Bollicine Aprile – Ottobre 2018

Letto l’ultimo libro di Irvin Yalom, Diventare se stessi. Letta anche la succinta, ma chiara ed esauriente recensione che ne fa Silvia Marchesini su Psicoterapia e Scienze Umane (2018, 3 pp. 486-487). La Marchesini riconosce all’Autore il merito di proporre, in uno stile di scrittura informale che cattura l’attenzione, una profonda riflessione sul proprio passato di psicoterapeuta e sulla propria storia intellettuale; e di fare così incontrare il lettore, nel corso di tale riflessione, con figure e problematiche significative della recente storia della psicoterapia. Ella coglie poi l’aspetto più originale del libro nel suo essere un’applicazione, al di fuori della stanza dell’analisi, del metodo oggi in voga della self-disclosure. La Marchesini non manca però di mettere in luce alcune perplessità che il libro suscita. In particolare, un’insufficiente riflessione sulle implicazioni teoriche di tale metodo e una adesione fideistica al credo esistenzialista cui l’Autore era stato introdotto da Rollo May. Forse andrebbe aggiunto solo che per tutto il libro si respira un’aria buonista un po’ dolciastra; che passa il messaggio per cui in psicoterapia tutto può andare bene anche l’uso delle droghe; e soprattutto che l’accento posto, in conformità al suddetto credo esistenzialista, sul tema della paura della morte reale non si accompagna per nulla con una riflessione sul tema della paura della morte psichica, del gelo del cuore.

Le ragioni del cuore e le ragioni di una legge senza cuore.

Un tema presente nel film Un affare di famiglia del regista giapponese Kore’eda Hirozaku. Il contrasto tra il sogno e la realtà, tra l’invenzione, fondata sulla affettività, di una forma di vita e i guardiani di una forma di vita robotizzata. Significativo, l’episodio della psicologa che non capisce nulla, o meglio agisce come un robot per riportare tutto entro le forme codificate di una legge senza cuore: intende la ricchezza del vissuto della protagonista nell’adottare la bambina che viveva in un rapporto senza affetti come reazione malata di una donna che non ha avuto figli e che, invidiosa di chi li ha, li rapisce loro. Struggente l’immagine finale della bambina che, riportata da quei guardiani in quel rapporto senza affetti, dal quale era per un momento uscita, attende, con poca o nessuna speranza, che giunga qualcuno a trarla nuovamente via.

Un tema presente nel film Corpo e anima del regista ungherese Ildikò Enyedi. Anche lì una psicologa che può dirsi fisicamente bella, ma senza cuore, non riesce neppure a concepire che il rapporto tra i due protagonisti si fondi sull’incontrarsi dei loro sogni. In ciò che anima un rapporto, sa scorgere solo la patologia. Il suo compito è quello di riportarlo alla patologia.

Un tema presente nelle opere dello scrittore americano John Williams che ho scoperto e letto in questi giorni. Nulla, solo la notte, Stoner, Augustus, Butcher cross. Il nulla del primo romanzo si anima via via in Stoner nella descrizione del dramma di un uomo che riesce per un momento a vivere nel tempo del sogno uscendo da un rapporto matrimoniale e istituzionale senza sogni, rapporto che poi gli sottrarrà il tempo del sogno; si anima nel racconto della vita di Augusto e nella sua amara consapevolezza di quanto aveva perduto nell’essere stato obbligato dalle circostanze della vita e della storia alla inutile difesa di una legge senza cuore. Stupende per la loro intensità le ultime pagine del libro nelle quali Augusto, poco prima di morire, fa il bilancio della sua vita.

Un tema presente nel passato. Anche Anna Karenina e le donne dei romanzi di Stehdhal volevano uscire a vedere il sole. Finirono male. Però eravamo nell’Ottocento. Non esisteva la legge sul divorzio che i nuovi barbari cercano ora di abolire cominciando da Verona.

Un tema presente nell’attualità politica italiana. Ho pensato che nella vicenda del sindaco di Riace si riproponga il dramma che, nell’ Antigone di Sofocle, oppone le ragioni del cuore a quelle di una legge senza cuore. Dopo che avevo pensato questo, sono capitato su un elzeviro di Mattia Feltri su La Stampa di Giovedì 4 ottobre intitolato “L’errore di Antigone”. L’errore di Antigone sarebbe lo stesso del sindaco di Riace: quello di rovesciare la legge in nome di un obbligo morale e di decretare la morte dello Stato come garante dell’esistenza e durata di una collettività. Le stesse motivazioni del proprio operare che, nella tragedia sofoclea, Creonte opponeva ad Antigone. Impropria e fuorviante l’analogia che l’articolista propone tra il rovesciamento della legge da parte di Antigone e quello da parte di Salvini perché questi non agisce in nome delle ragioni del cuore.

Un tema presente nell’attualità di vite. Una donna sogna di vivere chiusa e senza speranza nella sua attuale realtà come in una stanza senza finestre e di uscirne un istante per parlare in sogno con qualcuno che le rappresenta la sua speranza. Ma il sogno non dice se ella rientrerà, come reinfetandovisi, in quella stanza, o se seguirà non necessariamente quel qualcuno, ma la sua speranza. Lo dirà la sua vita.

Riscoperto e riletto in questi giorni Bion, in particolare Attenzione e interpretazione che io stesso cinquanta anni fa avevo tradotto senza capirci nulla, ma, mi sembra, bene – come abbia potuto, se non ci avevo capito nulla, è un mistero. La ricchezza e la profondità di un pensiero che ha il solo limite di rendersi talora incomprensibile perché confina nella trascendenza l’oggetto del desiderio e il fondamento dell’essere che lui, non a caso prendendo a prestito da Kant, chiama “cosa in sé”. Ma di questo forse un’altra volta. Quello che voglio dire ora è che gran parte di quanto sta in queste ultime bollicine può rientrare nella sua riflessione sul rapporto tra il mistico e il gruppo e trovarvi una formulazione in termini teorici. Ma anche di questo forse un’altra volta.

Per poter vivere un breve momento nel tempo del sogno bisogna sapere correre il rischio di vivere poi un lungo momento di dolore. Uno psicanalista francese (Benoit Verdon, “Tuer le temp long”, nella Revue française de psychoanalyse 2017/4, p. 1018) dice la stessa cosa, ma in una sequenza contraria:  «(…) senza solitudine, senza affrontare la prova del tempo, senza patire nel silenzio, senza avvertire tutta l’eccitazione del corpo e contenerla per un tempo, senza vacillare nella paura, senza attraversare errando una zona d’ombra e di invisibile, senza il ricordo della propria istintualità, senza malinconia, senza abbandonarsi alla malinconia, non c’è gioia».

Chi rende di pietra il proprio cuore può trovare un alibi nel sentimentalismo.

L’oggetto ultimo e costante del desiderio è la nascita intesa come ogni momento in cui si esce da una forma di vita non più attuale. Un pensiero che ho svolto nello scritto “Ancora su desiderio e cultura”, in Psichiatria e psicoterapia culturale 2017/1 (accessibile in questo sito alla voce “articoli”)

La paura della castrazione riguarda al pari uomo e donna. Non è altro, per modo di dire, che il terrore di non riuscire mai a vedere il sole, di essere sepolti vivi.

La donna deve essere apparsa prima dell’uomo, altrimenti come potrebbe l’uomo riconoscere la donna?

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