Resoconto della presentazione del libro “Il trauma dimenticato. L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica” (Roma 10/11/2017)

Foto presentazione

di Antonello Armando

Venerdì 10 novembre c’è stata una prima presentazione del libro mio  e di Marianna Bolko Il trauma dimenticato. L’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria, tecnica, presso la Nuova libreria dei ragazzi in piazza Santa Cecilia in Roma. Erano presenti poco più di venticinque persone. Tra loro l’editrice del libro Ilaria Angeli. Ha introdotto l’incontro Gabriella Armando, mia sorella, che è la proprietaria della libreria e la gestisce. Ha presentato il libro Goffredo Bartocci e prima di lui io e Marianna Bolko abbiamo voluto dare un’idea della storia che sta alle sue spalle. Sono seguiti alcuni  interventi. Gabriella, nella sua introduzione, ha ampliato l’idea di quella storia della quale noi avremmo parlato subito dopo. Lo ha fatto spiegando come mai un libro di saggistica psicoanalitica veniva presentato in un luogo apparentemente improprio e cioè in una libreria per ragazzi. Ha ricordato a questo proposito che la libreria era stata sede della Casa Editrice Nuove Edizioni Romane che dal 1977 al 2008 aveva avuto in catalogo sia libri per ragazzi che libri di psicoanalisi.  Libri questi ultimi, come ha detto in seguito, che avevano fatto capo per circa trent’anni al lavoro  e agli scritti di saggistica di Massimo Fagioli. Non sembrava dunque essere un caso se ora la sua vicenda professionale di editrice e libraia  si concludeva, per una imprevedibile coerenza della storia, proprio presentando nel suo bellissimo spazio un libro innovativo di psicoanalisi.

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Dopo di lei ha parlato Marianna Bolko. Dopo essersi presentata ripercorrendo le tappe dalla sua formazione di psichiatra e di psicoanalista (quest’ultima svoltasi nella Società svizzera di psicoanalisi e nel Seminario di Zurigo),  ha  detto quanto segue.

«Sono condirettrice della rivista Psicoterapia e Scienze Umane che l’anno scorso ha compiuto 50 anni. Tra i miei compiti vi è la lettura degli articoli che ci spediscono vari autori per la pubblicazione. Nel 2008 mi arriva un articolo dal titolo: “Un estremo mio desiderio: il tema del riconoscimento nelle lettere, nell’opera e nella vita di Machiavelli”. L’articolo mi attrae, è originale, mi piace. Decisi di farlo pubblicare in accordo con Pier Francesco Galli e Paolo Migone.  L’autore dell’articolo è Antonello Armando che allora non conoscevo. Nel 2009 lo invitiamo a fare una relazione al seminario internazionale di Bologna (titolo : “Dalla Nuova Atene a Tebe. Il trauma di Freud e secondo Freud”). Ci conosciamo. Entrambi siamo attratti dai sogni: cominciamo un epistolario prevalentemente onirico (nostri sogni e sogni dei nostri pazienti). Il nostro modo di interpretare i sogni era in contrasto con quello de “L’interpretazione dei sogni “ di Freud. Quattro o cinque  anni fa Antonello mi chiese di scrivere con lui un libro sui sogni. Dopo molte resistenze accettai (lui di Roma , io di Bologna , lui laureato in filosofia , io in medicina, lui di origini italiane, io slave e di cultura mitteleuropea. Ci incontriamo a Bologna, ciascuno con il proprio bagaglio di conoscenze. Cerchiamo di trovare  i punti convergenti. Antonello, tornato a Roma, scrive le prime 20 pagine e me le spedisce. Il mio compito è di leggere, correggere, segnalare le incongruenze, aggiungere e togliere. Più o meno dopo 40 giorni ci rincontriamo e ci confrontiamo sullo scritto: nuove aggiunte, alcuni tagli e la riscrittura di Antonello. Il testo cresce: ciò più o meno per quattro anni faticosamente, ma anche allegramente. Instancabilmente abbiamo lavorato, ossia suonato a due pianoforti tra convergenze, armonie e stonature. Oltre a Bologna i nostri incontri si svolgevano d’estate a Torre San Severo, sulle colline orvietane. Era il lavoro più produttivo e entusiasmante:  avevamo tempo, mente libera da impegni e uno splendido ambiente. Inoltre ci facevano compagnia e aiutavano gatti e cani che vivevano nei dintorni. Noi due nelle pause ci raccontavamo storie delle nostre vite. In uno di questi incontri estivi scoprimmo che nel luglio del 1969 eravamo tutti e due a Roma per il congresso internazionale di psicoanalisi : Antonello all’Hilton, io mi muovevo tra Hilton e la trattoria “Al Carlino” dove si svolgeva il Controcongresso del quale ero tra gli organizzatori. Mentre stavo dando i volantini d’invito per il Controcongresso per scuotere le “menti pietrificate” degli psicoanalisti di tutte le società psicoanalitiche afferenti alla  Società internazionale di psicoanalisi, vidi un giovane partecipante (aveva circa 30 anni, io 28, mentre gran parte degli psicoanalisti era d’età avanzata). Gli chiesi se sarebbe venuto al Carlino. Lui mi rispose molto gentilmente che “non lo interessava”   Pensai: E’ già ingabbiato”. Successivamente seppi che quel giovane (Antonello Armando) era stato espulso alcuni anni dopo dalla Società italiana di psicoanalisi. Questo ricordo in cui scoprimmo di esserci già incontrati diede spinta a nuovi pensieri e idee che si incontravano, scontravano, amalgamavano, frammentavano, sbriciolavano, riunivano creando nuove forme e contenuti. In un altro incontro abbiamo fantasticato che forse in un’altra vita precedente ci eravamo già conosciuti: questo incontro sarebbe avvenuto nel passaggio tra 1400 e 1500 a Firenze nel tempo di Leonardo e di Machiavelli.  Sempre durante questi incontri estivi, compresi cosa era la dissoluzione delle forme descritte da Leonardo nel suo “Trattato della pittura”. Dopo essere stata colpita dalla bellezza di un paesaggio mozzafiato, mi sembrò che le nuvole, il lago, gli alberi i fiori … tutto l’ambiente circostante subisse una decostruzione e trasformazione. Questa visione mi provocò un senso di spaesamento. Nei nostri discorsi passavamo dal Dreamtime alla logica più rigorosa e a scontri che producevano innovazioni e cambiamenti nel nostro testo che si arricchiva e allungava da giorno in giorno, di mese in mese, di anno  in anno.  Nell’autunno scorso decidemmo di finire».

Ho poi parlato io:

«Marianna ha ricordato che la scrittura di questo libro ha richiesto 4 anni. E’ vero, ma è anche vero che ne ha richiesti 42.

Essa ha infatti avuto inizio, senza averlo, nel 1969 quando ci siamo incontrati per la prima volta senza conoscerci. Come ha ricordato Marianna, accadde infatti che ella, allora giovane, si fosse avvicinata, nella sala di un hotel romano nella quale si teneva un Congresso di psicoanalisi, a un giovane che dovevo essere io, invitandolo a partecipare a quel Controcongresso del quale ella era uno dei protagonisti; e ne avesse ricevuto in risposta un cortese ma deludente “grazie non mi interessa”.

In realtà però la scrittura del libro ha avuto inizio anche prima di quel 1969,  quando ci eravamo incontrati non solo senza conoscerci, ma anche senza incontrarci.

Per cercare di spiegare questa strana affermazione vi leggo un brano di racconto di Franz Kafka che riportiamo nel libro. Narra di una scimmia civilizzata invitata da un’accademia scientifica a tenere una relazione sulla sua vita prima di diventare civilizzata. La scimmia dice di non poterlo fare ora che ha raggiunto un grado medio di istruzione di un Europeo e ne spiega così il motivo: “Eccellenti signori dell’accademia! Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia. In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito (…). Non avrei potuto raggiungere un grado medio di istruzione di un Europeo se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattato a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più. Se in un primo momento il ritorno mi era aperto attraverso un portale alto quanto il cielo sulla terra, in seguito, parallelamente alla mia evoluzione che proseguiva a colpi di frusta, esso divenne sempre più basso e più stretto; nel mondo degli uomini mi sentivo sempre più a mio agio, sempre più compreso; la tempesta che soffiava dal mio passato si calmò; oggi è solo una corrente d’aria che mi rinfresca i calcagni; e quel buco lontano, da cui questa corrente viene e attraverso il quale sono passato un tempo, è diventato così piccolo che, anche se avessi forza e volontà sufficienti per correre a ritroso fin laggiù, dovrei scorticarmi tutta la pelliccia per passarci attraverso. Tuttavia, un prurito al calcagno lo sente chiunque cammini sulla terra: il piccolo scimpanzé come il grande Achille”.

In che senso questo racconto può spiegare la mia affermazione che io e Marianna ci si sia incontrati senza incontraci prima di incontrarci senza conoscerci in quel 1969?

E’ perché ambedue avvertivamo quella corrente d’aria che rinfresca i calcagni, quel refolo di vento che sente chiunque cammini sulla terra.

Era senz’altro esso, levatosi per lei ben prima del 1969, a condurre Marianna in quell’anno a scompaginare quella che era l’espressione massima della cultura europea di cui parla il racconto.

In quanto al mio “non mi interessa” non sto a dire cosa significasse. Certo però anche qualcosa di diverso dall’adesione, che sembrava significare, a quella cultura se poco dopo lo stesso refolo di vento, levatosi anche per me ben prima, mi portò a volerla scompaginare tanto da venirne, come alcuni di voi sapranno, rifiutato e mandato in esilio.

Dopo esserci incontrati in quel 1969 senza conoscerci, io e Marianna ci separammo seguendo vie distinte e diverse. Avevamo però due cose in comune.

Per non farci scorticare, proseguimmo ambedue nell’acquisire, riuscendovi in una misura invero più che media, quella massima espressione della cultura europea.

Però, come la scimmia del racconto di Kafka, e certamente Kafka, continuammo a sentire nei calcagni il prurito di quel refolo di vento. A me veniva dalla mia passione per quanti nel 1500 avevano cercato di scompaginare la cultura media di un europeo di allora. A Marianna, dalla sua passione per fenomeni che costituivano scandalo per la cultura media di un europeo di ora.

Ci siamo incontrati di nuovo, come lei ha ricordato, molti anni dopo, a Firenze, nel 2008, quando lei, senza ancora conoscermi, lesse, e le piacque, un mio scritto su Machiavelli. E’ stato allora che quelle due passioni si sono incontrate per congiungersi poi nel progetto del libro che oggi teniamo a battesimo.

Il libro vorrebbe portare un refolo di vento che contribuisca a scompaginare la massima espressione della cultura europea, ad aprirvi, per usare un’espressione ricorrente nel recente libro di Goffredo Bartocci Visioni apocrife,  una “fessura”.

Forse è per questo che, una volta conclusa circa un anno fa la sua scrittura, non ha trovato presto casa ed ha dovuto essere deposto in una cesta di vimini a galleggiare nel fiume del tempo che scorreva veloce verso un destino di oblio, di dimenticanza.

Sarebbe accaduto se, come nei miti, non fosse apparsa una ninfa a raccoglierlo. Sia io che Marianna ricordiamo le parole convinte e consapevoli con le quali la dott.ssa Angeli, forse anche lei mossa e animata da quel refolo di vento,  lo trasse da quella cesta di vimini e lo accolse nella sua casa sottraendolo a quel destino e inviandolo per il mondo a dire, invero con ben poca speranza, di un oltre e di più della massima espressione della cultura media di un europeo. E’ stata lei a renderlo esistente. E quindi non v’è, credo, modo migliore per me di concludere che quello di rivolgerle un altrettanto convinto e consapevole grazie».

E’ toccato poi a Goffredo. Aveva preparato qualcosa da dire sui contenuti del libro, ma è stato pronto a rapportarsi alla situazione per lui inattesa creatasi con i due interventi che avevano preceduto. E’ andato a cercare, ed ha trovato e comunicato, un nesso tra la sua storia e la storia che io e Marianna avevamo raccontato. Ha ricordato come il Controcongresso, del quale ella era stata uno dei protagonisti, avesse in qualche misura stimolato me e un gruppo di colleghi dell’Istituto di psicoanalisi di Roma a pubblicare nel 1973 un libro, Il potere della psicoanalisi, che fece scandalo non solo in quell’Istituto. Ha raccontato poi come la lettura di quel libro fosse stata importante per lui: lo fece desistere dalla domanda di essere accolto come allievo dall’Istituto, la quale, una volta accolta, avrebbe significato per lui un percorso di vita diverso da quello poi seguito che lo ha portato ad immergersi in culture diverse da quella europea e, tra l’altro, a incontrare presso gli Aborigeni australiani quella dimensione del Dreamtime che in qualche modo ritrovava nel libro che era stato invitato a presentare.

Ha poi parlato del libro, in modo succinto ma ben mirato. Ha esordito leggendo le parole di Freud e di Schnitzler che figurano nella primissima pagina del libro e che qui riporto per chi non le conosca. Freud: «La tecnica dell’interpretazione onirica si impara facilmente seguendo le indicazioni e gli esempi da me forniti». Schnitzler: «A condurre nel buio della psiche ci sono più strade di quante possano mai sognarsi gli psicoanalisti. E addirittura là dove essi credono con troppa fretta di dovere addentrasi nel regno delle ombre, c’è ancora un sentiero che conduce nel bel mezzo del luminoso mondo interiore». Goffredo ha rilevato che queste parole dicono di due atteggiamenti opposti di fronte ai sogni e suggeriscono icasticamente l’orientamento complessivo del libro: quello di volersi allontanare dalla convinzione di Freud che il complesso di Edipo da lui formulato fornisse la chiave per accedere in modo facile e definitivo al significato dei sogni, per volgersi invece a cogliere significati inaccessibili con quella chiave. Goffredo ha poi sottolineato che gli autori non si sono limitati ad enunciare l’intenzione di allontanarsi dalla convinzione di Freud e di inoltrarsi nella direzione significata dalle parole di Schnitzler, ma hanno anche esposto nelle due parti del libro le condizioni necessarie per inoltrarvisi. Di qui l’importanza della seconda parte nella quale viene esposta una tecnica che consente di inoltrarsi in quella direzione senza cadere nell’arbitrarietà e smarrirsi in fantasticherie; una seconda parte – ha avvertito – che non va semplicemente letta, ma studiata. E’ passato poi a dire come l’esposizione di quella tecnica sia sostenuta dal discorso storico e teorico della prima parte. In particolare, ha insistito su quanto vi viene detto a proposito del trauma; e cioè che non esistono solo traumi che provocano ferite ma anche traumi che provocano ricchezza di emozioni. Ha rilevato come, benché ovvia, l’esistenza di questi traumi sia stata dimenticata dalla psicoanalisi e dalla psichiatria. Ed ha concluso, ritornando al suo discorso iniziale sul suo rapporto con libro, dicendo di come lo avesse sentito consonante con quanto aveva ricavato dalla sua esperienza di culture diverse da quella europea e di quanto ne avesse tratto per la sua ricerca sulla formazione del delirio.

Subito è intervenuta Caterina chiedendo della differenza tra sogno ricordato e sogno dimenticato. Marianna e Goffredo le hanno risposto dicendole che il sogno ricordato è spesso quello che può essere raccontato a qualcuno. E che altrettanto spesso in analisi accade però che il sognatore, per poterlo raccontare al qualcuno che è l’analista, se lo scriva, oggi spesso sul suo telefonino. e voglia leggero. Ma un sogno letto e un sogno ricordato non sono la stessa cosa. In quanto a me, ho fatto notare a Caterina che ella aveva usato lo stesso verbo, “dimenticare”, che figura nel titolo del libro e le ho suggerito che la distinzione da lei posta tra sogno ricordato e sogno dimenticato potrebbe essere la stessa che c’è tra le parole di Freud e quelle di Schnitzler, o tra la cultura media di un europeo e la corrente d’aria di cui parla Kafka.

E’ intervenuta poi Anna, ha ricordato come Freud abbia affermato che L’interpretazione dei sogni è sorta dalla sua autoanalisi definita “impresa eroica” da Jones la quale ha costituito il fondamento dell’intera teoria psicoanalitica. Ha chiesto poi perché nel libro non sia stata discussa questa affermazione di Freud.

E’ intervenuta Vilma a ricordare che non è così. Nel libro infatti si ricorda che Freud ha dato più versioni dell’inizio della sua autoanalisi, secondo una delle quali essa è subito successiva alla sua formulazione del complesso di Edipo sulla quale è fondata anche “L’interpretazione dei sogni”; la quale non va dunque compresa come fondata sull’autoanalisi, ma ne costituisce un momento. Vilma ha poi proseguito dicendo di avere trovato il libro assai più leggibile di altri miei precedenti scritti e dicendosi sicura che il merito di questa maggiore chiarezza va attribuito alla collaborazione con Marianna.

Nora si è ricollegata a queste parole di Vilma per chiedere a Marianna cosa lei avesse ricavato dalla collaborazione con Antonello ed ella ha risposto di avene ricavato, lei che veniva dagli studi di medicina, un arricchimento della sua cultura storica e filosofica

Gabriella ha voluto sapere che cosa intendessi io quando ho accennato all’interesse di Marianna per fenomeni che costituivano scandalo per la cultura media di un europeo e Marianna ha potuto così parlare dei suoi studi sui fenomeni paranormali portando anche qualche esempio che ha incuriosito la platea. Ancora Gabriella si è rivolta a Ilaria Angeli chiedendole come ella avesse reagito all’incontro con il libro e cosa l’avesse persuasa a pubblicarlo. Ilaria ha raccontato che quando ha visto il nome degli autori ha provato preoccupazione e rassicurazione. Preoccupazione le dava il mio nome in quanto sapeva delle mie vicende, della mia espulsione dalla Società psicoanalitica italiana, e temeva che pubblicando un libro di cui ero coautore avrebbe potuto inimicarsi quella Società con la quale ella intratteneva rapporti importanti per la casa editrice da lei guidata; il nome di Marianna, stimata professionista e condirettrice di una prestigiosa rivista riconosciuta anche negli ambienti dell’Istituzione psicoanalitica sebbene ad essi non legata, invece la rassicurava. A farla decidere per la pubblicazione non era stata però solo questa rassicurazione, ma anche il suo rifiuto di piegarsi a una presumibile interdizione, la sua determinazione a lasciare la sua editrice aperta a contributi che battessero vie inconsuete.

Così la presentazione del libro ha potuto chiudersi con un applauso rivolto a lei. L’ambiente raccolto, animato dalle chiazze di colore delle copertine dei libri, dai quadri alle pareti e dai burattini di Yves Legall, ha contribuito a creare una atmosfera di spontaneità e calore che non può essere resa in questo resoconto, ma che i presenti hanno poi potuto portare con se avendola essa avvicinati ai contenuti del libro più di quanto avrebbero potuto fare da sole parole dette.

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