Psicologia e filosofia nel primo Dewey

Recensione di V. Mathieu su “Il giornale” 31.3.85.

 

Molti miti cadono circa Jhon Dewey, il filosofo dell’età di Roosevelt, se dobbiamo credere al libro di Antonello Armando (…). E il mito che cade per primo è quello che Dewey creò di se stesso. In buona fede naturalmente, con quel tipo diffuso di buona fede che occulta il subconscio.

Nel subconscio di Dewey l’autore penetra attraverso alcune poesie non propriamente giovanili, dato che Dewey le scrisse quand’era sessantenne, ma dedicate a una scrittrice tre volte più giovane di lui, per la quale aveva concepito un amore che l’interessata assicura esser rimasto romantico (…). Attraverso una lettura psicanalitica delle poesie riemergono motivi dei primi scritti deweyani di psicologia, quasi sconosciuti prima della loro inclusione nel vol. I dell’opera omnia, Dewey stesso aveva sepolto questi testimoni del suo passato, per tracciarsi un itinerario spirituale che, muovendo dallo hegelismo del suo maestro G. S: Morris, approdava allo “sperimentalismo”, sotto cui il filosofo americano è conosciuto. Questo consisteva nel mettere alla prova le idee, per vedere se siano buone o no, e nell’adoperarle per migliorare la situazione, senza la pretesa di renderla perfetta, bensì sempre più conforme ai nostri desideri.

A codesto sperimentalismo logico, etico, pedagogico, dovrebbe corrispondere una genuina democrazia. Armando non ci crede affatto. Dewey fu e rimase un assolutista, salvo che cercò di nascondere la sostanziale continuità del proprio pensiero occultandone le origini. L’idealismo pseudoihegeliano era stato in lui il tentativo di negare l’oggettività di un mondo indipendente, e il successivo sperimentalismo, più che una rinuncia a soluzioni dogmatiche, è il tentativo di conservare il “mondo presuspposto” rendendolo indeterminato. L’esperienza di Dewey resta ferma al 1882: la crisi non ha mai prodotto un processo di revisione delle proprie premesse, ma soltanto una ‘metafisica’ di quell’esperienza che la originava, nel tentativo di proteggerla da ogni crisi.

Che la pretesa deweyana di controllare sperimentalmente le idee nasconda una petizione di principio è un’opinione che avevo espressa anche nella mia Storia della filosofia. Il controllo “sperimentale” – nel caso specifico dell’american way of life – presuppone, infatti, che si accettino già certi valori, in base a cui giudicare i risultati (…).

L’interesse dello studio di Armando però è nell’uso che esso fa di scritti deweyani fin qui trascurati: ad esempio di Soul and Body del 1886. Con considerazioni non originali, ma acute, Dewey vi mostra che la struttura stessa del sistema nervoso confuta l’interpretazione materialistica della vita psichica. Armando scova, poi, metafore religiose in passi biografici posteriori: “vocazione”, “stimmate” (…): “incarnazione”.

Che il «bisogno di assoluto, cioè il bisogno di avere prodotto la prova della sensatezza delle risposte date al problema metafisico dell’adolescenza» debba «necessariamente completarsi con la soppressione di tale storia» è un’insinuazione che, per Armando, vuol essere maligna, e che colpisce, insieme col Dewey, tutta una serie di interpretazioni, in particolare italiane, che hanno visto in lui un modello di laicità, di democraticità, di apertura. Il metodo usato da Armando darà luogo sicuramente a discussioni (a meno che si preferisca ‘occultare’ anche Armando sotto il silenzio), ma la tesi non è stravagante. Al culmine della sua carriera, Dewey divenne il filosofo del New Deal, e il sottofondo religioso del New Deal come di tutto il progressismo americano e dei mass media che lo sostengono – eredi, a modo loro del puritanesimo dei padri pellegrini- non dovrebbe essere un mistero.

* * *


Recensione di A. Capizzi, in “Paese sera” 9 gennaio 1985.

 

Dewey, una bandiera del dopoguerra,

Filosofia e psicologia nel primo Dewey. Storia di una vocazione, è il titolo di un libro di Antonello Armando uscito dalla Nuova Italia (pp. 209, L. 15.000). L’interpretazione corrente di Dewey è ben nota: positivista, scientista, antiidealista dopo qualche simpatia giovanile per Kant ed Hegel; e in Italia, in particolare, Dewey è stato la bandiera di quanti, soprattutto nel dopoguerra, si sentivano soffocare dall’atmosfera ancora crociana e gentiliana imperante in quegli anni e chiedevano una entrata fresca di conoscenze a posteriori, di scienze empiriche, di attenzione all’uomo come individuo in carne ed ossa. «Nella bibliografia italiana su Dewey – scrive Armando a p. 198 – basata, come si è visto, sulla non conoscenza delle opere giovanili e dell’itinerario deweyano, e perciò su tali aspetti, ricorrono con insistenza, tra altri, alcuni temi: esperienza, democrazia, educazione, storia, scienza», con la conseguenza di attribuire allo psicologo americano un «empirismo radicale» che ne fa l’emblema dello «spirito scientifico».

Ma quelle opere giovanili, gli scritti compresi tra il 1882 e il 1898, sono stati riesumati e pubblicati in cinque volumi ( 1967-1972) dal gruppo di ricercatori riuniti intorno a Ann Jo Boydston, e ciò ha gravemente traumatizzato la storiografia, che ha temuto di vedersi sfuggire tra le mani il quadro ormai consolidato; si è venuti allora a un compromesso, facendo cominciare l’attività «seria» di Dewey nel 1996 con The Reflex Arc Concept in Psychology, che si presta alla conservazione dell’immagine coerente, e continuando a sorvolare non solo sulle poesie dell’adolescenza (di cui Armando fa pochi ma significativi esempi alle pp. 18-20), ma anche e soprattutto sui saggi della fase 1884-1887, da The New Psychology a The Psychological Standpoint a Psychology as Philosophical Method (un titolo che basta da solo a dire molto) a Psychology in the High School from the Standpoint of the College, fino ai due del 1887 (Psychology e Professor Ladd’s “Elements of Physiological Psychology”).

Lo sforzo di Armando, psicologo dell’ateneo senese, di restituire un preciso significato al giovane Dewey non è ostacolato soltanto dall’unilateralità della lettura ufficiale: nel campo degli «occultatori» si schiera, paradossalmente, lo steso Dewey, che pure ci diede un’autobiografia spirituale con il volume Dall’assolutismo allo sperimentalismo e approvò nel 1939 la biografia redatta dalla figlia Jane. Non che Dewey nasconda le proprie origini idealistiche, fideistiche e persino cristiane (Armando mette in evidenza come egli stesso parli in opere tarde, rievocando la sua fase kantiana, di «vocazione» e di «stimmate», pp. 39 e 53): il fatto è che il nostro autore sembra guardare ai suoi inizi come a forme di entusiasmo infantile, avvallando in tal modo, lui per primo, l’interpretazione «scientista» e «antimetafisica»; e sembra quasi che si accosti alle origini del proprio pensiero come a qualcosa di irrimediabilmente superato e cancellato, dal ’96 in poi, col sopravvento di una più matura visione del mondo.

Armando ritiene invece che quella «vocazione» e quelle «stimmate» non abbiano mai abbandonato Dewey e costituiscano anzi la chiave di lettura del suo sistema maturo, chiave che potremo chiamare, usando in parte le parole stesse di Dewey, «interpretazione della psicologia fisiologica come prova sperimentale dell’idealismo». Se così non fosse, osserva Armando, Dwey, uscendo dagli «entusiasmi fideistici» giovanili, avrebbe curato le «stimmate» rinnegate camminando «nella direzione di una revisione delle premesse», revisione che invece «si svolge nell’ambito delle conseguenze», e ciò dà inizio a un «itinerario impossibile», a una «impostazione del problema» entro la quale «va inteso e compreso l’hegelismo di Dewey come indicazione generale di un atteggiamento» che già sussisteva nel precedente kantismo e che rimarrà in tutto l’arco del suo pensiero (p. 53). L’occultamento delle origini da parte dello stesso Dewey non è né pudore né rinnegamento: «Curiosamente, il problema che propongono è anche risultato essere – così conclude Armando, p. 206 – un punto fondamentale, e proprio il punto non preso in esame dalle interpretazioni della costruzione deweyana: la proposizione di ciò che è identico come opposto. Si riflette cioè qui una delle caratteristiche centrali della filosofia di Dewey costituita dallo sforzo di presentare il vecchio come nuovo, la risposta come ricerca, la stabilità come movimento, l’idea come azione: in sintesi, di presentare come diverso ciò che è uguale».

Fin qui Armando risulta largamente convincente: il Dewey che egli così documentalmente ci rivela è un Dewey che, per dirla ai non addetti ai lavori, ha sempre favorito la messa in ombra della sua persistete faccia kantiano-hegeliana perché accettava il ruolo appiccicatogli addosso di «empirico radicale» e di folletto sbeffeggiatore di ogni apriorismo. Più perplessi si rimane (e ci si domanda se faccia sul serio o scriva per metafore) allorché Armando sembra prendere alla lettera la vocazione «cristiana» del suo autore, quella che egli steso esprime col ricordo delle «stimmate», e sostiene che «la scienza è per Dewey l’allegoria dell’incarnazione e, inoltre, l’allegoria e lo strumento di una universale identificazione con Cristo»; che «la sua collocazione storica va fondata su altre caratteristiche» e «va posto in luce il fatto che vi si esprime una visione radicale dell’utopia cristiana»; che infine «egli ha preso sul serio il concetto dell’incarnazione e, come assumendo alla lettera l’intenzione dei padri pellegrini, ha pensato nei termini concreti di un “santo esperimento” la realizzazione dell’ideale messianico del Nuovo Mondo» (p. 200). Se Armando fa sul serio, se cioè pensa che in tale materia abbia fato sul serio anche Dewey, la cosa diventa ancora più interessante: ma in tal caso attendiamo da lui un opera che maggiormente chiarifichi questi spunti, soprattutto mediante una rilettura di A Common Faith.diversa da quella scientista e liberale che tutti conosciamo.

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