Bollicine di Settembre-Dicembre 2017

Riferendomi al senso del titolo di un libro di Levy Strauss (Il crudo e il cotto), mi viene da dire che il Freud degli psicoanalisti è il Freud crudo che può risultare indigesto. Per renderlo digeribile bisogna cuocerlo, cioè comprendere la funzione da lui svolta nel contesto della storia della cultura dell’Occidente: in questo senso, quello che io e Marianna Bolko abbiamo tentato di fare con Il trauma dimenticato, è stato “cuocere” Freud, rendere disponibile un Freud cotto anziché crudo.

Il significato della parola “Io” è sfuggente. Si può intendere che essa designi l’unità dell’esperienza. Se così, l’Io di un individuo si estenderebbe tanto quanto raccolto in unità nella sua esperienza sia perché è stato da lui recepito, sia perché è stato da lui creato. Se così, un individuo sarebbe tanto più malato quanto meno è raccolto in unità nella sua esperienza e quanto più questa è frammentata. Se è così, però, servirebbe un’altra parola per designare l’entità che raccoglie l’esperienza in una unità. Forse la distinzione tra “Io” e “Sé” può servire a questo.

L’unità dell’esperienza può ottenersi o per esclusione o per inclusione.

L’Io di Freud è unità dell’esperienza ottenuta per esclusione e si costituisce nel corso di una vicenda di crescita conflittuale.

Molti sostengono che Hartmann, cui si intitola la Ego-psychology, abbia apportato una modifica sostanziale al concetto freudiano di un Io che si forma  attraverso le vicende del conflitto introducendo il concetto di una “sfera dell’Io libera dai conflitti”. Anche l’Io di Hartmann è però unità dell’esperienza ottenuta per esclusione; solo che, al tempo stesso, designa l’entità che unifica l’esperienza e la pensa come dotata di strumenti acquisiti al di fuori delle vicende del conflitto in quanto radicati nel biologico.

L’affermazione di Hartmann dell’esistenza di strumenti dell’Io radicati nel biologico, viene a soddisfare l’esigenza kantiana di dare un fondamento biologico alle categorie. Su questa esigenza diversi anni fa ha scritto un bel libro Stefano Poggi, I sistemi dell’esperienza.

Ho letto il libro di Sergio Benvenuto Lacan oggi. Una esposizione chiara del pensiero di Lacan, per nulla apologetica, critica quanto basta, permette di orientarsi su quel contenuto evitando l’improba fatica di perdersi nella fumosità della scrittura di Lacan. Benvenuto parla, a proposito di quella che io chiamo “fumosità”, di “torsione” dei concetti. In altri termini, Lacan avrebbe detto di tutto il contrario di tutto per il nobile intento di portare chi lo ascoltava e chi lo legge a pensare al di là di ogni certezza. A parte il fatto che, per come ho capito, al di là di ogni certezza c’è per lui il vuoto, più che di torsione io parlerei di confusione: confondere chi lo ascoltava e chi lo legge per poter liberamente esercitare su di lui un potere.

Ciò che lega gli esseri umani tra loro è ineffabile. Con buona pace di Lacan e del primato da lui conferito al linguaggio, accade spesso che quando si mettono a parlare litighino.

La ricerca del silenzio dà vita e la toglie.

Pensare il sogno come ultimo baluardo contro il virtuale genera un paradosso: il sogno è ritenuto lontano dalla realtà, mentre mantiene il rapporto con essa.

I sogni fatti sotto il Nazismo, raccolti da Charlotte Berardt nel libro Il Terzo Reich nei sogni, dicevano la realtà del Nazismo.

Accade che sotto i nostri occhi si consumino drammi dei quali non abbiamo cognizione e che, se ne avessimo, non potremmo comunque evitare, dei quali però siamo indirettamente e inconsapevolmente responsabili.

L’interesse per la telepatia tiene vivo un fuoco. Gli studiosi di parapsicologia sono le vestali del mondo moderno.

Negli scacchi, al di là della conoscenza delle aperture, dei finali e degli schemi di gioco, ciò che fa la differenza tra vincere e perdere è in gran parte lo stato d’animo, una disposizione non cosciente e impalpabile che si riflette ed esprime solo nella vittoria o nella sconfitta. Di qui anche la maniacalità dei grandi campioni come Murphy nell’esigere un setting di gioco il più idoneo possibile a indurre in loro uno stato d’animo favorevole alla vittoria.

Le opere d’arte vengono spesso apprezzate o per il loro valore economico, o perché ci si conforma al fatto che molti dicono che sono belle, o per una sorta di statuto o ruolo o funzione che assumono in una data cultura; raramente per lo stato emotivo che suscitano. La possibilità di apprezzarle per questo sta oltre quel sipario che Rilke confessava a Freud di temere che si abbassasse per sempre. Su questo timore di Rilke ho parlato a Firenze il 19 marzo 2016 e quanto ne ho detto sta in questo sito alla voce “eventi”.

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