni telepatici che sembravano rinviare, come egli scrive, “a una specie di al di là”.

Il libro analizza minuziosamente i diversi tentativi degli psicoanalisti di rispondere all’insoddisfazione del Maestro per la teoria. Io qui cito solo, tra i tanti autori presi in considerazione, Bion ed Ogden che mi paiono i più interessanti; e mi prendo la libertà di aggiungere alla lista Franco  Fornari, di cui sono stato allievo e collaboratore. Anche Fornari, come Ogden oggi, riteneva che l’attività onirica continuasse, al di  sotto del pensiero cosciente, durante il giorno. E trovo interessante che Fornari rivalutasse gli aspetti simbolici del sogno – come un contenuto onirico diverso che andava anche al  di là (per usare l’espressione di Freud) degli aspetti transferali e relazionali dell’hic et nunc  della seduta analitica in cui il sogno viene raccontato.

Il libro passa poi a sottolineare i limiti della concezione freudiana dell’Io e della sua formazione, e i limiti dei tentativi di revisione  di tale concezione. E’ una parte molto interessante del testo, ma su cui non mi soffermo per limiti di tempo.

Arriviamo poi a quel lo che è al centro focale del libro, alla questione del “trauma” e a quello  che gli autori definiscono, ed è il titolo del libro, “il trauma dimenticato”.

Qui essi si soffermano sul concetto di trauma e sulle revisioni che tale concetto ha subito (ad esempio tra  i tanti il concetto di “trauma cumulativo” di Masud Khan). Particolare interesse essi riservano al trauma, storico e reale, vissuto dalle popolazioni che hanno subito l’occupazione coloniale.    E il libro richiama gli studi, al riguardo, dell’etno-psichiatria. Ma torniamo a Freud.

Si parte dal 1897, dai suoi primi viaggi in Italia e dai resoconti che ne fa nelle lettere all’amico Fliess. Freud rimane incantato, e turbato, dall’incontro con la grande arte rinascimentale. Parla di “incredibile magia”, di “bellezza straniera” (che gli autori traducono “straniante” anche forse nel senso del “perturbante”). Ma ciò che è “straniero” parla anche un’altra lingua, esprime un’altra cultura. Ma quale cultura, possiamo chiederci? Vedremo.

Successivamente Freud parlerà anche di “bellezza assoluta”, ma anche, di fronte al Mosè di Michelangelo, di una “impressione violenta” come di sopraffazione, di difficile contenimento e integrazione. Di fronte ad alcuni artisti italiani, Freud parla di “armonia” e di “meraviglia”, di sentimenti  “vaghi” , nomina una bellezza che suscita un fortissimo richiamo, ma anche un senso di sgomento da cui ritrarsi.  Così come Leonardo , in uno scritto attentamente preso in esame dagli autori, che davanti a una spelonca scura prova sensazioni confliggenti , di curiosità e attrazione, ma anche di paura. L’incontro con il nuovo e misterioso, così come la bellezza dell’opera d’arte,  genera conflitto e il conflitto porta all’allontanamento della coscienza , porta all’oblo e alla dimenticanza. E il titolo del libro è appunto “Il trauma dimenticato” proponendo dunque una riformulazione molto più ampia del concetto di trauma; che non è più specificamente ed esclusivamente legato all’Edipo, e non implica  più soltanto lo scontro, traumatico appunto, tra un Io razionale debole  le forze telluriche e vulcaniche di pulsioni  che possono irrompere nella coscienza  e sopraffarla.

C‘è anche un trauma generativo , viene da dire , estetico, che ci fa incontrare con un “mondo interno”, come dicono gli autori, che è intrinsecamente aperto al nuovo, al divergente, alla bellezza, ad un diverso senso della libertà. Viene spontaneo pensare alla così detta “sindrome di Stendhal” e, soprattutto , al “confitto estetico” di cui parla Meltzer, anche se il discorso , apparentemente simile, degli autori si pone in un orizzonte teorico un po’ diverso.

Ma di quale conflitto si tratta, e perché la sua natura potrebbe essere così intrinsecamente traumatica , tanto da spingere Freud  a difendersene con l’oblio?  Gli autori sostengono che tra la fine del Quattrocento e  l’inizio del Cinquecento attraverso la grande arte rinascimentale italiana, ma anche nell’ambito della letteratura (ed essi danno, oltre che a Leonardo, grande rilievo alla figura di Machiavelli, un Machiavelli originalmente da essi reinterpretato) in tal periodo culturale trapela e si annuncia  l’emergere o il ri-emergere nell’uomo di un “mondo interno” in cui vive la bellezza, la ricerca del nuovo, un nuovo senso di libertà, una nuova dimensione della mente, da cu Freud arretra  e contro cui si sviluppa una grandiosa reazione culturale, plurisecolare, in cui possiamo includere la Controriforma, la filosofia di Pascal, che riduce l’Io a una istanza della mente che produce solo pensiero cosciente  e razionale.   Ma gli autori vedono anche in Kant e nel suo progetto di formazione e categorizzazione della mente una vera e propria “ghettizzazione del mondo interno” che prosegue con il Positivismo e con la sua patologizzazione del mondo interno.   E’ un processo questo che, secondo gli autori, coinvolge lo stesso Freud, suo malgrado. Certo, egli non è il solo psicopatologo erede del Positivismo, un razionalista e uomo di Lumi, ma anche esploratore delle tenebre: “Flectere si nequeo superos , Acheronta movebo”.

Così nella sua teoria onirica la formazione del sogno è ricondotta – ridotta al colpevole desiderio edipico. Siamo di fronte ad un riduzionismo pansessualistico e, tutto sommato, ancora moralistico, che rappresenta un limite del pensiero di Freud e della sua concezione della situazione interna.

Si tratta allora, secondo gli autori, di rifondare una teoria del sogno che possa trasformare la stessa pratica interpretativa e clinica del sogno. E nella loro riflessione teorica e clinica mi pare sia implicita una concezione dell’inconscio che all’inconscio della rimozione e dell’Edipo, all’inconscio ribollente contenitore di pulsioni acherontiche , all’inconscio delle strutture filogenetiche ereditate dalla storia della specie , sembra sostituirsi (ma io preferirei dire che si aggiunge) un inconscio  abitato da energie creative , da pulsioni esplorative ed epistemofiliche, e  persino da forze armonizzanti, che pure contribuiscono a nutrire la psiche e il mondo interno.

Gli autori approfondiscono molto il discorso  sulla pratica interpretativa (o meglio co-interpretativa tra paziente e analista) del sogno in terapia. Io qui lascio siano loro a parlarne e a darne spiegazione. Mi limito ad osservare che si tratta, comunque, di una tecnica interpretativa che esalta gli aspetti di salto evolutivo e di liberazione del Sé che la pratica analitica può innescare.

Mi avvio alla conclusione proponendo un mio spunto di riflessione a partire da un interrogativo già posto. Come è possibile che ciò che Freud colse, e da cui si ritrasse dimentico, in certa pittura e cultura del Rinascimento, sia stato sufficiente  a determinare una reazione psico-culturale, potremmo dire, tale da investire secolari processi storici. Cosa si nascondeva in quella vaga e fascinante seduzione? Gli autori parlano di “mondo interno” con una espressione che in parte si chiarisce quando  essi parlano di temi che emergono dalla loro interpretazione di sogni di pazienti. Ma mi sembra un concetto ancora vago. Io ho riflettuto  e fantasticato molto sulla questione, e sono arrivato a questa conclusione.

Ciò che trapelava in quel passaggio della storia culturale europea era quello che io vorrei definire il preannuncio di un straordinario  e minaccioso ritorno del rimosso.   E chiarisco che non vuole essere una definizione in ottica psicopatologica.

E’ il rimosso che ritorna é il mondo antico e pre cristiano, la cultura antropologica pagana e classica, ma non nella versione, che è sempre stata presente in Europa, di un richiamo intellettuale e artistico ai classici.

La cultura greco romana fu sempre , in qualche modo, presente nel mondo divenuto cristiano, delle fine dell’impero, dell’Alto Medioevo, del Medio evo. Si tratta però di un richiamo ai classici, che pur riconoscendo la straordinaria ricchezza di quella cultura, provvedeva a de-costruirla ed a riformularla  alla luce   del credo cristiano.

In tal modo, di quella cultura si dileguavano alcuni aspetti di fondo, intrinsecamente altri rispetto alla tradizione giudaico-cristiana. E’ con l’Umanesimo e con il Rinascimento che la cultura antica comincia a riaffacciarsi nel mondo cristiano ormai al primo millennio in tutta la sua forza prorompente e potenzialmente antagonista.  E costituiva quindi una minaccia per quel mondo che dal Cristianesimo era nato e nel Cristiansimo (oltre che nella classicità, ma, lo ripeto, una classicità “modo christiano trasducta”) trovava il suo fondamento (la Chiesa, in primis, ma l’intera società e la vita quotidiana degli uomini).

Ebbene (e torno al “mondo interno” dei nostri autori) il mondo precristiano era un mondo nel quale la realtà dell’uomo e del cosmo non era concepita e vissuta in termini di contrapposizione dualistica (corpo/anima, mondo materiale/mondo spirituale, Bene/Male, vita terrena/al di là, città terrena/città celeste, colpa/redenzione,  sacro/santo).  Il potere della Chiesa, ma anche le forme del potere sociale  e l’esperienza quotidiana degli uomini  e delle donne si fondavano soprattutto su tali dicotomie. Di qui, forse, risulta più spiegabile la possente e  plurisecolare reazione che si contrappone ai mutamenti che si annunciavano tra il Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, mutamenti umbratili  lievi, che trapelavano sulla superficie  delle opere d’arte  e tra le pieghe di alcuni testi letterari dell’epoca, ma che rinviavano al di sotto a correnti profonde e impetuose.

Per tornare al libro, quell’antica cultura pre-cristiana era certamente una cultura del mondo interno e cioè di un mondo dell’uomo non dimidiato tra un corpo bruto e un’anima immortale. Tra il IV e il V secolo d. C. la vittoria del Cristianesimo sulla classicità pagana passò attraverso violente persecuzioni e distruzioni. In particolare mi colpisce la furia con cui vennero violate  statue di Dei ed Eroi , distrutte o anche solo mutilate. Il martello dei fanatici colpiva soprattutto i genitali maschili, le tenere nudità femminili e, in modo singolare, i volti degli dei, quei loro sorrisi vaghi, enigmatici, quella bellezza assoluta ormai straniera e insopportabile per i fanatici dell’al di là e i nemici del mondo interno.

Una risposta a "Intervento di presentazione de “Il trauma dimenticato”"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...